Cari Paola Francescato, Oliviero Diliberto, Paolo Ferrero e Claudio Fava,
ho deciso di scrivervi questa lettera aperta in questo periodo di lotte contro un governo che ogni giorno calpesta la dignità umana dei più deboli facendo solo i suoi interessi e quelli dei suoi amici. Da quanto ho letto due domeniche fa la manifestazione a Roma ha visto un enorme successo di partecipanti che volevano dire no al progressivo sfascio morale e civile dell'Italia, mentre nelle Università studenti e ricercatori soprattutto (ma anche professori) si stanno mobilitando in difesa del diritto allo studio e di una cultura di qualità, per non parlare poi della ripresa delle lotte dei lavoratori. Ma come sempre quando ci sono le rivolte ecco che allora il potere interviene con il manganello. e allora ecco che se le forze autorganizzatesi dal basso non hanno un appoggio politico che sia in grado di guidarle e a cui fare riferimento a lungo andare si disgregano. Possono resistere per un pò ma se non si traducono le occupazioni, i cortei e le manifestazioni avranno durata limitata. Per questo vorrei lanciare a tutti voi un appello: siate voi quel riferimento in grado di tradurre in azione politica le proteste, iniziate a guardare gli uni agli altri perchè oggi nessuno può permettersi di rinchiudersi nel proprio orticello rilanciando solo se stesso o di unirsi agli altri solo in puri cartelli elettorali. Andate oltre voi stessi e unitevi in un solo Partito a sinistra del PD. Fondetevi in un partito laico, ambientalista e socialista che sia ingrado di analizzare la realtà odierna e di interpretarla correttamente. Qualsiasi autocontemplazione porterà solo all'autodistruzione e al lasciare soli coloro che in questi giorni stanno lottando.
Davide Gotti
Giovani Comunisti Bergamo
Nel mezzo della raccolta di punti di vista non catodici sulla corsa alla Casa Bianca targata 2008, provo ad usare il mio spazio in prima persona come taccuino di appunti, come modo per riflettere a voce alta e fissare qualche straccio di ragionamento in vista di un articolo sull’epopea – in bianco e nero prima che a stelle e strisce – di Barack Obama, che è in fase di preparazione per una rivista. Chi legge abbia perciò la pazienza di seguirmi nell'inorganica espressione di un ancor più inorganico pensiero: sensazioni provvisorie e contraddittorie che forse hanno solo bisogno di essere sparse su un foglio bianco per potersi adocchiare e perfino sposare in discorso dotato di senso...
1. Il fascino di Obama - soprattutto per noi d'oltreoceano - sembra risiedere nel fatto che la sua è una faccia diversa, forse imprevista, nella lunga catena di presidenti bianchi, mascelle sagomate e zigomi sporgenti con cui il potere statunitense ha finora voluto mascherarsi. E' nero, non proviene da una ricca famigliola wasp abituata a darsi tutta - baci e abbracci compresi - in pasto a rotocalchi in cerca di tipologie rassicuranti a buon mercato, parla un inglese dignitoso ed è ingegnere di una retorica maledettamente complessa: insomma, costruito apposta per incarnare il cambiamento. Eppure il vero punto di forza di questa sua storia d’inattese risalite sta nel fatto che essa, a dispetto di una certa verniciatura, trasuda tradizione americana da tutti i pori, e in questa americanità più che consolidata trova la propria prigione. In effetti, è la mitologia hollywoodiana - quella del Paese dei sogni - che si è impadronita della pelle nera di Obama, della sua infanzia negata e dei calzoni lisi che portava da ragazzino, per riproporsi in tutta la sua gretta falsità come simbolo del nuovo che avanza sulle macerie. E' il cliché individualista del self man che si autocostruisce nonostante il ghetto in cui la generosa gran madre America l'ha infilato in un momento di distrazione. E che, quando non è più il poverello dei sobborghi ma la prova provata che il superuomo esiste, ringrazia il suo Paese per averlo reso tale, ed anche per la fogna in cui l'ha fatto nascere. Self sempre fino a che non si oltraggia la dignità nazionale.
2. E sia: fa anche piacere che un afroamericano riesca a diventare volto di una nazione da sempre razzista e segregante, e niente da dire - figurarsi - sul fatto che un proletario assurga al soglio presidenziale, per noi che avevamo detto di volerci mettere una cuoca e l'abbiamo finita con un mafioso alcoolizzato. Se non fosse che, in questo caso, lo stacco non va oltre il simbolico e il simbolo non si fa compiutamente coscienza: come ho già avuto modo di dire, il sistema fagocita le individulità proprio mentre sembra esaltarle alla massima potenza, e tutto quell'universo di rivendicazioni, di idealità, di volontà di rottura diventa feticcio, eterodirezione. Non a caso, a poche settimane dal giorno del giudizio, i consulenti democratici rilanciano il loro candidato nuovo di zecca tramite l'usuratissimo Colin Powell, bieco e squallido figuro dell'amministrazione uscente, che accredita la perfetta continuità fra Bush jr. ("il buono dell'America del passato") e Obama ("il buono dell'America presente e futura") alla faccia dell'urlato change, grido di guerra che ha fatto da leitmotiv a tutta la campagna democratica.
3. E d'altronde, questo rivoluzionario presidente in pectore - che s'è trovato in sorte di dover recitare la parte del messia proprio quando la cattedrale yankee è travolta e fumante come mai prima - è comunque incapace di vedere la storia se non in termini di sogno americano. Propone il ritiro delle truppe dall'Iraq (dove ognuno vede una disfatta sanguinosa e soprattutto costosa in tempi di vacche anoressiche) ma non esita a definire giusta la guerra in Afghanistan e ad agitare ancora lo spettro di una centrale islamica del terrore sempre più favolistica. Proprio perché anche lui è troppo americano per chiedersi se l'America debba essere o meno la superpotenza globale del terzo millennio, il riferimento unico e omologante attorno al quale far ruotare tutta l'ampia costellazione degli Stati sudditi. Anzi, per Obama come per McCain e come per ciascuno dei loro possibili alter-ego, il problema può semmai essere quello di stabilire quale modello di superpotenza unica sia più giusto che l'America incarni. Il resto è dato di fatto, e la cornice di celebrazioni pseudostoriche di contorno - sul tipo: il grande faro vittorioso contro fascismo (quello di Pinochet?) e comunismo (quello di Hu Jntao?) - lo consolida. Non ci si veda solo un espediente elettorale, perché in realtà questo è il grande limite culturale in cui l'americano medio si riconosce, ed anche il gap che fa dell'americano un americano anziché un comune mortale: il non potersi pensare, anche volendo, se non come il centro del mondo.
4. Quindi, assodato che la leadership americana sul mondo è postulato della ragione nera come di quella bianca, senza possibilità di scampo, andiamo a scovare sul terreno del modello di sviluppo interno e di paradigma culturale quali sono le proposte di Obama. Qui, c'è soprattutto un tentativo di spaccare il fronte avversario - che in verità è, ora come ora, qualcosa di simile alla mitraglia contro la croce rossa - in cui i riflessi positivi non mancano. Senza illusioni, ma non mancano. Il fantasma di un nuovo New Deal, da sempre convitato di pietra dell'immaginario post-depressione, viene evocato nei termini vaghi di aiuti ai lavoratori e sistema sanitario urbi et orbi ma cela la visione di un ritorno prepotente dello Stato in economia nel momento in cui anche i repubblicani devono ammettere la necessità di un'inversione di rotta nella traiettoria liberista, pressati come sono dagli sfaceli dei loro grandi elettori-lobbisti. Ciò che il candidato democratico profila è un annacquato riformismo in rosa - neokeynesiano o che dir si voglia - di cui anche il fronte avverso capisce l'urgenza, Paulson in testa, e che fa comodo a tutti non siano gli epigoni di Bush a praticare, non foss'altro che per il rischio che comporta.
