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adiacenze e dintorni
giovedì, 05 giugno 2008

proposte decrescenti

Posto un brano dell'interessante e piacevole tesi di laurea di Umberto Cataldo dedicata al concetto di DECRESCITA. Abituiamoci a sentirla ripetere sempre più spesso, questa parola, perché una delle chiavi del nostro futuro potrebbe essere nascosta proprio lì... Il testo integrale della tesi è reperibile sul sito del Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it)

descrescita3

La ricerca di alternative è oggi auspicata da tutti gli insoddisfatti dello sviluppo ed è la necessaria prosecuzione di qualsiasi critica radicale delle concezioni e delle pratiche attualmente dominanti. È però evidente che le proposte dei “decrescitori” possano non sembrare costruttive né credibili agli occhi degli “sviluppisti” in buona fede, perché si pongono al di fuori di un sistema in cui regna ed impera il concetto di sviluppo e mettono in discussione la società del mercato e dell’economia come fine ultimo. Proprio per questo motivo è abbastanza complicato rispondere a domande come: “Ma potresti spiegarmi in poche parole la decrescita che cosa è?” oppure:“Se si nega il concetto di sviluppo, con che cosa si intende sostituirlo?”. Gilbert Rist afferma che quest’ultima domanda trae in inganno perché impone di accettare i presupposti del contraddittorio per poter avviare il dibattito; per non passare subito

per utopisti o sognatori bisogna fare il “gioco dell’altro” e conformarsi a quelle regole, ma siccome sono proprio le regole di questo gioco ad essere messe in discussione, la battaglia appare impossibile già in partenza20. Rist si pone anche il problema se valga la pena intraprendere questo percorso tanto più che anche se le alternative esistono non sembrano interessare a nessuno. Questo dubbio appare alquanto insensato partendo dal presupposto che la decrescita è una necessità, una inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con il mantenimento della pace. Esso inoltre porta con sé, anche all’interno dei paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza. La decrescita non è una ricetta ma semmai un segno, un cartello stradale che indica un nuovo percorso, un percorso che ci conduce verso un nuovo immaginario, ma il cui programma non può essere formulato con il linguaggio dei grandi esperti e tecnocrati. Peraltro non è facile la presentazione e non è facile da realizzare: non bisogna certo rinunciare semplicemente perché l’audacia della prospettiva sostenuta rende difficilmente realizzabili le necessarie misure decrescitacomplete e le loro implicazioni. Il problema è che queste misure non rappresentano un modello pronto all’uso come le tipiche strategie di sviluppo, ma sono “vere e proprie utopie che mettono in movimento e creano nuove dinamiche in grado di riattivare prospettive bloccate e aprire la via a possibilità precedentemente ostruite”. Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario prima di tutto fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Esistono beni che non sono merci, come tutti i cibi e gli oggetti autoprodotti, oppure i servizi gratuiti ricevuti o dati ai parenti e agli amici (non sono merci perché non si scambiano con denaro e non fanno aumentare il PIL); esistono merci che non sono beni, come la benzina sprecata in una coda, la riparazione di un incidente, le misure di sicurezza contro i ladri. Secondo Maurizio Pallante, saggista esperto di efficienza energetica e membro del comitato scientifico di “M’illumino di meno” nonché presidente del “Movimento per la decrescita felice”, la decrescita consiste nel fare aumentare i beni e decrescere le merci; in questo modo è possibile ridurre l’impatto ambientale, diminuendo i rifiuti e le emissioni di CO2. Si tratta di ripensare l’attività economica in tre cerchi concentrici: il primo è quello della autoproduzione (yogurt, pane, frutta e verdura); il secondo è quello del dono (del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità umana, dell’attenzione, della solidarietà); il terzo è quello dell’economia in senso convenzionale. Oggi la terza sfera sta soffocando le prime due, che devono riappropriarsi del loro spazio, uno spazio che si è ridotto notevolmente con l’avvento della società industriale, ma che già iniziava a diminuire con la nascita del baratto, che ha dato origine agli scambi mercantili. Le società industriali sono caratterizzate dalla prevalenza della produzione di merci sulla produzione di beni e il loro prodotto interno lordo cresce in continuazione. Nel loro sistema di valori, che misura il benessere con la ricchezza monetaria, ciò testimonia la superiorità della civiltà industriale sulla civiltà contadina e delle società occidentali, in cui la civiltà industriale si è sviluppata, su tutte le altre. Nelle comunità agricole la produzione di beni prevale sulla produzione di merci e la compravendita ha un ruolo complementare, sono realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità, e da qui ne deriva proprio il nome: comunità in latino vuol dire “cum munus” ossia “con il dono”. Per Enrico Moriconi, Consigliere Regionale del Piemonte e fondatore dell’AVDA (Veterinari per i diritti animali) parlare di decrescita significa prendere coscienza della globalizzazione e delle grandi disuguaglianze che ci sono nel mondo. La dieta alimentare rappresenta simbolicamente queste disuguaglianze: mentre due terzi del mondo è vegetariano per forza, il terzo rappresentato dai ricchi è ipercarnivoro, dal momento che ha un consumo di carne giornaliero superiore al triplo del necessario. In Italia si tratta di circa ottantacinque chilogrammi di carne pro capite all’anno (compresi lattanti e anziani) a cui si aggiungono ventidue chili di pesce, sette chili di uova di uova e cento litri di latte, come a dire, un po’ troppe proteine. Scegliere di non mangiare carne, o di mangiare meno carne, non è soltanto un fatto privato, perché per prima cosa può ridurre la nostra impronta ecologica: un chilogrammo di carne bovina (come prodotto finito) necessita di nove chili di petrolio (concimi di sintesi, agricoltura meccanizzata, trasporti) e di ben quindicimila litri di acqua (irrigazione ecc). Inoltre può andare a incidere sui meccanismi di produzione del cibo a livello mondiale che creano disuguaglianza; gli animali sono alimentati con cereali, le cui sementi sono in mano per il 65% a sole cinque multinazionali che vendono anche il 70% degli erbicidi. Come afferma Latouche: “Fin tanto che l’Etiopia e la Somalia nel culmine della carestia sono condannate ad esportare alimenti per i nostri animali domestici e fintanto che noi ingrassiamo il nostro bestiame da macello con la soia cresciuta sulle ceneri della foresta amazzonica, noi asfissiamo ogni tentativo di vera autonomia per il Sud del mondo".descrescita3

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categorie: politica, comunismo, globalizzazione, sinistra, apocalisse, modernità, mondezza
sabato, 26 aprile 2008

EX VOTO cono nord

Credo che uno dei pezzi più interessanti sul fenomeno Lega Nord nelle recenti elezioni sia il reportage di Giorgio Salvetti pubblicato sul manifesto del 22 aprile: per le strade di Varese, dov'è nato il Carroccio, si tenta di capire lo stranissimo flusso di voti dalla sinistra cosiddetta estrema alla destra più arrogante, rozza, xenofoba e violenta... Riporto qui l'intero testo, tratto da www.ilmanifesto.it

leviatano1Ritorno al futuro. Quindici anni dopo, siamo ancora qui. «Pensa, adesso non ho nessuno che mi rappresenta in Parlamento, la sinistra perde perché ha deluso anche me. Vivo con operai che votano Lega. Mi dicono che la Lega è l'unica forza anticapitalista». Daverio, piccolo paese a dieci chilometri da Varese, terra madre della Lega. Matteo, 38 anni, è tecnico specializzato. Nella sua industria di tubi è l'unico che vota ancora sinistra. Lo prendono in giro.

«Non ditemi che non sapevate che gli operai votano Lega. Molti ragazzi qui sono leghisti da sempre, sono alle macchine con il cappellino leghista. Altri votano Berlusconi, ma chissà quanti questa volta hanno preferito Bossi. La sinistra ha un concezione mitica degli operai: noi siamo anche bestie, ignoranti, c'è chi lavora come un matto per mantenere la famiglia e se la prende con lo stato o con il sindacato al posto che con il padrone. C'è chi, giovane e precario, vive in famiglia fino a tardi, usa lo stipendio come se fosse la paghetta e della politica non gli interessa nulla». Il suo collega Giuseppe, 40 anni, padre di famiglia, è leghista doc. «La politica fa schifo a tutti - spiega - e la Lega è contro i politicanti romani». Poco importa se anche i leghisti sono a Roma e anche loro hanno le poltrone. Per Giuseppe la Lega è casa, fabbrica, paese, la Lega sono loro. Razzisti? «Sì gli immigrati, rompono le balle, ma qui ce n'è che lavorano con noi, al massimo li prendiamo un po' in giro». Abderrahim ride: «Se ero italiano votavo Lega anch'io».