5. Così, anche sul versante delle questioni etiche, altro campo di battaglia asperrimo per ogni candidato alla presidenza, Obama scombina le carte di un dibattito che non è né può essere laico in una nazione che di laico non ha nemmeno l'unghia del mignolo. L'elettorato evangelicale e fondamentalista - cioè quella fascia d'opinione pubblica ipnotizzata dai telepredicatori carismatici che vogliono il darwinismo cancellato dai libri di testo, che fanno proseliti a dismisura ogni giorno e che negli anni Ottanta, scendendo per la prima volta in campo nell'agone politico, hanno preferito Reagan a Carter - oggi si ritrova sul groppone la non gradita candidatura di McCain, troppo infido e poco manovrabile. Obama proviene invece dal protestantesimo liberal che già fu del grande Martin Luther King, cioè da una cultura progressista che ha fatto i conti con la propria tradizione e ha sposato le battaglie degli anni Sessanta e Settanta per l'emancipazione degli oppressi, dei neri, delle donne, dei gay. Una cultura ampiamente emarginata, appunto, nel decennio repubblicano che ci si augura stia per chiudersi. Su questi temi, Obama ha tuttavia praticato finora una calcolatissima prudenza, e se ne possono comprendere le ragioni, fuorché in un punto: l'aborto legale e sicuro. Che è poi anche il punto più delicato. Ci si domanda perché insistere in termini chiari su questo tasto quando invece, per esempio, altre tematiche di rilevanza etica avrebbero potuto trovare l'opinione pubblica americana bendisposta anche a nettezze radicali. Forse perché la battaglia antiabortista è stata il cavallo di Troia che - artefice sempre l'immarcescibile Giovanni Paolo II - ha reso possibile, in epoca reaganiana, il patto Molotov-Ribbentropp fra gli evangelicali e i cattolici statunitensi, da sempre nemici. Perché sulla scorta di questa opportunistica alleanza il cattolicesimo più incline alle istanze progressiste (e dunque ad un avvicinamento al vangelo sociale del protestantesimo storico, ma anche alle teologie della liberazione dei vicini sudamericani) ha subito quel drastico ridimensionamento tanto voluto dalla Santa Sede e ha foraggiato i repubblicani nella loro ossessiva lotta al comunismo in cui, ancora una volta, il Vaticano non ha mancato di svolgere il proprio ruolo. Oggi Obama prova a spaccare quell'alleanza e ad isolare una Moral Majority senza più precisi riferimenti politici. Non per caso il suo vice è il cattolicissimo Baden: una tattica lucida e probabilmente vincente. Il resto mi pare ancora così nebuloso e in progress che non m'azzardo a commentare ulteriormente, per ora. Solo un sottofondo di sfiducia che comunque permane.
6. Naturalmente anelo a sbagliarmi come il cervo alla fonte, ma preferisco non chiedere al ragazzo
nero qualcosa che so che lui non potrà dare, e rassegnarmi ad assaporare un retrogusto un poco amaro nelle speranze di un mondo che, per inique ma note ragioni, è più interessato al cambio di vertice Usa di quanto non sarebbe plausibile in tempi normali. Sarà (incursione personale) che io mi sento serenamente vetero-europeo fino al midollo e che l'America per me è grossomodo un continente di celluloide, un luogo remoto non solo in virtù del mappamondo. Di questa Babele che non è riuscita ad elevarsi fino al cielo e ha quindi preferito sdraiarsi sulla terra fin quasi a schiacciarla tutta col suo peso, orizzontale come un cadavere, ho sempre percepito l'affannosa decadenza, e nessun momento di gloria, e forse è anche per questo che non m'innamoro di Barack Obama, nonostante l'impazzimento generale, ma neanche riesco a farmelo stare antipatico: perché a dispetto di tutto, anche questa giovane promessa della politica internazionale è troppo americana per poter essere amata o odiata da un demodé come il sottoscritto.
G.P.
PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008 / 2
Continua la rassegna stampa (accumulo disinibito e disorganico di materiali e opinioni) su come cambia non l'America ma il modo di fare campagna elettorale in America (perfida differenza) e sul vero protagonista mediatico delle presidenziali, Barack Obama. Dalle chiese storiche, spostiamo l'obiettivo verso i bloggers e i tanti pellegrini della rete con l'articolo che segue, scritto all'inizio della campagna elettorale ma non perciò meno interessante ai nostri fini. Il pezzo è a firma dell'acutissima commentatrice Antonella Napolitano (visitate il blog http://svaroschi.blogspot.com) ed è tratto da www.apogeonline.com, dinamico web-zine d'informazione nella e sulla rete.

La lezione di Obama
Carisma e uso intelligente della Rete: il neo candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti ha scommesso su un network di attivisti che lo ha sostenuto in modo creativo in ogni possibile canale. E a suon di folle e finanziamenti record, l'outsider ha conquistato la scena anche sui mass media. Inevitabile. Era la parola che fin dal 2007 veniva usata per definire la nomination di Hillary Clinton. Tempo di arrivare alla primavera del 2008 e lo stesso giudizio era più spesso utilizzato a favore del suo principale avversario, Barack Obama. Ora che il senatore afroamericano ha in mano la nomination democratica per le elezioni americane di novembre, è tempo di ragionare su quanto Internet sia un fattore del suo successo inaspettato.
I candidati non hanno più il controllo esclusivo dei messaggi che inviano al pubblico di potenziali elettori: con la diffusione della Rete, chiunque può produrre e diffondere contenuti, erodendo l’esclusiva delle fonti tradizionali. Questo passaggio epocale per la comunicazione politica era in qualche modo dato per acquisito nel messaggio cardine della campagna elettorale di Obama: il cambiamento passa per la possibilità di ciascuno di agire e avere un impatto, confidando nella collaborazione tra le persone. David Plouffe, responsabile della campagna elettorale, ha saputo tradurre questo concetto in una efficace gestione della presenza online del candidato, il cui network permetteva a chiunque di creare un profilo personale, gestire un blog, organizzare attività di sostegno alla campagna e promuovere la raccolta di fondi nella propria rete sociale. Lo staff di Obama ha presidiato tutti i social network più popolari, ma soprattutto ha favorito l’uso degli stessi da parte dei suoi sostenitori. Nel raccontare le primarie, i mass media hanno dato particolare risalto alla straordinaria quantità di donazioni raccolte online da Barack Obama e alla scelta di puntare molto sulla raccolta di offerte di piccola entità. Piuttosto che organizzare pochi appuntamenti con sostenitori molto facoltosi, lo staff di Obama ha puntato su una miriade di eventi e occasioni di incontro in grado di motivare e dare spazio ai tanti piccoli finanziatori disposti a credere nel candidato outsider. L’ampliamento della base ha portato risultati che sono sotto gli occhi di tutti: 270 milioni di dollari raccolti, una cifra senza precedenti.