Lontano dal nord la Lega fa paura, il leghista razzista, xenofobo, incolto, spaventa. Ma nel varesotto la Lega è il popolo. A Buguggiate, 5 chilometri da Varese, le notizie sulla Lega si raccolgono da Tommaso, il fruttivendolo. C'è anche Giuseppe, operaio in pensione della Bassani Ticino, dialetto duro, da dieci anni vota Lega, da quando è rimasto vedovo cura i bambini nella scuola del suo comune grazie all'amministrazione dei leghisti, amici di suo figlio. Mimmo fa l'imbianchino, è calabrese, un tipo socievole e semplice. Lui va a ballare con i leghisti. Fa coppia con la Nani, sessant'anni, commerciante, cantano Funiculì funiculà, Ma mì ma mì e Jannacci. Per loro la Lega è una festa di paese. La Nani ha due soli veri interessi: che non rubino in negozio e pagare poche tasse. Per il resto è confusa. «La Lega o il Berlusca è quasi uguale» (il Pdl a Varese è caduto dal 37 al 33%, tutti voti per Bossi). E' rimasta impressionata quando a Varese è venuto Veltroni «c'era la piazza piena » (il Pd, a sorpresa, è il primo partito della città con il 27% e ci sono piddini che vogliono fare il Pd del nord alleato alla Lega). Però la Nani è tornata a ballare e a votare Bossi. La Lega a Varese è salita dal 14% al 22%, alle provinciali è arrivata al 28%, in alcuni paesi ha superato il 40%. Alla festa dopo la vittoria, in piazza del Garibaldino, prima storica sede del Carroccio (quando si dice le contraddizioni), non c'era tanta gente. Non ce n'era bisogno. Essere radicati sul territorio vuol dire altro. E non basta a spiegare il successo neppure il mito della buona amministrazione locale. A Varese l'ex sindaco Fumagalli è stato indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina: aveva fatto avere il permesso di soggiorno sottobanco a una ragazza rumena. La vicenda ha provocato infiniti pettegolezzi. Il sindaco si è dovuto dimettere, il comune è stato commissariato. Risultato: il nuovo sindaco leghista ha stravinto con il 70%. E allora? Al centro e al sud non si spiegano come si possa continuare a votare l'orrido Borghezio? La risposta, quella sì, è radicata nel territorio. La Lega da queste parti è di tutti, è un po' tutti, anche di chi non la vota o non la sopporta. Spiega Armando, napoletano, operaio in un'industria che fa pezzi di treni che prima la Lega la odiava ma adesso la vota: «Un po' come un napoletano odia i rifiuti ma quando dicono che i napoletani sono sporchi si arrabbia, così uno che vive a Varese può odiare i leghisti ma quando danno ai varesotti dei razzisti si arrabbia».

Paolo è un ragazzo di trent'anni, ingegnere. Al Liceo era nella Fgci, poi nei Pds, nei Ds, stava per passare al Pd, ma poi ha pensato. «Quasi quasi voto Lega. Qui la Lega è come un fiume carsico , l leghismo sale e scende, diminuisce ma poi ritorna. E' troppo radicato e lo spauracchio del becero leghista non fa paura a nessuno. Anche questo successo elettorale non stupisce, ma non va esagerato. Solo due anni fa tutti davano la Lega per finita. Adesso c'erano tutti i presupposti perché andasse così: certo, la sicurezza. Tutti i media ne parlano, anche Veltroni e allora perché non votare Lega?». A pochi passi dalla stazione «il Pera» è nella sua edicola. Le vecchiette hanno paura degli stranieri che stanno sulle panchine, anche se non fanno niente. 35 anni, è impegnato con Beppe Grillo, che da queste parti, a proposito di «anti-politica», ha successo. «La Lega qui è l'antipolitica di destra. E' nata con Tangentopoli, è andata giù quando si è alleata con Berlusconi e a quel punto ha spinto sull'odio verso gli stranieri. Adesso che la casta non piace è tornata ad attaccare Roma ed è risalita. Pesca a destra e a sinistra perché rappresenta le varie anime del nord: lavoratore (operai, padroncini o commercianti poco importa), indipendente da tutto e da tutti con la voglia di fare da sé. Io prima e dopo le elezioni vendo sempre le stesse copie della Padania. Non è cambiato niente, mi stupisce che adesso tutti tornino a parlare del fenomeno Lega, non sarà mica una novità!». Francesco fa l'avvocato, 40 anni, viene dalla destra più destra e da anni vota Lega, non dà mai una moneta agli stranieri che vendono fiori. «Devono capire che rompono i coglioni», taglia corto. Ma il suo essere leghista ha anche un'altra valenza. «Mi faccio il miele con le mie api, vado alle fiere delle sementi. Sono autarchico. Mi piace la mia terra». Un po' fascista e un po' no global, ma padano. E in effetti basta vederli, nei giovani padani c'è di tutto, il tipo in giacca e cravatta e il metallaro col mito celtico, quello che sembra un naziskin e quello che legge Malcolm X «perché anche lui era un indipendentista, voleva fare la Nazione dell'Islam». D'altronde, il manifesto più riuscito della campagna elettorale leghista, quello che ha spopolato sui muri del nord, si è schierato dalla parte degli indiani «Hanno subito l'immigrazione e ora sono nelle riserve». Capolavoro.

Oltre al variegato mondo simbolico ci sono i problemi concreti. Malpensa. «Un enorme regalo di Prodi - dice Fabio Tonazzo, ex coordinatore dei Giovani Padani e presidente del consiglio comunale di Tradate - la manifestazione a Malpensa è stata la più partecipata, tanti lavoratori e sindacalisti sono d'accordo con noi. Difesa del territorio vuol dire difesa dei posti di lavoro. La gente non guarda alle ideologie, ma ai propri interessi che non sono né di destra né di sinistra. I nostri lavoratori dicono "dal padrone ci prendiamo i soldi con la Lega li difendiamo dallo Stato e dai politici"». E i rifiuti. «Tanta gente di sinistra - continua Tonazzo - guarda le inchieste di Report sul sud e mi dice che abbiamo ragione: il governo e tutta la sinistra sono romanocentrici, anche chi non vota Lega lo percepisce». E infine l'organizzazione. «Parlano di radicamento sul territorio ma non sanno cosa vuol dire. Facciamo iniziative, dai banchetti a Miss Padania, siamo un partito vero e moderno. Per i Giovani padani è fondamentale il sito internet e la politica nelle scuole, molti hanno cominciato come rappresentanti d'istituto». Ecco una ex cosa di sinistra. Giulio Moroni, consigliere comunale della Lega a Varese, viene dalla sinistra degli anni '70, si batte per l'acqua pubblica con il Prc. «Quando siamo stati al governo abbiamo pagato, come adesso paga la sinistra. E invece questa volta è stato un successo. E' un ritorno alle origini. La Lega è un fenomeno consolidato che si gonfia e si sgonfia a seconda delle circostanze, ma c'è sempre».

Angelo Zappoli, consigliere comunale del Prc, lo sa bene. «Non mi aspettavo un tale boom, invece anche qualcuno dei nostri ha votato il Carroccio. Non è un fatto nuovo. Quando la Lega nacque a Varese, venti anni fa, molti venivano dalla sinistra, da Maroni con l'eschimo in giù. Il primo successo lo ebbe nel quartiere operaio e delle concerie di San Fermo. Da sempre la Lega evoca la paura:degli stranieri, della perdita del lavoro, delle tasse, e poi offre le risposte. Contro la globalizzazione promette difesa del territorio. E' l'opposto di Marx. Si batte per la difesa dello stato di cose esistenti». Non la pensa così Nereo Chiaretto, partigiano, ex-delegato della Cgil Scuola, per 50 anni ha votato Pci, per la prima volta ha votato Lega. Per lui i bergamaschi che vengono giù dai monti con il fucile ricordano la Resistenza. «Vado sempre su da solo a San Martino (luogo di culto dei partigiani varesotti, ndr) per non essere disturbato. Con dolore ho lasciato la tessera del Prc, ma quelli che si dicono di sinistra non lo sono più, litigano e cercano il potere, tradiscono la mia storia e la Resistenza, non hanno portato a casa nulla. Chi poteva rappresentare la mia protesta? Astenersi non mi bastava. Il nemico del mio nemico è mio amico, e la Lega è nemica di questa sinistra disastrosa. La prime riunioni la Lega le faceva al circolo comunista intestato a mio padre, Bossi va in giro con le scarpe risuolate, Maroni va ancora in bici, è gente del popolo, altro che Bertinotti con il cachemire e la campanella da presidente della Camera». Nereo ne è convinto.


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mercoledì, 26 marzo 2008

SENSI DI VUOTO VUOTI DI SENSO

SUL FRATICELLO DI SAN GIOVANNI ROTONDO
SULLA MACABRA USANZA DI RIESUMARE I CORPI (OVVERO PROFANARE I
SEPOLCRI) PER SCOPI LITURGICI


vuoto2Quasi nessuno sembra accorgersi che quest’anno la Pasqua in Italia ha un sapore strano. Dovrebbe essere la festa del sepolcro vuoto, dove ogni fedele, fatto rotolare a fatica il grande masso che ostruisce l’ingresso ai luoghi della verità, scopre la vertigine della vita posta laddove dovrebbe regnare la morte: perché non c’è Pasqua senza il miracolo dei miracoli, ch’è quello della resurrezione, sul cui solido piede, si dice, è venuta fondandosi l’essenza del più puro e primitivo credo apostolico. Che non è, né può essere, venerazione di un corpo sacro, come il buon Gesù ebbe la pazienza di spiegare a Tommaso. Sei contento ora che hai messo le dita sulle mie mani trafitte dai chiodi, dentro il mio costato squarciato dalla lancia? E invece sappi che saranno beati quelli che credono senza vedere! Come avvenne ai primi visitatori del santo sepolcro, in quel mattino che m’ostino a immaginare freddo come il gelo che riapre le ferite: s’alzarono molto presto provvisti degli unguenti necessari a rendere onore al cadavere del Maestro, e se l’avessero potuto fare tutto si sarebbe concluso lì, richiusa la tomba e presto dimenticato l’epigono di un’infinita schiera di profeti ebrei. Invece lì tutto comincia, poiché non si cerca fra i morti colui che è vivente. Perché comincia la scoperta del vuoto – l’unica forma di spazio in cui è possibile creare, sulla quale si può edificare solo a patto che si spenga la paura dell’insondabile, l’angoscia del mistero, della cosa oscura e profonda. Come quel sepolcro in quel mattino. La fede sarà davvero un salto nel buio? Più probabilmente, direi, un passo avanti in direzione del vuoto, per scoprire magari che senza il cimelio a cui aggrapparsi (per dire a se stessi che in fondo tutto è un fatto obiettivo) altro non resta che guardarsi dentro. Il che è un inaudito atto di responsabilità. Un’inveterata convenzione vuole che la nascita della Chiesa coincida con il giorno di Pentecoste in cui centoventi discepoli del Cristo oramai morto e risorto vennero coronati di fiammelle e inondati della potenza dello Spirito Santo. Ed è una convenzione che accampa non a torto le sue ragioni, lo ammetto. Però non riesco a dimenticare che non fu quello il momento in cui per la prima volta gli apostoli si fecero predicatori della buona novella: i vangeli raccontano che, giorni prima di quell’evento, un’imprecisata folla di fedeli s’era radunata su un monte e che il Cristo apparve loro per l’ultima volta. Dopo averli ammaestrati a lungo, finalmente s’alzò in volo e scomparve fra le nuvole. Tutti ne seguirono l’ascensione con lo sguardo e, anche quando non era più visibile, a lungo restarono col naso per aria, nel tentativo di scorgere ancora quella sacra figura, quel corpo che da allora in avanti non sarebbe stato più in mezzo a loro. Fino a che qualcuno non si decise a rivolgere nuovamente il viso sulla terra e cominciò ad incoraggiare gli altri dicendo loro che il Maestro s’era diretto laddove doveva e che tuttavia proprio così si apriva l’epoca nuova della diffusione del suo messaggio. Emancipati dal contatto fisico con Gesù, i suoi seguaci entravano nell’età adulta, e s’assumevano loro l’onore e l’onere di agire. La responsabilità di guardare il presente e di entrarci mani e piedi. “Come l’avete visto salire, così un giorno lo vedrete tornare” disse quel qualcuno, e l’assenza nel presente diventava condizione essenziale e garanzia del ritorno nel futuro, si faceva ragione della speranza, attesa del compimento escatologico. Quello, io credo, fu il momento in cui nacque la Chiesa. Coi primi occhi che non ebbero più bisogno di cercare il corpo, l’icona, né l’urgenza imperativa di scovarla ovunque essa si nascondesse.
Poi tutto questo si sarebbe snaturato. Sotto il patrocinio dei porporati romani – usurpatori di un ruolo e di un insegnamento tradìto – gli occhi dei fedeli si sono riabituati alla ricerca del cadavere, facendo cadavere della fede di un Gesù sempre più ignorato. Si pensi all’atto altamente simbolico con cui quel Gesù volle istituire il rito che avrebbe dovuto perpetuare il ricordo del suo sacrificio, né più né meno di come aveva fatto Mosè la notte in cui trasse gli ebrei fuori dall’Egitto: questo è il mio corpo, disse il Maestro. La mia carne. Fate questo in memoria di me. E invece, dalla dimensione della memoria, si è passati a quella dell’idolatria, dove il pane non è più simbolo, ma corpo. Qualcuno mi spiegherà un giorno come potesse un ebreo anche solo concepire l’idea di mangiare un corpo, di bere sangue: i tabù più roventi che l’etica giudaica abbia mai conosciuto. Ma tant’è, e gli esempi si potrebbero moltiplicare a non finire. Per arrivare infine a questa Pasqua italiana del 2008. Sì, questa Pasqua celebrata all’ombra della riesumazione del cadavere di frate Pio da Pietralcina (uno di quei fenomeni tutti italiani di popolaresca fattura in cui la Chiesa riesce a trovare propri interessi e che asseconda per accreditarsi fra gli umili), ha un sapore davvero strano. E un poco amaro. Il futuro, l’attesa, la fede e la speranza, la sfida del vuoto – vuoto come il sepolcro quel mattino – cedono sotto l’irresistibile bisogno di adorare un corpo senza vita. Di riappropriarsi di quel cimelio che ti dice che la tua fede è contatto dei sensi con la materia, non dello spirito con il dio che ti porti dentro. Eppure Gesù avrebbe detto, come a Tommaso, che sono beati quelli che non hanno bisogno di vedere e toccare un corpo per credere. L’uomo dei nostri tempi, anche quello religioso (alla faccia dei tanti anatemi scagliati contro il materialismo), ha bisogno di segni. Grossomodo la stessa ragione per cui il Messia sovente s’allontanava dalle turbe che lo strattonavano ogni momento perché ansiose di segni concreti, di benefici immediati, di vedere il prodigio ad ogni costo con le palle degli occhi, e che puntualmente se ne tornavano a casuccia ogniqualvolta la manifestazione empirica lasciava il posto all’ammaestramento sulle verità ultime e supreme. Non così sensazionali da insaporire le chiacchiere delle comari, evidentemente, e troppo grandi per poter entrare in quei cervellini bramosi del feticcio, della prova provata, del tastare il prodotto, come si fa nella bottega artigiana, prima dell’acquisto. G.P.

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categorie: chiesa, assenza, apocalisse
venerdì, 25 gennaio 2008

DEL SAPIENTE E DELLA SAPIENZA/ 2

Cioè, la caduta del colosso sovietico è stata paradossalmente, per la Chiesa, una vittoria di Pirro: conpapa il muro cadeva anche il metus hostilis che aveva legato i seguaci di Cristo a quelli di Kissinger, con l'ovvio corollario per il quale ciascuno è andato a cercare l'ulteriore campo del male da prendere a bersaglio ed a presto dove meglio ha creduto e più gli è convenuto. Secondo orbite che sono andate allontanandosi. I bombardieri a stelle e strisce, nel loro vaneggiare di un pericolo fondamentalista in seno all'Islam si sono diretti in Iraq, l'unica avanguardia che la Chiesa poteva vantare in Medio Oriente (giacché, come si sa o si dovrebbe sapere, il regime di Saddam era l'unico in quell'area in cui i cristiani potessero respirare). E il Vaticano invece ha cominciato a dirigere i propri strali proprio contro la superpotenza uscita vincitrice dalla guerra fredda. Insomma, la capitolazione del comunismo era per il vertice cattolico capitanato dal polacco Woityla non solo un obiettivo di bandiera, né la lotta antisovietica era semplice petizione di principio: si trattava piuttosto di riguadagnare influenza e protagonismo nello sterminato bacino dell'est laddove già si percepiva che ad ovest - nel mare magnum statunitense - il terreno stava comunque venendo meno. Gli americani preferivano l'aggrovigliarsi di sette annuncianti la felicità in questo mondo, il dio-multistore dei telepredicatori, lo spettacolismo di facciata e il millenarismo: nel volgere di un secolo in quelle terre papa 5hanno trovato dimora il risveglio carismatico-pentecostale (subito ridimensionato e marginalizzato dai cattolici, non per caso), le sette dei Mormoni (che oggi controllano un intero Stato, lo Yutah), degli Avventisti e dei Testimoni di Jehowah, mentre organizzazioni quali Scientology, al bando in alcuni Stati europei, sono state ufficialmente riconosciute e beneficiano di finanziamenti pubblici. Tutti movimenti, sia ben inteso, non meno conservatori e retrivi del Papa, ma più facili ad adattarsi a quell'ambiente, perché il fanatismo di cui sono portatori è ad uso e consumo delle logiche economiche dominanti e sa allearsi prontamente con le lobby scientifico-tecnologiche che invece hanno tutto l'interesse a tenere lontana la Chiesa di Roma dal loro territorio. Hanno radici culturali più vicine a quelle in cui s'affonda l'ideologia mercantilista e individualista di Clinton o di Bush (entrambi non a caso fedeli di chiese evangelicali). Ecco allora che la battaglia si sposta in Europa. E in un'Europa in cui nessuno - men che meno il Papa - pone veti all'allargamento ad est, a quell'est riconquistato e redento che, appunto, deve fornire il terreno di espansione che altrove viene a mancare. In un'Europa di cui è strettamente necessario riconoscere le radici cristiane, e che bisogna appoggiare quando tenta di divincolarsi dagli interessi statunitensi: di qui l'ultima crociata di Giovanni Paolo II, a fianco dell'Asse Parigi-Berlino, contro la guerra in Iraq (Stato oltretutto laico, come ho ricordato prima). E i tentativi di riverniciatura, ma soprattutto di bombardamento ideologico contro i nuovi potenti, con la celebre trovata del comunismo quale "male necessario". E' qui che la situazione si complica. Perché il tentativo di staccarsi dagli interessi e dalle strategie statunitensi non deve tradursi in avvicinamento alle istanze politiche alternative della sinistra europea. Non deve e non può, ed invece era questa la lettura che stava cominciando a darsi.  Le folle di giovani cattolici, dalle Acli a Pax Christi, stavano trovando un nuovo collante con i movimenti no/new global su cui il tentativo disperato di interlocuzione delle forze politiche di sinistra era forte. Sia pure di una sinistra che, proprio in nome del nuovo bacino d'utenza, era pronta a rinunciare alla lotta per la laicità, ma che pure conservava al proprio interno sacche di resistenza nostalgica non indifferenti. Riemergeva, cioè, in seno alla base della Chiesa il tentativo di dialogare con il presente fuori da schemi arcaici, cioè riemergevano le pericolose tentazioni inoculate nel corpus dogmatico dal Concilio. Quel Concilio di cui Giovanni Paolo II doveva essere l'antidoto. Ecco che, allora, alla sua morte gli subentra il suo più stretto collaboratore, quel Ratzinger che tutto incarna fuorché la discontinuità col predecessore, il quale s'incarica di proseguire il lavoro cominciato operando in primo luogo una correzione di rotta sugli esiti più recenti. Il compito del nuovo Papa è quello di far riguadagnare protagonismo alla Chiesa in funzione antiamericana ma non progressista. Un difficile ma non impossibile equilibrio. Che si prova a costruire attraverso una nuova crociata: il nemico è ciò che lega le istanze di progresso in Europa (comprese quelle positive, almeno a livello culturale) e gli interessi delle multinazionali americane: l'innovazione tecnologica, la ricerca scientifica. E così Ratzinger approda a La Sapienza. O meglio, non vi approda e nel non approdarvi porta a casa un risultato, che è quello di avere creato nuovamente una barriera forte fra i cattolici e le istanze progressive del mondo intellettuale. Media con l'Islam entrando a piedi nudi nelle moschee, ma nonchiesa5 ci riesce, tanto che in Turchia chi stampa Bibbie viene trucidato. Cerca di insinuarsi nel cortile di casa degli States, dove ormai le sette evangelicali spopolano, ma il Brasile gli dà un bel due di picche. Fomenta la rivolta anti-Zapatero in Spagna ma con risultati assai modesti. Però una base di ri-partenza solida gli è rimasta, in Italia, dove tutti i politici corrono al centro, il Partito Democratico non è più in grado di produrre documenti su questioni etiche che non siano pesantemente influenzati dalla componente cattolica (del resto col referendum sulla procreazione assistita la Chiesa aveva già sculacciato a dovere i Ds), e il dissenso degli scienziati rispetto alle bordate antiscientifiche del Papa si traduce in un grandioso Papa-day. Ecco come si fa ad opporsi alla scienza. Con la sapienza.