I sostenitori diventano la notizia
Grassroots, l’azione collettiva che parte dal basso, è una parola che ha una storia importante negli Stati Uniti. Risale alla fine del diciannovesimo secolo, ben prima della nascita di Internet, e ha una connotazione di autenticità, che lo distingue dalle dinamiche gerarchiche istituzionali e di partito. Presuppone un rapporto diverso tra il candidato e il suo sostenitore: il primo è in qualche modo espressione del secondo e vi fa appello per la sua partecipazione attiva in favore della campagna. «La parola grassroots esprime una speranza e pone una domanda. Ritaglia uno spazio per parlare delle persone come attori politici in una comunità, anche se non spiega esattamente come ciò debba accadere», scrive Zephyr Teachout, già consulente per la campagna di Howard Dean, nel 2004. Questo elemento di potenziale indeterminatezza diventa un fattore chiave di successo in un contesto in cui la Rete mette a disposizione la possibilità di miscelare, reinventare, adattare dati e informazioni. Il materiale è nelle mani del singolo individuo, che può utilizzarlo nel modo in cui crede producendo output originali e spesso imprevedibili. Che si tratti di un manifesto o di un video in cui si fa remix tra un discorso di Obama e alcuni spezzoni di un film di Bollywood, la strategia di lasciare libera iniziativa ai sostenitori del candidato è stata un fattore chiave per far circolare la figura di Obama e il suo messaggio, rendendoli popolari.
«Le campagne di successo provocano molto rumore da parte dei sostenitori che parlano del candidato. Questa diventa “la storia” per i mass media», sostiene Patrick Ruffini, consulente repubblicano. Spesso infatti è stata la folla che circondava Obama, negli eventi dal vivo ma anche in Rete, a diventare la notizia per le grandi testate giornalistiche che hanno seguito e raccontato le primarie, più ancora dei suoi contenuti. Una differenza importante, se si considera che il programma di Obama e quello della senatrice Clinton non erano poi molto diversi tra loro.
Il ruolo di YouTube
Da un paio d'anni esiste una categoria di gaffe di politici che prende il nome di macaca moment. Trae spunto da un episodio che vide protagonista George Allen nel 2006: il candidato repubblicano al Senato per lo stato della Virginia definì macaco un videomaker indiano che stava riprendendo un comizio per conto del suo avversario. Il video, inserito su YouTube, scatenò molte proteste per l'appellativo implicitamente razzista. Allen si scusò e affermò di non conoscere il significato della parola, ma l'episodio gli costò tutta la credibilità acquisita come ex governatore dello stato e gli fece perdere un'elezione per cui sembrava il favorito. La sovraesposizione mediatica dei candidati e la possibilità di immortalare momenti potenzialmente imbarazzanti e condividerli in Rete è un pericolo a cui gli staff dei candidati sono molto attenti, specie in competizioni di questa rilevanza.
Ma al di là della capacità di denuncia di episodi sgradevoli, di strumenti come YouTube si trascura spesso il ruolo positivo, ovvero la possibilità di fornire un punto di vista che l’informazione mainstream non è in grado di passare per peculiarità del formato, per mancanza di tempo o per valutazioni legate alla notiziabilità. Un esempio interessante viene da un discorso tenuto da Obama in una sinagoga della Florida: l’incontro ebbe una modesta copertura mediatica e dal racconto che ne fece il New York Times emergeva l’impressione di un’accoglienza tiepida. Un’impressione confutata in breve dai video pubblicati dai sostenitori presenti all’incontro, che testimoniavano di un intervento attento e rilassato, sostenuto da applausi fragorosi, come racconta Micah Sifry, consulente politico e attento osservatore della campagna elettorale 2008, sul blog TechPresident. Quello che ieri non si poteva fare, pubblicare contributi importanti pur nel disinteresse dei mass media, oggi si fa e diventa un elemento di forza non banale nel corso di una campagna intensa e frenetica com'è stata quella per aggiudicarsi la nomination democratica.
Un altro esempio: in marzo Obama ha tenuto un importante discorso sulla razza, intitolato A more perfect union. I 37 minuti del video integrale sono stati pubblicati su YouTube e visti più di un milione e mezzo di volte nel corso del solo primo giorno di presenza online. Spiega il giornalista Paolo Ferrandi: «Una volta di più l’innegabile maestria retorica di Obama è stata amplificata dalla distribuzione asincrona della Rete. Senza l’aiuto di YouTube i discorsi di Obama sarebbero ridotti a sound bites e, visto che sono dannatamente complessi, perderebbero buona parte della loro potenza persuasiva». È un’altra testimonianza della innovativa gestione della presenza online del senatore dell’Illinois: i suoi interventi sono pubblicati in versione integrale e sono consultati centinaia di migliaia di volte, un fenomeno in controtendenza se si considera che la stessa Clinton ha inserito video piuttosto brevi, non oltre i tre minuti. Questo diverso atteggiamento di Obama ha avuto un effetto traino molto positivo: «Oggettivamente impressionante l’ondata di reazioni: in termini di estensione, diversificazione e creatività dei contenuti prodotti - quando un tema intercetta il giusto e spesso bizzarro mood della Rete interconnessa è come una valanga che travolge tutto ciò che incontra, inclusiva e apparentemente irresistibile», racconta Antonio Sofi su SpinDoc.
Che cosa resta delle primarie
Barack Obama è stato finora il candidato che ha raccolto meglio e in modo più genuino l'eredità della campagna elettorale di Howard Dean nel 2004, la prima in cui Internet aveva mostrato il suo potenziale facendo diventare uno sconosciuto il più accreditato candidato alla nomination. Dean non riuscì nel suo intento, ma la capacità di capire le dinamiche della Rete e di organizzare coerentemente la sua campagna– il suo slogan, You have the power, ne era il simbolo – hanno tracciato una strada per consulenti politici e attivisti. Obama ha saputo stimolare i suoi sostenitori a mettersi in gioco in prima persona e a fare rete tra loro: non è stata Internet a rendere la campagna innovativa, ma la creatività dei sostenitori nell’adottare e nell’esprimersi con naturalezza utilizzando tutti gli strumenti forniti dalla Rete. Il carisma e il maggior spessore di Obama hanno permesso che la sua figura non venisse etichettata come quella del candidato di Internet, come successe a Dean quattro anni fa. Ora comincia la campagna elettorale, quella vera. Ci sarà tempo di qui a novembre per capire se Barack Obama potrà diventare il primo presidente degli Stati Uniti portato alla ribalta dalla Rete. Sarebbe, per dirla col suo slogan, un vero cambiamento.
PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008/ 1
La ripresa delle attività di StanzeDistanzeTransumanze, dopo un lungo letargo dovuto alle più varie ragioni, coincide con una quantità di avvenimenti che certamente si faticherà a rincorrere. Del resto, che la realtà sia più dinamica della sua controparte virtuale, credo ostinatamente sia solo un bene. Oltre alle scosse telluriche che stanno facendo cadere a pezzi il già fatiscente edificio dell'istruzione pubblica italiana - su cui si tornerà - è argomento all'ordine del giorno la corsa verso la Casa Bianca, luogo ahinoi sempre più centrale per il villaggio-mondo dell'incipiente millennio. Oggi conteso fra Barack Obama, simpatico ragazzotto della porta accanto e un tantinello "sì ma però" come il suo omologo italico, ed il mefitico, imbalsamato McCaine. Quale dei due sia meglio è arduo dire, perché il sistema sopravanza e schiaccia le individualità, nel grande mare a stelle e strisce, anche quando, come in questo caso, sembra esaltarle al massimo grado. Colin Powell, orrido seguace dell'ancor più tetro presidente (per fortuna) uscente, va a rimpinguare ora la claque di Obama (di quei democratici con la faccia faticosamente ripulita da dieci anni di assenza dalla stanza ovale) e già questo la dice lunga sul travaso costante di volti medesimi in ruoli e appartenenze differenti che caratterizza il think-thank system americano, degno di invidia perfino dal nostro mastellismo. Il luogo del potere è insomma unico, unica l'agenzia che seleziona il personale a prescindere dai colori, ed i non luoghi che essa genera sono troppi e sempre più distanti: con ciò, anche il mito Obama si ridimensiona parecchio, anche se resta una speranza di, seppur lieve, cambiamento che oltrepassi la facciata e la tanto agognata immagine televisiva. Per parte sua, StanzeDistanzeTransumanze prenderà parte al dbattito sulle presidenzali statunitensi, ed in particolare all'avventura del ragazzo nero, forse non così epica come molti la pensano ma degna di interesse, attraverso una rassegna stampa "alternativa" e plurale" su questo personaggio e su ciò che evoca in immaginari qui da noi marginali e controtendenza, a cominciare da quello protestante, interessato a seguirne le vicende anche per l'estrazione evangelica della superpotenza d'oltreoceano.
L'articolo che segue è di Massimo Bubboli ed è tratto dall'ottimo settimanale "Riforma", organo delle chiese battiste, valdesi e metodiste in Italia (www.riforma.it)

LA RELIGIONE DEI CANDIDATI
Knoxville, Tennessee — Il 6 dicembre 2007, Mitt Romney, uno dei candidati alla nomination per il Partito repubblicano, pronunciò un discorso importante sul rapporto tra religione e politica. «C’è chi vorrebbe che un candidato alla presidenza [degli Stati Uniti] spiegasse le dottrine proprie della sua chiesa», disse Romney, «ma nessun candidato dovrebbe diventare il portavoce della sua fede perché, se diventa presidente, avrà bisogno delle preghiere di tutti. […] Quando metto la mano sulla Bibbia e pronuncio il giuramento di rito, quel giuramento diventa la mia più alta promessa a Dio». Quest’ultima frase ricordava il famoso discorso pronunciato da John F. Kennedy nel 1960 quando stava cercando di diventare il primo presidente cattolico. «Se riuscirò a diventare presidente, non favorirò nessuna religione, nessun gruppo, nessuna causa e nessun interesse», aggiunse Romney, «perché un presidente deve servire soltanto la causa comune del popolo degli Stati Uniti».
L’ex governatore del Massachusetts cercò anche di usare quell’occasione per invocare una maggiore presenza della religione nella vita civile: «In questo paese noi giustamente separiamo gli affari della chiesa da quelli dello stato. Nessuna religione dovrebbe guidare lo Stato né lo Stato dovrebbe interferire con il libero esercizio della religione ma, recentemente, la nozione della separazione tra Chiesa e Stato è stata portata da alcuni bel al di là del suo significato originale, nel tentativo di rimuovere dall’ambito pubblico ogni riconoscimento. […] I Padri fondatori hanno proibito il riconoscimento di una religione di Stato, ma non hanno inteso eliminare la religione dalla società. Noi siamo una nazione sottoposta a Dio [«Under God»] e in Dio confidiamo». Consapevole di un diffuso pregiudizio antimormone, Romney non richiamò l’attenzione sulla sua fede particolare ma sulle virtù della fede in generale. Il suo spirito ecumenico sarebbe stato forse più credibile se avesse fatto riferimento non solo a testi del Nuovo Testamento ma anche a encicliche papali, al Midrash o al Libro di Mormon. Questo discorso di Romney, che è stato molto discusso, è soltanto un esempio recente di una tendenza che ha accompagnato tutta la campagna elettorale in entrambi i campi politici. Durante l’interminabile serie di dibattiti, i candidati hanno discusso su quale sarebbe la posizione di Cristo sulla pena di morte e criticato l’evoluzionismo, si sono chiesti se gli Stati Uniti siano una nazione cristiana e hanno affermato che la Bibbia è la parola di Dio.
Un tempo sarebbe stato sorprendente ascoltare affermazioni religiose così esplicite da parte di candidati alla presidenza, ora sono comuni in ogni campagna elettorale. Cosa è accaduto? In un certo senso, si potrebbe indicare il 17 luglio 1980 come data d’inizio di questa tendenza. Quella sera, nello stadio «Joe Louis» di Detroit, Ronald Reagan accettò la candidatura repubblicana alla presidenza: i fondamentalisti e gli evangelicals conservatori, da poco mobilitati in organizzazioni come la Moral Majority, avevano trovato il loro candidato. Nei quattro anni precedenti, questo settore dell’elettorato americano aveva cercato di appoggiare Jimmy Carter che aveva confessato di essere un credente «nato di nuovo» (a quel tempo, la stampa italiana aveva inventato la setta dei «nati di nuovo»!). Ma Carter aveva deluso molti di questi elettori con la sua politica estera poco aggressiva, il suo sostegno della sentenza della Corte Suprema nel caso Roe v. Wade (che aveva dichiarato incostituzionali le leggi statali e federali contrarie al diritto di scelta della donna in tema di aborto) e la sua riluttanza a manifestare pubblicamente la propria fede. Infatti, nei discorsi pronunciati in occasione delle nominations del 1976 e 1980 non fece alcun riferimento a Dio.
La strategia di Reagan fu molto diversa. Alla fine del suo discorso di accettazione della nomination del 1980, dopo una breve pausa, aggiunse alcune frasi al discorso che era stato distribuito alla stampa: «Possiamo dubitare del fatto che soltanto una Divina Provvidenza ha posto qui questa terra, quest’isola di libertà, come rifugio per tutti coloro che desiderano respirare liberamente: ebrei e cristiani che sono perseguitati oltre la Cortina di ferro, i boat people del Sud Est asiatico, di Cuba e di Haiti, le vittime delle carestie in Africa, i combattenti per la libertà in Afghanistan e i nostri concittadini tenuti in ostaggio? » Dopo un’altra lunga pausa, Reagan chiese: “Possiamo dare inizio alla nostra crociata unendoci in un momento di preghiera silenziosa? ” Tutti i presenti chinarono il capo, in silenzio, poi Reagan concluse con le parole “God bless America”, che erano state pronunciate da un presidente una sola volta prima di allora (da Richard Nixon, il 30 aprile 1973, a conclusione del discorso sulla scandalo Watergate).
Come possiamo essere certi che quel momento costituì un punto di svolta? L’analisi di migliaia di discorsi pubblici nell’arco di ottant’anni indica che la politica americana oggi è caratterizzata da una religiosità pubblica frutto di un calcolo politico. L’aumento di riferimenti religiosi nei principali discorsi presidenziali da Franklin D. Roosevelt a George W. Bush è stato esponenziale. Gli ultimi presidenti hanno compiuto molti più «pellegrinaggi» per parlare a incontri religiosi. Ad esempio, dal 1981 i presidenti repubblicani hanno parlato 13 volte alle conferenze nazionali della National Association of Evangelicals o della National Religious Broadcasters Association, 4 volte a quelle dei Knights of Columbus e della Southern Baptist Convention. Clinton non parlò mai a queste organizzazioni conservatrici ma spesso in chiese. In generale, da Reagan in poi i presidenti e i candidati alla presidenza hanno cercato di mettere in evidenza la loro religiosità.