G. P.

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categorie: politica, chiesa, religione, sinistra, apocalisse, regime prodi
giovedì, 17 gennaio 2008

HABEMUS PAPAM

DEL SAPIENTE E DELLA SAPIENZA / 1

Di ciò che accade alla Sapienza (il celebre Ateneo romano, non la divinità che i Greci veneravano con il nome di Sophia), uno solo è il fatto che desta scandalo: che il Pontefice non sia bene accetto ovunque e senza condizioni, che non goda dell'assurdo privilegio di disporre a proprio piacimento di ogni situazione e di incombere su ogni Istituzione. Questo è l'intollerabile oltraggio, non altro: nessuna compromissione della vita democratica (che è sì compromessa ma per ben altre  ragioni) e nessun attentato alla libertà d'opinione (del papa, perché a quella di oltre sessanta docenti si può attentare senza scrupoli). Niente di realmente grave, insomma: perciò  mettiamoci un bel punto fermo sopra e lasciamo che  gli oltranzisti di un dio alto un metro e settanta gridino alla lesa maestà, tanto  prima o dopo si stancheranno pure loro. Meglio ragionare, invece, sulla politica che Benedetto XVI ha fin qui portato avanti e che va ora a schiantarsi contro l'inaudito, illiberale atto di libertà di papa 3alcuni intellettuali.

Molti si sono stupiti dell'elezione al soglio pontificio di un figuro austero, conservatore e ben poco empatico come Joseph Ratzinger, specie dopo l'epopea mediatica di Woityla, e forse hanno creduto di vedere una discontinuità fra questo e quello, una sorta di rottura o d'inversione. Quasi sempre, comunque, di involuzione. Invece io ho sempre creduto che la scelta dell'attuale Pontefice sia stata un capolavoro di coerenza. E che, a voler andare oltre la cortina dispiegata da un sapiente uso dell'immagine e dall'accorta gestione dell'emotività delle masse, si potrebbe perfino scoprire che i punti di contatto e di continuità fra questi due pontefici sono tanti. E che in definitiva Woityla e Ratzinger rappresentano due risposte del tutto analoghe ad una stessa esigenza, che è quella di arginare l'onda lunga del Concilio Vaticano II.

Tutti sappiamo che il processo messo in moto dal Concilio fu enorme: prefigurava una Chiesa che si apre al presente, sia pure attraverso i riti e i compromessi con una tradizione soverchiante. Che prende atto delle contraddizioni della modernità e tenta di pronunciare parole vive su temi sociali e culturali. Che offre al fedele la possibilità di sentirsi in qualche misura interlocutore e non solo massa di manovra. Una Chiesa che, in breve, non dà più le spalle al credente ma si lascia finalmente scrutare in volto, e che parla la lingua di chi la ascolta anziché un idioma misterioso. Non un fatto di poco conto. Ma è stata rivoluzione che ha avuto il terribile handicap di viaggiare a due velocità (anzi, direi proprio con una differita che ha finito per paralizzarla): assorbita abbastanza in fretta - e spesso in maniera convulsa - dalle oceaniche folle di credenti, ma mai pienamente metabolizzata dalla più parte del clero che, del resto, non poteva rinunciare senza lotta ad una cassetta degli attrezzi più che collaudata con cui in duemila anni s'era provveduto di potere e privilegi. E anche rimetterci le mani, dentro quella cassetta, per togliere gli arnesi troppo rugginosi e sostituirli con altri freschi di ferramenta, non era missione che molti cardinali avessero voglia di caricarsi sulle spalle in quel contesto storico. Il fatto sta che la prima risposta significativa a quel tentativo fu proprio l'elezione di un Papa - Giovanni Paolo II - che tutto poteva essere fuorché progressista, anche se molti in seguito avrebbero pensato o voluto credere che lo fosse.

Anticomunista per vocazione, egli rappresentava la testimonianza della tragedia umana consumatasi oltrecortina, ma stranamente intratteneva rapporti diplomatici e personali con papa 4Pinochet e Videla (ritenuti evidentemente meno sanguinari di Stalin).  Bastonava violentemente i teologi della liberazione, rei di aver cercato di approfondire la dimensione conciliare nel contesto disperato in cui si trovavano ad operare, appunto. E scomunicava i religiosi impegnati nel governo popolare in Nicaragua. Alla sua ombra cresceva e diventava sempre più potente ed oscura quell'organizzazione tentacolare di stampo massonico conosciuta come Opus Dei, che intanto pubblicava una ricca bibliografia tesa a dimostrare l'inconsistenza storica delle Crociate, ad attenuare non poco il mito dell'Inquisizione e a tacciare come marxista anche il reazionario più inveterato qualora avanzasse dubbi sull'assoluta integrità storica della Chiesa secondo un procedimento comunicativo che poi sarebbe stato ripreso passo per passo da Berlusconi. Non a caso il fondatore di questo astro di fondamentalismo, tale José Maria Escrivà, il cui collateralismo al regime fascista di Franco è pacifico, viene beatificato proprio dal caro Woityla che, nel frattempo, cerca di distogliere l'opinione pubblica dai propri maneggi tutt'altro che edificanti attraverso una serie di diversivi che s'intensificano in prossimità della fine della sua vita. Cioè: mentre l'Opus Dei s'affanna a costruire, sotto il suo beneplacito, una controstoria falsificante, lui si produce in plateali "mea culpa" per le responsabilità storiche del Vaticano. Chiede perdono agli ebrei per l'eventuale connivenza con i regimi antisemiti, ma negli stessi giorni la commissione di storici ebrei e cattolici istituita per l'accertamento di queste responsabilità si scioglie senza aver potuto neanche cominciare i lavori, perché agli studiosi ebrei viene impedito di consultare il materiale utile per gli studi del caso conservato negli archivi vaticani. Chiede perdono per i roghi inquisitori, ma di lì a poco promuove una massiccia campagna di demonizzazione della ricerca scientifica. Entra in luoghi di culto non cristiani per promuovere il dialogo interreligioso, fa mostra di voler intraprendere con decisione il percorso ecumenico, ma ogni volta, puntualmente, precisa che non può esistere salvezza dell'anima al di fuori dei sacramenti amministrati dal clero. Eppure ogni volta, l'effetto prodotto dalla trovata mediatica (e solo da quella) riesce ad oscurare abbondantemente la sostanza dei fatti. Intanto si dà da fare per rafforzare il culto mariano, quello certamente più sentito dagli strati meno colti della base, e mette in piedi un'enorme "fabbrica" per la produzione di santi, beati, icone con cui agganciare la sensibilità involuta ma dilacerata della maggior parte dei fedeli e darle nuovi stimoli attraverso cui poter cristianizzare inveterati residui superstiziosi (il caso di padre Pio è eclatante). Senonché, dopo la caduta del Muro, la situazione, almeno in parte, gli sfugge di mano ed il suo pontificato acquista - involontariamente - connotati politicamente sconvenienti...