La religione dei candidati è stato un tema dominate durante le primarie. Dal mormonismo di Mitt Romney al cristianesimo afro-americano di Barack Obama, la fede proclamata da ogni candidato è stata esaminata dai mass media. Il risultato più sorprendente è stato che la religione, invece di trasformarsi in un aumento di preferenze, è stata fonte di difficoltà e i candidati hanno dovuto liberarsi da imbarazzanti legami religiosi. Le primarie di questa campagna elettorale sembrano indicare un dato nuovo: la religiosità generica va bene, mentre legami religiosi specifici possono causare gravi danni politici. Infatti, i candidati sono stati ritenuti responsabili non solo per le loro posizioni religiose, ma anche per quelle di chi li sosteneva: la specificità religiosa di Romney lo ha fortemente danneggiato e lo stesso può dirsi per Mike Huckabee, perché se il fatto di essere un pastore battista del Sud ha attirato alcuni elettori, è stato un elemento negativo per molti di più. La polemica innescata dalle affermazioni del pastore Jeremiah Wright hanno costretto Obama a prendere le distanze e persino McCain, che non ha mai parlato molto di religione, ha dovuto rifiutare il sostegno offertogli da due pastori molto noti, Rod Parsley e John Hagee, per i loro commenti su ebrei e musulmani.
... per proseguire l'affascinante ma del tutto irrealistica ipotesi del calamandrei cui ho dato spazio (ma per puro divertimento, sia chiaro) nel post precedente, metto il caso che l'attuale presidente del consiglio italiano sia un conclamato fascista. cosa significhi essere tale è sempre difficile da capire, e tanto più in questo caso perchè nel pantheon berlusconiano figurano, nell'ordine: jahwé (non inganni la minuscola: mi riferisco all'essere supremo) da cui si vanta di essere stato unto, e poi alcide de gasperi (democristiano antifascista per l'appunto), bettino craxi (socialista per diritto di tessera), mike buongiorno (conduttore bi e tripartisan, indenne alla spartizione politica delle reti), george bush (presidente della più grande democrazia del mondo, a suo dire) mentre all'inferno bruciano stalin, lenin, togliatti e d'alema, tutti grandissimi dittatori. gente senza scrupoli che ha soffocato nel sangue popoli dissidenti (ma non quello iracheno) e dissidenti politici (ma non a genova). del resto, il suo è il partito delle libertà, dacché la casa è presto divenuta vittima delle attuali politiche edilizie. "delle" libertà (non "della"), perché tante sono quanti gli individui che le esprimono, oppure perché usare il plurale, per un commerciante, è sempre conveniente: paghi uno prendi tre, la quantità prima di tutto. tutto è quantità, dai bigliettoni verdi depositati sui conti esteri ai manifestanti nelle scuole e nelle università. appunto. forse quelle non sono libertà, ma quantomeno dovrebbero essere un buon affare: fai una sola riforma e prendi centinia di migliaia di fischi, equamente ripartiti a livello generazionale e territoriale. e qui scopriamo quanto vale il nostro presidente, che tutti abbiamo sempre ingiustamente tacciato di essere un mercante di tappeti, un imprenditore del genere calcolatrice ambulante: rinuncia al guadagno e lo dimezza. fisicamente, credo, stando alle dichiarazioni, tanto per non dare il destro alle malelingue: più onesto di così! come jahwé con l'ebreo datan, però, mica come stalin. oppure, se si preferisce, come i tanti democristiani (antifascisti) negli anni sessanta, come mike buongiorno con il cervello di milioni di casalinghe, come bush con circa una dozzina di popolazioni sulla faccia della terra. c'è differenza. numerica, certo, ma abbiamo detto che non è importante. la differenza è che lui ha ragione, come dio, come bush, come andreotti e cossiga, mentre stalin e i suoi sodali torto. perchè lui difende le libertà, gli altri le opprimevano, c.v.d. l'ipotesi è dunque questa: è fascista.
Mentre correvano quei meravigliosi anni Cinquanta sotto il cui sorriso l'Italia conosceva la contraddittoria ebrietà dell'ascesa economica - tempi in cui la crisi era alle spalle, non davanti agli occhi come oggi - un brillante Pietro Calamandrei ironizzava su una remotissima e quasi fantascientifica dittatura larvata che avrebbe cominciato la propria opera di pulizia cerebrale dei sottoposti mettendo mano alla scuola. Mi riprometto di indagare in un futuro post quello che definirei "teorema Jules Verne" (sulla capacità del reale di aderire alle previsioni o sulla capacità delle previsioni di condizionare il reale) e per ora lascio la parola al profetico Calamandrei:
"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'Aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori - si dice - di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A quelle scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico".
Posto un brano dell'interessante e piacevole tesi di laurea di Umberto Cataldo dedicata al concetto di DECRESCITA. Abituiamoci a sentirla ripetere sempre più spesso, questa parola, perché una delle chiavi del nostro futuro potrebbe essere nascosta proprio lì... Il testo integrale della tesi è reperibile sul sito del Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it)

La ricerca di alternative è oggi auspicata da tutti gli insoddisfatti dello sviluppo ed è la necessaria prosecuzione di qualsiasi critica radicale delle concezioni e delle pratiche attualmente dominanti. È però evidente che le proposte dei “decrescitori” possano non sembrare costruttive né credibili agli occhi degli “sviluppisti” in buona fede, perché si pongono al di fuori di un sistema in cui regna ed impera il concetto di sviluppo e mettono in discussione la società del mercato e dell’economia come fine ultimo. Proprio per questo motivo è abbastanza complicato rispondere a domande come: “Ma potresti spiegarmi in poche parole la decrescita che cosa è?” oppure:“Se si nega il concetto di sviluppo, con che cosa si intende sostituirlo?”. Gilbert Rist afferma che quest’ultima domanda trae in inganno perché impone di accettare i presupposti del contraddittorio per poter avviare il dibattito; per non passare subito
per utopisti o sognatori bisogna fare il “gioco dell’altro” e conformarsi a quelle regole, ma siccome sono proprio le regole di questo gioco ad essere messe in discussione, la battaglia appare impossibile già in partenza20. Rist si pone anche il problema se valga la pena intraprendere questo percorso tanto più che anche se le alternative esistono non sembrano interessare a nessuno. Questo dubbio appare alquanto insensato partendo dal presupposto che la decrescita è una necessità, una inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con il mantenimento della pace. Esso inoltre porta con sé, anche all’interno dei paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza. La decrescita non è una ricetta ma semmai un segno, un cartello stradale che indica un nuovo percorso, un percorso che ci conduce verso un nuovo immaginario, ma il cui programma non può essere formulato con il linguaggio dei grandi esperti e tecnocrati. Peraltro non è facile la presentazione e non è facile da realizzare: non bisogna certo rinunciare semplicemente perché l’audacia della prospettiva sostenuta rende difficilmente realizzabili le necessarie misure
complete e le loro implicazioni. Il problema è che queste misure non rappresentano un modello pronto all’uso come le tipiche strategie di sviluppo, ma sono “vere e proprie utopie che mettono in movimento e creano nuove dinamiche in grado di riattivare prospettive bloccate e aprire la via a possibilità precedentemente ostruite”. Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario prima di tutto fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Esistono beni che non sono merci, come tutti i cibi e gli oggetti autoprodotti, oppure i servizi gratuiti ricevuti o dati ai parenti e agli amici (non sono merci perché non si scambiano con denaro e non fanno aumentare il PIL); esistono merci che non sono beni, come la benzina sprecata in una coda, la riparazione di un incidente, le misure di sicurezza contro i ladri. Secondo Maurizio Pallante, saggista esperto di efficienza energetica e membro del comitato scientifico di “M’illumino di meno” nonché presidente del “Movimento per la decrescita felice”, la decrescita consiste nel fare aumentare i beni e decrescere le merci; in questo modo è possibile ridurre l’impatto ambientale, diminuendo i rifiuti e le emissioni di CO2. Si tratta di ripensare l’attività economica in tre cerchi concentrici: il primo è quello della autoproduzione (yogurt, pane, frutta e verdura); il secondo è quello del dono (del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità umana, dell’attenzione, della solidarietà); il terzo è quello dell’economia in senso convenzionale. Oggi la terza sfera sta soffocando le prime due, che devono riappropriarsi del loro spazio, uno spazio che si è ridotto notevolmente con l’avvento della società industriale, ma che già iniziava a diminuire con la nascita del baratto, che ha dato origine agli scambi mercantili. Le società industriali sono caratterizzate dalla prevalenza della produzione di merci sulla produzione di beni e il loro prodotto interno lordo cresce in continuazione. Nel loro sistema di valori, che misura il benessere con la ricchezza monetaria, ciò testimonia la superiorità della civiltà industriale sulla civiltà contadina e delle società occidentali, in cui la civiltà industriale si è sviluppata, su tutte le altre. Nelle comunità agricole la produzione di beni prevale sulla produzione di merci e la compravendita ha un ruolo complementare, sono realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità, e da qui ne deriva proprio il nome: comunità in latino vuol dire “cum munus” ossia “con il dono”. Per Enrico Moriconi, Consigliere Regionale del Piemonte e fondatore dell’AVDA (Veterinari per i diritti animali) parlare di decrescita significa prendere coscienza della globalizzazione e delle grandi disuguaglianze che ci sono nel mondo. La dieta alimentare rappresenta simbolicamente queste disuguaglianze: mentre due terzi del mondo è vegetariano per forza, il terzo rappresentato dai ricchi è ipercarnivoro, dal momento che ha un consumo di carne giornaliero superiore al triplo del necessario. In Italia si tratta di circa ottantacinque chilogrammi di carne pro capite all’anno (compresi lattanti e anziani) a cui si aggiungono ventidue chili di pesce, sette chili di uova di uova e cento litri di latte, come a dire, un po’ troppe proteine. Scegliere di non mangiare carne, o di mangiare meno carne, non è soltanto un fatto privato, perché per prima cosa può ridurre la nostra impronta ecologica: un chilogrammo di carne bovina (come prodotto finito) necessita di nove chili di petrolio (concimi di sintesi, agricoltura meccanizzata, trasporti) e di ben quindicimila litri di acqua (irrigazione ecc). Inoltre può andare a incidere sui meccanismi di produzione del cibo a livello mondiale che creano disuguaglianza; gli animali sono alimentati con cereali, le cui sementi sono in mano per il 65% a sole cinque multinazionali che vendono anche il 70% degli erbicidi. Come afferma Latouche: “Fin tanto che l’Etiopia e la Somalia nel culmine della carestia sono condannate ad esportare alimenti per i nostri animali domestici e fintanto che noi ingrassiamo il nostro bestiame da macello con la soia cresciuta sulle ceneri della foresta amazzonica, noi asfissiamo ogni tentativo di vera autonomia per il Sud del mondo".
Proseguo idealmente il post che precede e dal profondo nord mi estendo alla capitale ladrona per scendere fino al dito mignolo e annessi: si è compreso che per ogni dove, in Italia, vince chi propone il pugno duro e il filo spinato contro presunti nemici, ben categorizzati ed assemblati a seconda delle opportunità. Si è compreso non da oggi, in verità, ma dopo le catastrofi nucleari del dopo-voto, l'urgenza di avanzare (per i vincitori) e di ricuperare terreno (per i vinti) in questo campo diventa un'esigenza fisiologica. Frequente e regolare come quella di dare acqua al pianeta. Il nodo dell'insicurezza fisica dei cittadini, da questione alla moda nelle campagne elettorali, va diventando un'acquisizione culturale bipartisan e sempre più metabolizzata.Vediamo in che modo.
Se la destra vince le elezioni giocandole sulla paura degli Italiani, sul diffuso senso di sfiducia nella giustizia come antidoto alla violenza e sull'ancor più diffusa sindrome della vulnerabilità, e se la Lega Nord, battendo su questo stesso tamburo, esce trionfatrice dalle urne pur dopo un'impasse non breve e non di piccole dimensioni, e se ancora Alemanno conquista, contro pur ragionevoli dubbi, un Campidoglio che per lunghi anni è stato feudo dello schieramento opposto, rimontando nel volgere di sette giorni senza apparentamenti sull'onda di un sanguinoso (e poco chiaro) fatto di cronaca... Se tutto ciò accade ci sono delle ragioni. E siccome è accaduto, converrà pensarci seriamente.
Esiste una strategia mediatica, senza dubbio. Il risuonare, di notiziario in notiziario, di narrazioni che tendono a dare del nostro Paese un'immagine fosca è costante da parecchio tempo e condiziona la percezione della realtà in un modo così pervasivo da non poter essere sottovalutato. Ma - dobbiamo essere sinceri con noi stessi - non è tutto. Esiste anche un dato reale, che moltissimi cittadini sentono affondarsi addosso e sempre più in profondità. E' reale il coprifuoco metropolitano e lo è altrettanto la deriva violenta dei piccoli centri. Ciascuna di queste situazioni con la propria specificità (chi la nega?), ma tutte concorrenti alla transizione verso un clima di isterismo sociale che, andando avanti di questo passo, diventerà incontrollabile. Cioè: i mezzi di comunicazione lo esasperano di certo, ma il problema esiste. Non c'è una divaricazione così evidente fra la rappresentazione collettiva (ben suggestionata) e quella individuale del livello di garanzia del cittadino rispetto alla sua propria incolumità fisica.
L'inganno è da cercarsi altrove, semmai. Ovvero:
1) L'insicurezza del cittadino è un'ombra che si estende lungo l'intero orizzonte della sua esistenza: lavoro, famiglia, reddito, tempo e infine vita, di modo che la questione su cui ragioniamo è l'atto finale di un processo capillare, onnicomprensivo. Nella società del mordi e fuggi, dove l'attimo prevale sul lungo termine e il presente è l'unica forma di temporalità consentita, non c'è posto per la prospettiva, e la violenza si declina in tutte le sue sfumature spiegando una potenza disgregatrice dell'esistenza che arriva a riassumere la morte nella dimensione della normalità. Questo vale per i lavoratori che rischiano nelle fabbriche, per i cittadini che rischiano nel mangiare i prodotti di terre contaminate, per i tifosi che rischiano allo stadio, per i genitori che rischiano in casa con i loro figli e viceversa, per i passanti che rischiano in un viale metropolitano dopo il tramonto. Per l'umanità tutta che rischia di finire sommersa in un cataclisma di proporzioni globali causato non dai fondamentalisti islamici ma da un'altra specie di terroristi, non meno pericolosa. E' quindi un inganno (ideologico) porre la questione della sicurezza isolando e universalizzando una sola delle sue molteplici fattispecie, e oltretutto farlo per coprire tutte le altre. Oggi, da destra come da sinistra, il problema - che, come ripeto, esiste - non viene presentato attraverso la ricerca delle sue cause, ma solo attraverso la constatazione delle sue conseguenze. Infatti, quando i colpevoli (più che le cause) vengono individuati, essi sono capri espiatori temporanei: gli extracomunitari, i clandestini, i sovversivi, i malati mentali, talora i magistrati (su cui vorrò tornare). E poiché ciascuna di queste categorie non riesce comunque a sostenere in maniera credibile l'intero peso di un fenomeno tanto complesso e diversificato, allora entra in gioco la subdola direzione dei media, chiamati a dare risalto a taluni fatti piuttosto che ad altri (ricordiamo le vicende relative ai rumeni, di cui qui si è già parlato - vedi i post della serie Irata e Pogrom?). Almeno finché è utile. Ora, non voglio banalizzare né generalizzare a mia volta: è ovvio che questa considerazione avrebbe bisogno di essere argomentata in maniera più puntuale, ma adesso basti avere ipotizzato un nesso che, se si guarda con attenzione, così ipotetico, a mio avviso, non sembra...