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lunedì, 14 gennaio 2008

TERMOVALORIZZIAMOCI

da http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap19VIIIa.htm#eufemismi

termovalorizziamoci"Il vocabolario B consisteva di parole create deliberatamente per scopi politici, vale a dire parole che non solo avevano sempre un significato politico, ma erano precisamente intese a imporre un atteggiamento mentale, in una direzione desiderata, nella persona che ne faceva uso […] Le parole B erano sempre parole composte. Consistevano in due o più parole, ovvero porzioni di parole, combinate assieme in una forma che fosse di semplice pronuncia. L’amalgama che ne risultava era sempre un sostantivo+verbo, e si coniugava secondo le regole ordinarie […] Nessuna parola del vocabolario B era ideologicamente neutra. Gran parte erano eufemismi. Parole, ad esempio, come svagocampo (campo per i lavori forzati) o Minipax (Ministero della Pace, e cioè Ministero della Guerra) significavano quasi puntualmente l’opposto di quel che sembravano in un primo momento."
- "I principi della neolingua", Appendice a 1984 di George Orwell


Gli eufemismi ammazzano la gente, ammazzano tua madre, annientano tuo figlio, divorano adulti e bambini. Gli eufemismi raschiano l'interno di esofago e polmoni. Gli eufemismi sono cancro, buttano metastasi come ragnatele, catturano le parole, strangolano l'intelligenza finché non ti fanno morire. Letteralmente, morire.
Endlösung, "soluzione finale", fu il capolavoro tra gli eufemismi. Col tempo ha perso l'intonaco di pudicizia e ipocrisia, e si è fuso alla realtà abietta che intendeva mascherare. Gli eufemismi funzionano sul breve-medio periodo, poi cessano di essere tali. A distanza di pochi anni, nessuno usa più l'espressione "guerra umanitaria", nessuno vanta più "bombardamenti chirurgici" a colpi di "bombe intelligenti", anche "danni collaterali" è caduto in disuso. Quelle espressioni hanno ormai l'accezione negativa che erano nate per evitare.
"Termovalorizzatore" al posto di "inceneritore". Coniando il nuovo termine, si è spostato l'accento da quello che certamente rimane (residuo tossico: 1/5 di scorie, senza contare i fumi prodotti dalla combustione) a quello che presuntamente si produce (un valore, energia, vantaggio economico). Chi dice "No al termovalorizzatore!" ha già perso, perché ha accettato l'eufemismo, il frame. Discute sul terreno dell'avversario, e in apparenza si oppone a un valore, a qualcosa di "buono".
"I termovalorizzatori sono la soluzione": lo ripetono, lo cantano in coro, martellano, rintronano, tutti d'accordo erigono la grande muraglia del conformismo sul tema dei rifiuti. Tutte concordi, le voci ufficiali. Chissà perché, al dunque, le popolazioni non ascoltano, non obbediscono.
Inceneritori. Processo fondato su un principio obsoleto, di quando c'erano i miniassegni e Bill Gates era povero. Tecnologia vecchia come i neuroni di questa nazione, vecchia ma col muso impiastricciato di cerone, come i grugni della casta e dell'orribile classe intellettuale italiana.
Tecnologia vecchia fa buon brodo. E allergie, malattie respiratorie, tumori. Costi sociali. Spese sanitarie che schizzano alle stelle. Macchina energivora, ruota del karma di circoli viziosi, che deve funzionare sempre, senza sosta, ed esistendo incentiva a produrre rifiuti. La spazzatura diviene il mezzo, l'inceneritore il fine.
Esistono alternative. Concrete. Praticabili. Praticate (altrove). Pochi ne parlano [
*].
Nemmeno queste, tuttavia, sono la endlösung del problema-pattume.
La "soluzione finale" sarebbe, semplicemente, produrre meno rifiuti. Produrre meno stronzate usa-e-getta. Produrre meno, usare di più. Lo abbiamo già scritto: link
non c'è un modo "giusto" di produrre oggetti inutili.
Il problema siamo noi, non i rifiuti. Il problema siamo noi, non la camorra. O meglio: la camorra siamo noi. I discorsi sulle ecomafie sono veri e necessari, ma possono trasformarsi in diversivo. Tutti noi siamo "ecomafiosi", chi più chi meno. E' il nostro stile di vita a essere "ecomafioso", è il consumo fine a se stesso ad essere ecomafiogeno. Non c'è camorra che possa smaltire o sversare illegalmente rifiuti che non vengono prodotti, ma noi li produciamo, li produciamo eccome, e sempre di più. In Italia, +20% di rifiuti urbani per abitante dal 2003 al 2005.
E così ci ritroviamo con più packaging e pacchetti, ci ritroviamo con più sacchetti, con più imballaggio, più scatolame e barattolame e bidoname e fustiname, più flaconeria, sifoneria, tubetteria, più gadget insensati, più telefonini, videofonini, tivù-fonini da cambiare ogni sei mesi, più instant-libri di comici che invecchiano dopo un mese e non facevano ridere nemmeno da attuali, più kleenex tovagliolini salviettine fazzolettini (usa il fazzoletto di cotone, porcozzìo!), più buchette della posta intasate da decine di dépliants giganteschi di ipermercati, più bottiglie e bottiglioni d'acqua minerale anche dove l'acquedotto fa i miracoli e i rubinetti colano oro, "Sì, ma quella che compro è iposodica!", già, e mezz'ora dopo bevi il ghètoreid, o l'ènergheid, o il pàuereid, perché sei un mèntecheit!
Tutto torna, quel che semini raccogli. Consuma, sperpera, spreca, logora, getta via. La tua merda polimerica brucerà (o meglio: sarà "termovalorizzata"), i tuoi cari (o i cari di qualcuno) inaleranno, metastasi, metastasi, metastasi, tumore.
Termovalorizziamoci, giochiamo con le parole, questa è la strada, la via del futuro che abbiamo alle spalle.
Oppure c'è un altro modo: termovalorizzare chi ci governa, ci ipnotizza, ci sfrutta, ci compra e ci rivende, ci consuma.


ALCUNI LINK (TRA I TANTI POSSIBILI)

link(*) Greenpeace UK, "Gestione a freddo dei rifiuti. Lo stato dell'arte delle alternative all'incenerimento per la parte residua dei rifiuti municipali", 2003, traduzione italiana del 2005. PDF, 716k.
link
Greenpeace e la gestione dei rifiuti urbani. Dossier sulla situazione italiana, luglio 2007. PDF, 101k.
link
Medicina Democratica et al., Relazione tecnica contro l'inceneritore a Ferrara, luglio 2007. PDF, 293k.
link
Fabio Matteo, Dialettica dei rifiuti, nazioneindiana.com, 6 gennaio 2008
link
www.inceneritori.org (c'è anche una devastante confutazione di Veronesi e Foà)

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categorie: politica, globalizzazione, sinistra, comunicazione, apocalisse, mondezza, regime prodi
giovedì, 20 dicembre 2007

Modernità come trionfo e sconfitta della ragione.

Appunti sparsi ed inorganici per una improbabile lezione di filosofia.

 

toppi2Nessuna coscienza onesta può nascondere a se stessa quanto profonda e corrosiva sia la crisi culturale che attraversa il nostro tempo. E che ancora non accenna a volersi trasformare in un travaglio che sia doloroso, sì, ma infine fecondo. Una transizione da cui germoglino nuovi traguardi di civiltà. Ci sono dei limiti in questa modernità: sarebbe perfino banale dirlo se non fosse che, a quanto pare, molti non se ne sono accorti, forse perché scoprire il limite dei limiti di una fase tutta declinata per imperativi ed escludenze significa rimettere in discussione dalle fondamenta l’ottimismo che la ha sostanziata. E perché oltre quell'ottimismo quasi mitologico la ragione lascia nel vuoto un inflazionante numero di domande cui corrisponde una sempre più esigua quantità di risposte.

Se volessimo definire l’inquietudine in cui si è costruito l’ultimo scorcio del Novecento europeo (che pure di quella modernità esaurita ha potuto raccogliere solo sparute sopravvivenze), dovremmo forse partire da uno in particolare fra i disperati sensi della ricerca – esistenziale prima che speculativa – del pensiero contemporaneo, che è il tentativo di ristabilire un rapporto armonico tra l'Uomo, soggetto conoscente ed autocosciente, e la Natura, oggetto inconsapevole ma non perciò ontologicamente inferiore. Questo obiettivo, piuttosto ambizioso e perseguito con forza anche nel campo delle arti visive, permea la produzione intellettuale almeno negli ultimi due secoli con intensità sempre maggiore. E diventa un rovello pervasivo nella misura in cui la sua necessità è resa stringente da una ininterrotta serie di delusioni che nel frattempo l'immaginario registra: il fallimento dello sforzo hegeliano di ordinare organicamente il reale sotto la razionale astrattezza di un onnicomprensivo mosaico; la scoperta esistenzialista dell'individuo che soccombe sotto il peso delle proprie contraddizioni; il crollo dell'ultimo sogno umanista e del mito del progresso, sepolti sotto gli orrori della storia; la "morte di Dio" e della fine di ogni certezza. E nel mentre avanza la convinzione, tipica del nostro tempo, secondo cui niente di Bello o di Vero potrebbe venire alla luce nella coscienza umana se non in improvvisi attimi epifanici, puntualmente intrisi di disperazione, angoscia, nausea. E' celebre, ma in qualche modo anche paradigmatica, l'idea montaliana che concepisce la Natura nel ruolo di un nemico della coscienza – ma già l’eredità del modernissimo pessimismo leopardiano è eloquente – e la scoperta dell'Assoluto come frutto di uno "sbaglio di natura", come l'improvviso rinvenimento del "punto morto del mondo", dell’ "anello che non tiene" intravisto soltanto approfittando di qualche rarissima distrazione dell'ordine naturale che invece è normalmente avaro di rivelazioni.