2) Il punto è che con questi (giustissimi e sacrosanti) argomenti non si va lontano nella ricerca di consensi, e l'esperienza elettorale più recente lo dimostra. Mi si perdoni la leggera deviazione, ma proprio questo pomeriggio sottoguardavo nel dormiveglia del dopopranzo l'osceno talk-show domenicale condotto dall'allucinante Giletti, dedicato guardacaso al tema della sicurezza e delle inadempienze della magistratura in gravi casi di delitto da prima pagina. Sorvolo sull'impostazione del programma perché ci si potrebbe aprire a parte un capitolo, e mi soffermo su un unico passaggio, credo, significativo: Sansonetti, ospite pure lui, prova a dire che, stante la tragicità degli episodi in oggetto (strage del Circeo, ammazzamenti vari rimasti impuniti, assassini scarcerati per errori delle segreterie dei tribunali etc.) ci si dovrebbe ricordare che non è questo il genere di violenze e delinquenze più allarmante, e che, se si va a vedere, i casi di violenza più clamorosi e frequenti avvengono, per esempio, dentro le mura domestiche e restano impuniti e nascosti non per sviste dei magistrati ma anche - soprattutto - perché nessuno ne parla. Però non ha il tempo di finire il ragionamento che Klaus David gli salta alla giugulare per segnalargli che una posizione del genere, dopo la cocente sconfitta elettorale, è del tutto insufficiente. Che dalle urne è venuta fuori una percezione generale del problema di fronte alla quale non si può continuare a negare o sviare il discorso, se non per ingiustificate prevenzioni ideologiche. E io, spettatore, penso che hanno ragione, in parte, entrambi. Da una parte le ragioni della maggioranza: giuste o sbagliate, pilotate o meno, sarà difficile non tenerne conto, anche perché, come ho detto, esprimono esigenze in certa misura reali. Dall'altra un ragionamento complesso, che richiede levatura intellettuale e non piccole dosi di buona volontà. Ma che finisce inevitabilmente per sembrare uno stratagemma con cui deviare l'attenzione. Con cui sistemare il mondo affinché risponda alle nostre idee (le quali così paiono pregiudizi ideologici). L'arte politica esisterebbe in realtà per rispondere a questa precisa sfida: armonizzare lo sguardo dei più, sempre volto all'immediato, al presente, con quello alto e lungo della strategia, che abbraccia più luoghi e più momenti, che sa mettere in fila cause e conseguenze partendo da un principio per giungere ad un fine. E' un'impresa talmente difficile che si può dire siano stati davvero pochi i benemeriti che ne hanno appena sfiorato la realizzazione, nella storia del genere umano. E tuttavia è questo il banco di prova, non ve ne sono altri. Perciò è con il sentire popolare che dobbiamo misurarci anche quando esso ci dice soltanto che ha paura. E che non gliene frega un beneamato di chi è colpa: a problemi presenti soluzioni presenti (a culo tutto il resto), perché chi ragiona con la pancia reagisce solo al maldipancia; basta un analgesico ed è contento, anche se magari il farmaco spegne il sintomo ma non debella il male. Tale lo stato dell'arte: fingendo di potercene fregare a nostra volta e lanciarci nel cielo terso delle nostre elucubrazioni, rischiamo di non trovare più una pista d'atterraggio. Mai più, e le urne ce ne siano testimoni. Affrontiamo allora la questione per quel di vero che essa pone!
3) Perché, se così stanno le cose, il discorso non ha più valore e la parola perde attrattiva. Il giovane milanese che se torna a casa ad un'ora per altri normalissima rischia di essere accoltellato, la famiglia che non esce di casa dopo il coprifuoco, la giovane violentata all'uscita dalla discoteca, le case sempre più blindate e le persone sempre più costrette in un'inquieta solitudine esistono. Non nella misura demagogica in cui vorrebbero gli operatori dell'informazione, va bene, ma sono realtà. Realtà a cui non puoi rispondere che il nemico non è il teppista che li scippa, lo sbandato che li violenta, l'ubriaco che li uccide - e che invece è colpa di un sistema complessivo che abbisogna di essere sbrogliato con pazienza e dove i responsabili veri non si vedono quasi mai ad occhio nudo etc - perché se glielo dici ti becchi, come minimo, uno sputo in un occhio. Lo so che è sbagliato, ma è così. Gli altri lo hanno capito e fanno le ronde, perché realizzano che essere credibili, nel nostro tempo contratto, significa essere presenti, vicini, carne e sangue di cui avvertire l'energia. E così fanno, a loro modo. Noi invece, che predichiamo tolleranza e talvolta minimizziamo (perché sappiamo, certo, ma minimizziamo fatti reali), che cosa abbiamo fatto per creare nella concretezza dei quartieri, nella "greve" materialità dei luoghi e dei corpi, una tendenza culturale differente? Discorsi alla televisione, e poco altro. Esistono mobilitazioni politiche forti e radicate (politiche dico, perché il volontariato da solo non può farcela) miranti a creare situazioni concrete di collaborazione e solidarietà inter-etnica? Momenti di osservazione e prevenzione della violenza, ovunque e da qualunque parte essa si presenti? Pratiche occasioni di integrazione sociale disseminate in tutti i luoghi a rischio e non
affidate soltanto alla buona volontà dei fedeli di qualche parrocchia? O l'unico modo per evitare che la gente muoia ammazzata per la strada sono le ronde padane e le squadre fasciste? Abbiamo preferito le strutture leggere, i salotti mediatici, le distanze, ed anche questo è il risultato...
4) E alla fine l'insicurezza diventa battaglia contro l'impunità. Non però contro una legge ritenuta insufficiente o contro un provvedimento inefficace, ma contro una persona fisica - ciò che fa sempre più effetto - ovvero, in questo caso, il magistrato. E' scandaloso come in un Paese in cui chi si dichiara evasore delle tasse diventa Presidente del Consiglio, in cui impera la sottocultura dell'aggiramento di ogni regola possibile, in quest'Italietta del tirare a campare, del pressapochismo, del menefreghismo, del si salvi chi può e chi non può è un imbecille, il grido dei politici (e dell'opinione pubblica a seguito) si alzi duro e intenso quando sul banco degli imputati ci finisce un magistrato. Pure, questo delirio - ove si accredita l'immagine di una giustizia sempre inefficiente, mai boicottata dalle interessate pastoie della burocrazia politica - è il luogo comune dove alla destra italiana piace che vada a finire l'isteria collettiva e collettivamente alimentata dell'insicurezza. Dunque torniamo al filo spinato, perché così sembra che d'incanto il cielo ridiventi azzurro.
Immagine di Irene Salvatori (http://ilventoeleombre.splinder.com)
Credo che uno dei pezzi più interessanti sul fenomeno Lega Nord nelle recenti elezioni sia il reportage di Giorgio Salvetti pubblicato sul manifesto del 22 aprile: per le strade di Varese, dov'è nato il Carroccio, si tenta di capire lo stranissimo flusso di voti dalla sinistra cosiddetta estrema alla destra più arrogante, rozza, xenofoba e violenta... Riporto qui l'intero testo, tratto da www.ilmanifesto.it
Ritorno al futuro. Quindici anni dopo, siamo ancora qui. «Pensa, adesso non ho nessuno che mi rappresenta in Parlamento, la sinistra perde perché ha deluso anche me. Vivo con operai che votano Lega. Mi dicono che la Lega è l'unica forza anticapitalista». Daverio, piccolo paese a dieci chilometri da Varese, terra madre della Lega. Matteo, 38 anni, è tecnico specializzato. Nella sua industria di tubi è l'unico che vota ancora sinistra. Lo prendono in giro.