O, d’altra parte, si fa strada l’affermazione della scienza come fonte che esaurisce in sé stessa (come qualcosa d’altro dall’elaborazione filosofica che è sempre e comunque tentativo di visione dell’intero) le possibilità della conoscenza.

Forse è rischioso affermare che l’illuminismo sia da considerarsi quale prima manifestazione compiuta dello spirito moderno (che è spirito capitalistico e borghese), ma non ci allontaneremmo troppo dal vero se riprendessimo  la celebre affermazione kantiana secondo cui l'illuminismo segnò e rappresentò l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità entro cui era stato per lungo tempo relegato. Gli ideali di cui si animano le rivoluzioni borghesi (quelli dell’eguaglianza e della libertà degli esseri umani che sanciscono la fine di un sistema di valori fondato sulla nobiltà di sangue) certamente trascendono gli scopi politici per cui vennero (efficacemente) utilizzati. Anche quando si fermano, nella loro prima elaborazione, a definire aspetti formali di un nuovo modo di concepire i rapporti sociali, pure contengono in se stessi il germe di un più profondo ed estremo inveramento.

E’ la potenza illuminante della ragione il “proprium” dell’essere umano, ed è ciò che rende possibile all’uomo prendere in mano il proprio destino senza relegare ad altri il compito di mostrargli la via da seguire. Ed è la ricerca delle potenzialità e dei limiti della ragione il rovello attorno a cui si costruirà il criticismo kantiano, la grandiosa cerniera fra illuminismo ed idealismo.  A conclusione della sua prima critica, il filosofo di Koeninsberg afferma l’impossibilità di una metafisica in quanto scienza – afferma cioè che la ragione pura teoretica non può conoscere l’oggetto nella sua vera essenza, come "noumenon", ma solo per ciò che di sé offre come "phainomenon", cioè, in breve e volgare sintesi, per ciò che appare. Ma è pur vero che proprio Kant compie con la cosiddetta “rivoluzione copernicana” un passo di grandissima portata: afferma cioè che, se la ragione non crea il mondo, in quanto appunto non ne conosce l’essenza, tuttavia vi può introdurre i propri principi. Scrive (e il passo è celeberrimo): “Quando Galilei fece rotolare le sue sfere su di un piano inclinato con un peso che lui stesso aveva scelto, e Torricelli fece sopportare all’aria un peso che egli stesso sapeva già essere uguale a quello di una colonna d’acqua conosciuta, e, più tardi, Stahl trasformò i metalli in calce e questa di nuovo in metallo togliendovi o aggiungendo qualche cosa, fu una rivelazione luminosa per tutti gli investigatori della natura. Essi compresero che la ragione vede solo ciò che essa stessa produce secondo i suoi disegni e che, con principi dei suoi giudizi secondo leggi immutabili, deve essa entrare innanzi e costringere la natura a rispondere alle sue domande, e non lasciarsi guidare da lei, per così dire, con le redini… E’ necessario dunque che la ragione si presenti alla natura avendo in mano i principi secondo i quali soltanto è possibile che i fenomeni concordanti abbiano valore di legge, e nell’altra l’esperimento che essa ha immaginato secondo questi principi: per venire sì istruita da lei, ma non in qualità di scolaro che stia a sentire tutto ciò che piaccia al maestro, ma di giudice che costringa i testimoni a rispondere alle domande che egli loro rivolge”.

Il limite della ragione teoretica sarà poi parzialmente compensato dalla ragione pratica – che fa dell’uomo non soltanto un soggetto conoscente ma anche in grado di determinare la volontà e l’azione morale – ma vi resta comunque come drammatica lacerazione la distinzione tra un’essenza inconoscibie attraverso le intuizioni della sensibilità e le categorie dell’intelletto, ed una realtà empirica che sola può subire l’azione legislatrice della ragione umana. Di qui il filosofo anche assume la nozione di dialettica in senso sostanzialmente negativo, poiché quando il pensiero – inesorabilmente limitato alla conoscenza del solo fenomeno – cerca di valicare i propri limiti, cade in errori che, essendo inevitabili, rispondono ad una precisa logica e generano quella “arte sofistica di dare alla propria ignoranza, alle proprie volontarie illusioni, la tinta della verità” che è appunto la dialettica.

E’ sostanzialmente su questo piano che l’idealismo tedesco, con la “Dottrina della scienza” fichtiana nelle sue molteplici edizioni, e più segnatamente con Hegel, si propone come superamento del criticismo kantiano, di cui pure è figlio. Il Soggetto, l’Io idealistico riesce a superare i limiti del sensibile in quanto si pone come creatore del Non-Io, cioè del mondo, e da qui si origina la grandiosa epopea dello Spirito, il quale assume in sé e trascende il toppi8concetto di ragione, verso la totale e definitiva libertà, ed il suo andare diviene così, invece, dialettico. Sarà soprattutto Hegel, come è noto, a reinnestare sul tronco del pensiero occidentale il germe della dialettica, del movimento scientifico in cui si conclude ogni fase della storia umana, che tanta importanza avrà per lo sviluppo del marxismo). Nel triplice movimento di tesi, antitesi e sintesi si consuma anche la parabola dell’uomo che si solleva faticosamente dal proprio iniziale stato di naturalità (e bestialità) per affermarsi in quanto coscienza e ritornare in sé finalmente quale soggetto conoscente e agente. La modernità si presenta proprio come culmine di un processo dialettico che non si è compiuto con la rivoluzione borghese del 1789: la modernità si distingue rispetto all’antichità perché realizza l’importanza dell’individuo inteso come soggetto libero e consapevole, non più totalmente assorbito dalla dimensione collettiva, ma la rivoluzione francese, che pure scopre la potenza della libertà soggettiva ed individuale, ne sa sprigionare soltanto l’aspetto distruttivo, quello del Terrore. E lascia all’evo moderno la missione storica di inverare la dialettica della libera soggettività, guida e anima di libere istituzioni. Hegel ricompone così in sostanza l’opposizione fra aspetto materiale e aspetto formale della conoscenza (che Kant aveva, come si è visto, mantenuto ben distinti) e ricerca nella storia dello Spirito la più genuina forma della verità che non può che essere il sistema scientifico della verità stessa.

I principali esiti dell’hegelismo sono conosciuti: da una parte il marxismo che, attraverso il materialismo storico pur alimentato da un critica serrata ad Hegel, coglie l’elemento innovativo della dialettica. E lo coglie per elaborare un sistema teorico che spieghi e giustifichi la possibilità del superamento (appunto di un hegeliano “Aufhebung”) del sistema presente. Dall’altra l’evoluzione neoidealistica rappresentata in Italia, ed in buona misura in Europa, dalla soverchiante figura del Croce. E noti sono anche gli errori di valutazione di quest’ultimo rispetto a cogenti processi storici, quali l’affermazione del fascismo da lui liquidato in un primo tempo come una parentesi insignificante ed incapace di incidere nel cammino glorioso verso il traguardo della libertà.

Ma già prima del consumarsi della prima guerra mondiale, che avrebbe introiettato nel pensiero europeo una serie di elementi diffusamente irrazionalistici ed una generale sfiducia verso i modelli elaborati dal pensiero precedente - ivi compresa la tendenza di una parte non trascurabile degli intellettuali a subire il fascino della classica torre eburnea e, appunto, la possibilità di ascesa delle aberrazioni fasciste), la modernità in qualche modo eleva quello che potrebbe considerarsi il suo canto del cigno. Che porta il marchio profondo e audace del nichilismo di Nietzche. Nel suo intenso anelito alla riscoperta della vita (che ritiene ormai inibita da una storia saturante), nell’invito all’agire non storico, all’oblio, nella presa d’atto della morte di Dio e nella concezione tragica della vita (ritorno ad una classicità tradita da Socrate e da Euripide), egli rimette in discussione fino dalle radici il pensiero tedesco moderno, senza tuttavia portare questa critica ad esiti costruttivi.

Con Nietzche cade la distinzione fra essenza e apparenza, fra "noumenon" e "phainomenon" su cui era venuta fondandosi la filosofia kantiana e a cui non erano stati insensibili gli sviluppi dell’idealismo fichtiano ed hegeliano. Erra la ragione quando crede che oltre le apparenze si celi la verità, inattingibile o meno, della "cosa in sé". E si mostra troppo umana proprio quando rincorre l’illusione del sovrumano.

“Il mondo vero, inattingibile. Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto anchetoppi4 sconosciuto. Di conseguenza neppure consolante, salvifico, vincolante: a chi ci potrebbe vincolare qualcosa di sconosciuto? (Grigio mattino. Primo sbadiglio della ragione. Canto del gallo del positivismo). Il mondo vero, un’idea che non serve più a niente, nemmeno più vincolante, un’idea divenuta inutile quindi confutata: eliminiamola!… Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? Forse quello apparente? … Ma no! Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente”. Così, in un capitolo del “Crepuscolo degli idoli” intitolato “Come il mondo vero finì per diventare favola. Storia di un errore”. La metafisica diviene illusione, la scienza ritrova la propria funzione positiva nell’esercizio del dubbio. La dimensione esistenziale si pone di nuovo sui passi della propria capacità di progettarsi, alla ricerca di una nuova filosofia, della filosofia del mattino.

 

Gavino Piga

- articolo pubblicato su “Mondo Nuovo” n.3/2005

- disegni di Sergio Toppi

 

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categorie: filosofia, ragione, apocalisse, modernità
venerdì, 14 dicembre 2007

APOCALISSI / 2

(2/segue) Per rimanere al caso iracheno, ad esempio, è piuttosto inverosimile che l’occupazione americana possa risolversi con l’effettivo stabilirsi di un governo democratico (d’altronde, non tutto può essere “esportato” assieme alle merci), anche perché “se si vuole una stabilità politica funzionale agli interessi americani” – come nota Valentini in questo saggio – “Saddam deve essere sostituito con un altro sunnita, il che significherebbe che la gerarchia tribale sunnita si riaffermerebbe e ci si ritroverebbe, con molta probabilità, con un regime simile a quello che si è destituito con la forza delle armi”. E comunque, semmai fosse praticabile questa via, non s’andrebbe oltre quel tipo di governo borghese che, come la definizione di “democrazia” data da Marx ed Engels chiarisce, si riduce a chiamare il popolo affinché scelga, allo scadere di un dato periodo, da chi voglia essere oppresso: è chiaro, infatti, che solo una classe borghese disposta a sacrificare il comune benessere per assicurarsi l’appoggio dell’Occidente attraverso una politica di totale e devastante subordinazione, potrebbe trovare il favore degli americani e sperare perciò di non essere oggetto di ulteriori interventi.

Del resto, posto che l’alternativa fra modelli politico-istituzionali, almeno in questi termini, è palesemente falsa, come ho cercato di mostrare, quale sarebbe allora il discrimine che separa l’«impero del bene» dalla satanica congiura del male?

Anche il fondamentalismo – che sembra essere prerogativa soltanto e per intero di quella metà del mondo che proprio perciò viene descritta con l’assolutizzante categoria del “male” – non è un fenomeno necessariamente legato al rifiuto della modernità, al progetto oscurantista di mantenimento di uno stato di cose materialmente arretrato, dato che esistono espressioni fondamentaliste – non meno pericolose e niente affatto marginali – che non solo riescono a coniugarsi alle “progredite” civiltà occidentali, ma si sposano talmente bene al nostro sistema da costituire un asse portante del suo edificio ideologico. Anzi, è proprio il caso statunitense ad offrirne l’esempio più emblematico: in questa Nazione, nata dall’epopea messianica dei padri pellegrini – e della loro coraggiosa conquista della terra promessa da dio in cui istituire finalmente un ordine superiore (!) – e cullatasi nell’illusione puritana e millenaristica d’essere sede del nuovo popolo eletto, è stato possibile che le frange più integraliste del fondamentalismo revivalista di matrice evangelicale stringessero la loro ferrea alleanza con la nuova destra e adattassero la strategia di difesa dei principi cristiani al sostegno dell’economia liberista, alla crociata anticomunista, al forte nazionalismo. Per non ricordare che lo stesso termine “fondamentalismo” nasce per indicare la strenue e intollerante affermazione dei dogmi cristiani – “the fundamentals” – ad opera di alcuni teologi nordamericani.

Proprio su questo dato culturale si innesta la rozza opera propagandistica di Bush e dei suoi fiduciari – non a caso quasi tutti formati a quella scuola e fedeli parrocchiani di qualche congregazione di area evangelica – perché si comprende che un popolo che si presume oggetto di una speciale vocazione ha anche un proprio particolarissimo modo di metabolizzare l’aggressione esterna. Essa viene interpretata, alla luce di questa elezione, come prova inscritta nel proprio superiore destino, nella convinzione che le forze del male tentano di impedire il corso dei disegni divini colpendone lo strumento privilegiato, e che dio assecondi un tale sabotaggio nell’intento di indurre il proprio popolo ad una maggiore fedeltà e costanza. Su questa favola gli Ebrei hanno costruito una millenaria interpretazione delle loro sventure storiche: agnelli portati al macello in nome del privilegio/maledizione di essere stati prescelti dalla divinità. Sarebbe questo, insomma, il prezzo da pagare nella lotta contro gli ostili presìdi delle tenebre – un modulo tipicamente biblico. Non a caso, infatti, anche nel “The National Security Strategy of the United States” la diabolica minaccia del terrorismo viene fin da subito messa in relazione alla bontà e alla superiorità, anche morale, del modello statunitense.

D’altronde, non si deve dimenticare che la destra cristiana fondamentalista ed antiabortista negli Usa ha dimostrato, proprio all’indomani dell’11 settembre, di essere incline a metodi terroristici, facendo sprofondare l’intero paese nell’incubo dell’avvelenameno da antrace e approfittando della situazione di debolezza in cui lo Stato si trovava (e poi, oltretutto, è poi così distante la stessa tattica del “colpisci e terrorizza”, attuata durante i bombardamenti in Iraq, dalla strategia di destabilizzazione fondata sul terrore che sta all’origine degli attentati?).

        Non intendo certamente negare le differenze culturali che senza dubbio esistono fra Occidente ed Oriente – posto che, per semplificare e comprendersi, possano essere utilizzate queste due categorie, a loro volta puramente indicative e niente affatto esaustive della profonda eterogeneità che al loro interno si registra – ma quel “fondamentalismo degli oppressi” da cui l'Asia è oggi invasa altro non è che una risposta di fatto universalistica alla spinta imperialistica – e, culturalmente, altrettanto universalistica – delle potenze occidentali.

    vauro2

Una durissima lotta contro l’imperialismo: ecco l’unica strada davvero feconda, per tutte le ragioni che ho cercato di illustrare. Perciò, alla resa dei conti, il nodo delle questioni torna a noi – comunisti del ventunesimo secolo – e alla nostra reale capacità d’iniziativa.

         Credo che il dilemma ormai classico entro cui il movimento comunista occidentale è stato chiamato a confrontarsi – spesso avvitandocisi, soprattutto nell’ultimo decennio – che si riassume nell’alternativa fra apertura e definitivo sconfinamento nel più ampio orizzonte antagonista da una parte, e mantenimento di una propria autonomia teorica, politica ed organizzativa dall’altra, venga drasticamente ridefinito proprio dagli eventi seguiti alla “escalation” militare degli Stati Uniti. L’opzione dello snaturamento in un fronte più ampio e quantomai variegato ha già dato il suo esito nell’inevitabile subalternità dei comunisti, rei di un peccato originale interiorizzato a tale punto da cercare salvezza in tutto quanto si presenti come “nuovo” ed abbia una parvenza di aggressività anticonformista (mi riferisco alla rovinosa esperienza di Izquierda Unida ma anche alla Sinistra alternativa scandinava, al Synaspismos greco). Lo stesso evolversi in questi mesi del movimento per la pace, in cui sono confluiti per molta parte i cosiddetti “no global” ma anche molti moderati, ha dimostrato quanto sia preziosa un’autonoma presenza comunista che sappia mantenersi tale, pur senza settarismi.

Altrimenti, chi avrebbe spinto la battaglia fino all’esplicita richiesta della smilitarizzazione del paese in un momento in cui ancora era difficile, anche nel mondo antagonista influenzato dalle nefaste farneticazioni negriane sull’impero, trovare ampie convergenze su una lotta per lo scioglimento della Nato? 

Soprattutto, abbiamo scongiurato il pericolo di una involuzione moderata del movimento, che soffocasse il fondamentale anelito alla trasformazione che gli aveva dato vita e garantito incisività, mentre diversi esponenti della più greve socialdemocrazia europea hanno tentato di approfittare dell’enorme varietà di posizioni e culture, confluite in un generale rifiuto del neoliberismo, per esercitare un’influenza che potremmo dire “egemonica”, ma nel senso più banale del termine: se, oggi, il movimento per la pace, col suo “no” alla guerra “senza se e senza ma”, riesce a coagulare in sé un panorama ancora più largo di consensi, è forse anche merito di chi dall’interno, attraverso un’autonoma capacità propositiva, ha agito affinché quella straordinaria radicalità fosse mantenuta e sviluppata.

Dunque, i comunisti: chiamati ad agire a trecentosessanta gradi, chiamati ad un confronto sempre aperto che non può però fare a meno del richiamo identitario.

E ancora condivido l’ipotesi di Valentini, che individua come terreno privilegiato nella nostra azione un’Europa attualmente incerta fra il reverenziale adempimento della propria “vocazione” filoatlantica e l’affermazione di sé quale blocco imperialistico capace di un ribilanciamento degli equilibri globali. Perché l’Europa – che oggi rappresenta il principale sostegno, a tutto svantaggio dei propri interessi, di un’economia in profonda crisi quale quella americana – già viene individuata, nei vari documenti riservati che improvvisamente, ma ciclicamente, sfuggono ai controlli della Casa Bianca, come potenziale pericolo e, di conseguenza, avversario e forse nemico in un futuro non saprei dire quanto prossimo o quanto remoto (magari già nel presente…), e perché essa rappresenta, in virtù di un retroterra storico e culturale (talvolta anche troppo magnificato), un possibile scenario ideale per l’affermarsi di terreni più avanzati di lotta e di nuove conquiste sociali.

        

            Tutto dipende dalla nostra capacità di immaginare e promuovere la transizione.