Posto un estratto dal saggio "New Italian Epic" di Wu Ming 1, reperibile integralmente on line su www.wumingfoundation.com Un interessante e originale tentativo di lettura delle nostre lettere contemporanee, su cui credo valga la pena meditare...
Dopo la caduta del Muro e la prima guerra del Golfo, in Occidente molte persone (soprattutto opinion-makers) parlavano di “nuovo ordine mondiale”. Ordine, chiarezza. La Guerra Fredda finita, la democrazia vittoriosa e qualcuno si spinse fino a dichiarare conclusa la Storia. L’Homo Liberalis era il modello definitivo di essere umano. Si trattava, in parti eguali, di rozza propaganda, allucinazione collettiva e mania di grandeur. Gli anni Novanta non furono soltanto “il decennio più avido della storia” (secondo la definizione di Joseph Stiglitz), ma anche il più illuso, megalomane, autoindulgente e barocco. La celebrazione chiassosa del potere e dello “stile di vita occidentale” toccò livelli mai raggiunti prima, roba da far sembrare frugali le feste di Versailles durante l’Ancien Régime. Arte e letteratura non ebbero bisogno di saltare sul carrozzone dell’autocompiacimento, perché c’erano salite già da un pezzo, ma ebbero nuovi incentivi per crogiolarsi nell’illusione, o forse nella rassegnazione. Nulla di nuovo poteva più darsi sotto il cielo, e in molti si convinsero che l’unica cosa da fare era scaldarsi al sole tiepido del già-creato. Di conseguenza: orgia di citazioni, strizzate d’occhio, parodie, pastiches, remakes, revival ironici, trash, distacco, postmodernismi da quattro soldi.
L’11 Settembre polverizzò tutte le statuette di vetro, e molta gente sente il contraccolpo soltanto ora, sette anni più tardi. Lo stesso contraccolpo che descrivemmo in forma allegorica nella premessa a 54. Il compiersi di un ciclo storico. 54 uscì nella primavera del 2002. Quasi in contemporanea giunse in libreria - pubblicato dal nostro stesso editore - Black Flag di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. Black Flag è il secondo capitolo del Ciclo del Metallo, epopea della nascita del capitalismo industriale, che l’autore rappresenta come manifestazione di Ogun, divinità yoruba dei metalli, delle miniere, delle lame, della macellazione. Aprendo il romanzo, scoprimmo che il primo capitolo era al tempo stesso un trompe-l’oeil e un’allegoria molto simile alla nostra. In exergo una frase di George W. Bush sul bisogno di rispondere al terrore, poi l’apertura: le torri in fiamme, cadaveri, persone che vagano per strada coperte di polvere di cemento e amianto. Qualcuno si chiede: “Perché tutto questo?”, qualcuno altro dice: “Nulla sarà più come prima”. Solo che non è l’11 Settembre 2001. E’ l’attacco a Panama da parte degli Stati Uniti, 20 dicembre 1989. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi.
Cinque anni dopo le uscite di 54 e Black Flag, facemmo una nuova scoperta leggendo Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo di De Cataldo racconta gli anni di Mani Pulite e Tangentopoli, della fine della “Prima Repubblica” e delle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi. Da poco era uscito anche il nostro Manituana, che narra la guerra d’indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk che la combatterono al fianco dell’Impero britannico, contro i ribelli “continentali”. Due libri in apparenza irrelati: diversi per stile e struttura, diversi gli eventi narrati, diverso il periodo storico, diversa l’area geografica, diverso tutto. Eppure notavamo echi, rimandi, somiglianze. Un comune vibrare. Di che poteva trattarsi? Ci volle un po’, ma alla fine capimmo. Entrambi i romanzi girano intorno al buco lasciato da una doppia morte: la scomparsa di due leader, anzi, due demiurghi, due che hanno creato mondi. In Manituana si tratta di Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, e Hendrick, capo irochese fautore della cooperazione coi bianchi. In Nelle mani giuste i due non hanno nome, tutt’al più antonomasie: il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti e strategie parallele, e “Il Fondatore”, capitano d’industria e fondatore di un impero aziendale. Gli eredi dei demiurghi non sono all’altezza, cercano alleanze impossibili e si scoprono deboli, inadatti. La situazione sfugge di mano, trappole si chiudono e, mentre i maschi falliscono, una donna forte (una vedova: Molly/Maia) apre una via di fuga per pochi. Nel frattempo, il vecchio mondo è finito.
A un livello profondo, i due romanzi raccontano la stessa storia. Nel corso degli anni, esperienze simili - repentine “illuminazioni” che innescavano letture comparate - ci sono state riferite da diversi colleghi. Intanto abbiamo letto, recensito e discusso tra noi molti libri, che pian piano hanno fatto massa, e intorno a quella massa si è creato un “campo di forze”. Sotto la produzione di molti autori italiani degli ultimi dieci-quindici anni vi è un giacimento di immagini e riferimenti condivisi. Dalle trasformazioni che avvengono là in basso (si pensi a materia organica sepolta e compressa che pian piano diventa idrocarburo) dipende il futuro della narrativa italiana. Per lungo tempo si è trattato soltanto di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha preso a strutturarsi. E’ toccato a me tirare le prime somme in cerca di una sintesi provvisoria, e l’ho fatto preparando il mio intervento per Up Close & Personal, workshop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montréal nel marzo 2008. In quel contesto è stata usata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana” o, in breve, “New Italian Epic”. Grazie alla discussione, ho potuto stringere viti e aggiungere esempi. Nei giorni successivi ho parlato del “New Italian Epic” in altre due università nordamericane: al Middlebury College di Middlebury, Vermont, e al Massachusetts Institute of Technology di Cambdrige, Massachusetts. Riattraversato l’Atlantico, ho discusso a fondo coi miei compari di collettivo e messo gli appunti a disposizione di altri colleghi, che hanno espresso i loro pareri. Ho pubblicato sul nostro sito ufficiale l’audio della conferenza di Middlebury, e raccolto impressioni da chi l’ha ascoltata. Nello scrivere il presente saggio ho tenuto conto di tutto questo (...)
In che senso “epico”? L’uso dell’aggettivo “epico”, in questo contesto, non ha nulla a che vedere con il “teatro epico” del Novecento o con la denotazione di “oggettività” che il termine ha assunto in certa teoria letteraria. Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all’interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell’intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari, quando non sconfina nel soprannaturale. Molti di questi
libri sono romanzi storici, o almeno hanno sembianze di romanzo storico, perché prendono da quel genere convenzioni, stilemi e stratagemmi. Tale accezione di “epico” si ritrova in libri come Q, Manituana, Oltretorrente, Il re di Girgenti, L’ottava vibrazione, Antracite, Noi saremo tutto, L’angelo della storia, La banda Bellini, Stella del mattino, Sappiano le mie parole di sangue e molti altri. Libri che fanno i conti con la turbolenta storia d’Italia, o con l’ambivalente rapporto tra Europa e America, e a volte si spingono anche più in là.
Inoltre, queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose, “a lunga gittata”, “di ampio respiro” e tutte le espressioni che vengono in mente. Sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere per scrivere questi libri, compito che di solito richiede diversi anni, e ancor più quando l’opera è destinata a trascendere misura e confini della forma-romanzo, come nel caso di narrazioni transmediali, che proseguono in diversi contesti. (...)