         Gavino Piga

         Sassari, 18 maggio 2003

          

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categorie: politica, comunismo, globalizzazione, sinistra, comunicazione, europa, apocalisse, regime prodi
martedì, 27 novembre 2007

-apocalissi-

Le origini dell’Europa: La bandiera

Il Laboratorio Politico Occitano www.paratge.it propone un'originale (e secondo me non del tutto campata per aria) lettura della bandiera europea... A proposito di subdole infiltrazioni confessionali nei simboli di una struttura politico-economica che si dice moderna e dovrebbe aspirare alla laicità... Questo post inaugura una serie di interventi - miei e/o di altri - sulle origini, la natura e l'influenza del sistema di potere vaticano e sui suoi non innocenti miti, a partire da quello apocalittico, tanto in voga di questi tempi (e sulla cui simbologia anche gli amici occitani qui brevemente si soffermano).

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Ogni struttura di potere, ogni religione, ogni organizzazione, ogni civiltà, hanno simbologie proprie che li caratterizzano e li identificano e in cui si riconosce la loro identità collettiva, normale perciò che l’Europa, fin dall’inizio del suo percorso storico, si sia dotata di tutti quei simboli che la caratterizzano come entità politica.
Sono stati scelti l’inno, tratto dall’ultimo movimento della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven, il nuovo motto “uniti nella diversità”, preparato per accogliere i paesi dell’Est che hanno storie radicalmente diverse da quelle degli stati fondatori ed è stata individuata la data del 9 maggio per Festa dell’Unione, perché fu il 9 maggio del 1950, con la dichiarazione di Robert Schuman, che i governi dei principali stati del vecchio continente, nel pieno della guerra fredda, stabilirono un’intesa per impedire nuovi conflitti in Europa.
Infine e c’è la bandiera, il vessillo blu con dodici stelle (ora dorate, ma inizialmente bianche) allineate a intervalli regolari lungo un cerchio centrato in essa.
Tutti questi simboli sono stati confermati il 10 luglio scorso a Bruxelles quando è stata distribuita la bozza definitiva della Costituzione Europea, compresa la bandiera, che aveva dodici stelle quando gli stati che l’hanno scelta erano solo sei e che continuerà a averne dodici anche con l’ingresso delle nazioni dell’Est.
In quel contesto la mancata menzione delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione ha provocato polemiche sul piano politico e la formale protesta della Santa Sede, ma a ben vedere il richiamo al cristianesimo è presente proprio sul simbolo per eccellenza, sulla bandiera (1) perché quelle dodici stelle provengono dal culto della Vergine Maria e sono svincolate dal numero degli stati aderenti.
Ma veniamo alla sua storia. Il primo Consiglio d’Europa si costituì a Strasburgo nel 1949, allora esso era un organismo poco più che simbolico, che aveva l’obiettivo di “porre le basi per una auspicata federazione del Continente” e l’anno dopo bandì un concorso di idee, aperto a artisti europei, per individuare la comune bandiera.
La gara fu vinta dal bozzetto presentato da un artista allora poco noto, Arsène Heits: dodici stelle bianche disposte in cerchio su sfondo blu.
I colori, bianco e blu, colpirono il presidente della commissione giudicatrice, l’ebreo Paul M. G. Lévy, che vide probabilmente in essi un richiamo alla bandiera del neonato Stato d’Israele, bianca e blu appunto.
Il numero dodici, poi, creava un ponte tra le due fedi, questo numero compare più volte nell’antico e nel nuovo testamento, dodici i figli di Giacobbe e le tribù di Israele, dodici gli apostoli di Gesù, dodici, come le porte della Gerusalemme Celeste, le edicole in San Giovanni, l’antica basilica lateranense cattedrale di Roma.
Le origini delle dodici stelle della bandiera vanno cercate con questa chiave di lettura: esse sono legate al culto della Vergine Maria e all’Apocalisse.
Arsène Heits, come migliaia di cattolici di allora e di oggi, aveva al collo la cosiddetta “Medaglia Miracolosa” e da essa trasse lo spunto per il bozzetto della bandiera.
Questa medaglia era stata coniata dopo l’apparizione della Madonna a Catherine Labouré nel 1830: fu la Madonna stessa che indicò alla religiosa di rappresentare sulla medaglia le dodici stelle della corona posta sul capo della donna dell’Apocalisse (2) e Bernardette Soubirous portava la “Medaglia Miracolosa” legata al collo con uno spago l’11 febbraio 1858, quando le apparve per la prima volta la Signora che era vestita di bianco e blu.
Il bozzetto della bandiera piacque alla commissione tutta, anche se ci furono inizialmente discussioni sul numero delle stelle. Perché 12 quando gli stati fondatori erano solo 6? Perché farle restare 12 anche in seguito?
Arsène Heits alla commissione non svelò la provenienza biblica del simbolo (lo ammise solo in seguito), ma sostenne che il 12 era, per la sapienza antica, un “simbolo di pienezza”, questa lettura allora passò e questo numero e stato confermato ancora recentemente, “Il numero 12 simboleggia, da sempre, la perfezione e l’unità ed è inamovibile indipendentemente dal numero degli stati che entreranno a far parte dell’Unione”.
Nessuna affinità con il numero delle stelle della Old Glory, la bandiera degli Stati Uniti d’America, là un laico richiamo al numero degli stati confederati, qui invece un esplicito riferimento alla fede cristiana.
Per finire un’ultima notizia, che per i credenti può essere oggetto di riflessione e per gli altri invece può essere catalogata come una di quelle argute “astuzie della storia” di cui parla Hegel.
Il 25 ottobre 1955, l'Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa scelse all'unanimità l’emblema di colore azzurro, raffigurante un cerchio di dodici stelle d'oro; l’adozione ufficiale della bandiera fu sancita poi con una solenne cerimonia, messa a calendario tenendo conto esclusivamente degli impegni dei politici che componevano il Comitato dei Ministri e che si svolse l’8 dicembre del 1955, festa dell’Immacolata Concezione, giorno che per tutti i leaders coinvolti era casualmente libero da altri impegni..
Nella risoluzione adottata nell'aprile 1983, il Parlamento Europeo raccomandò di utilizzare come bandiera comunitaria quella creata dal Consiglio d'Europa nel 1955. Il Consiglio Europeo, nel giugno 1984, in occasione della sua riunione di Fontainebleau, sottolineò la necessità di promuovere l'immagine dell'Europa tra i cittadini e nel mondo e nella riunione di Milano del giugno 1985 propose alla Comunità di scegliere come emblema quello scelto l’8 dicembre 1955, cosa che avvenne all’inizio del 1986.
Da allora sia il Consiglio d'Europa che la Comunità Europea (e, dopo l'entrata in vigore del trattato di Maastricht, l'Unione europea) si riconoscono in una sola bandiera, che è diventata il simbolo per eccellenza dell'identità europea e delle sue istituzioni.
Ci saranno ancora e sicuramente discussioni sulla opportunità o meno di far menzione al Cristianesimo nel preambolo della Costituzione europea, ma la presenza di un simbolo che fa riferimento alla religione nel luogo sacro per eccellenza anche a una lettura laica, sulla bandiera, è ormai cosa fatta.
Non è la prima volta che questo accade in Europa, c’è un precedente illustre e proviene da un tempo in cui il culto della Vergine non si era ancora affermato, anche in questo caso però ci si riferì all’Apocalisse, non alla donna con un diadema di 12 stelle, ma alle 12 porte della Gerusalemme Celeste.(3).
Una simbologia legata alla fede cristiana e proveniente dalle sacre scritture è stata ripresa e riportata su una bandiera all’inizio del secondo millennio, sulla bandiera occitana.
In essa i quattro assi della croce raggiungono, divergendo nei vertici, 12 cerchi disposti in circolo in modo perfettamente sovrapponibile alle stelle della bandiera europea.
Quei dodici cerchi rappresentano le dodici porte della Gerusalemme Celeste (“E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla” (3)) mentre la croce disegnata al loro interno rappresenta gli assi ortogonali di quella città (la stella a sette punte in alto a destra è stata aggiunta in un secondo tempo, è una “preda di guerra” proveniente dalle crociate).
La simbologia del “12” presente sulla bandiera dei Conti di Tolosa è riconducibile alla stessa fonte biblica a cui fanno riferimento le 12 stelle dell’Europa, all’Apocalisse e in qualche modo le due bandiere sono un ponte fra ebraismo e cristianesimo, tra antico e nuovo testamento.
Allora come ora il legame profondo tra le strutture di potere religioso e laico, intese come le componenti fondamentali di una civiltà, aveva portato a emergere e a comparire a livello di vessillo una simbologia che abbracciava l’insieme del sentire collettivo.
Anche il motto dell’Europa attuale, “Uniti nella diversità”, calza a pennello alla civiltà occitana del X – XII secolo, un ponte ideale unisce a distanza di un millennio due mondi che hanno molti tratti caratterizzanti perfettamente sovrapponibili e questo ponte può essere rappresentato dallo sventolare sincrono di due bandiere che hanno origini comuni.

 

Mariano Allocco

1) Vittorio Messori – pag. 27 Corriere della Sera 14 luglio 2003 (che ripropone un’inchiesta già pubblicata nel ’95 su Famiglia Cristiana);
2) Apocalisse - Capitolo 12 - [1]Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle;
3) Apocalisse – Capitolo 21 - La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d`Israele. 12A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell`Agnello……21 E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla.

 

 

 

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categorie: globalizzazione, europa, apocalisse

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