Stanze Distanze Transumanze

adiacenze e dintorni
sabato, 25 ottobre 2008

COME SI COSTRUISCE UN PRESIDENTE

PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008 / 2

Continua la rassegna stampa (accumulo disinibito e disorganico di materiali e opinioni) su come cambia non l'America ma il modo di fare campagna elettorale in America (perfida differenza) e sul vero protagonista mediatico delle presidenziali, Barack Obama. Dalle chiese storiche, spostiamo l'obiettivo verso i bloggers e i tanti pellegrini della rete con l'articolo che segue, scritto all'inizio della campagna elettorale ma non perciò meno interessante ai nostri fini. Il pezzo è a firma dell'acutissima commentatrice Antonella Napolitano (visitate il blog http://svaroschi.blogspot.com) ed è tratto da www.apogeonline.com, dinamico web-zine d'informazione nella e sulla rete.

obama2

La lezione di Obama

Carisma e uso intelligente della Rete: il neo candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti ha scommesso su un network di attivisti che lo ha sostenuto in modo creativo in ogni possibile canale. E a suon di folle e finanziamenti record, l'outsider ha conquistato la scena anche sui mass media. Inevitabile. Era la parola che fin dal 2007 veniva usata per definire la nomination di Hillary Clinton. Tempo di arrivare alla primavera del 2008 e lo stesso giudizio era più spesso utilizzato a favore del suo principale avversario, Barack Obama. Ora che il senatore afroamericano ha in mano la nomination democratica per le elezioni americane di novembre, è tempo di ragionare su quanto Internet sia un fattore del suo successo inaspettato.

I candidati non hanno più il controllo esclusivo dei messaggi che inviano al pubblico di potenziali elettori: con la diffusione della Rete, chiunque può produrre e diffondere contenuti, erodendo l’esclusiva delle fonti tradizionali. Questo passaggio epocale per la comunicazione politica era in qualche modo dato per acquisito nel messaggio cardine della campagna elettorale di Obama: il cambiamento passa per la possibilità di ciascuno di agire e avere un impatto, confidando nella collaborazione tra le persone. David Plouffe, responsabile della campagna elettorale, ha saputo tradurre questo concetto in una efficace gestione della presenza online del candidato, il cui network permetteva a chiunque di creare un profilo personale, gestire un blog, organizzare attività di sostegno alla campagna e promuovere la raccolta di fondi nella propria rete sociale. Lo staff di Obama ha presidiato tutti i social network più popolari, ma soprattutto ha favorito l’uso degli stessi da parte dei suoi sostenitori. Nel raccontare le primarie, i mass media hanno dato particolare risalto alla straordinaria quantità di donazioni raccolte online da Barack Obama e alla scelta di puntare molto sulla raccolta di offerte di piccola entità. Piuttosto che organizzare pochi appuntamenti con sostenitori molto facoltosi, lo staff di Obama ha puntato su una miriade di eventi e occasioni di incontro in grado di motivare e dare spazio ai tanti piccoli finanziatori disposti a credere nel candidato outsider. L’ampliamento della base ha portato risultati che sono sotto gli occhi di tutti: 270 milioni di dollari raccolti, una cifra senza precedenti.

I sostenitori diventano la notizia

Grassroots, l’azione collettiva che parte dal basso, è una parola che ha una storia importante negli Stati Uniti. Risale alla fine del diciannovesimo secolo, ben prima della nascita di Internet, e ha una connotazione di autenticità, che lo distingue dalle dinamiche gerarchiche istituzionali e di partito. Presuppone un rapporto diverso tra il candidato e il suo sostenitore: il primo è in qualche modo espressione del secondo e vi fa appello per la sua partecipazione attiva in favore della campagna. «La parola grassroots esprime una speranza e pone una domanda. Ritaglia uno spazio per parlare delle persone come attori politici in una comunità, anche se non spiega esattamente come ciò debba accadere», scrive Zephyr Teachout, già consulente per la campagna di Howard Dean, nel 2004. Questo elemento di potenziale indeterminatezza diventa un fattore chiave di successo in un contesto in cui la Rete mette a disposizione la possibilità di miscelare, reinventare, adattare dati e informazioni. Il materiale è nelle mani del singolo individuo, che può utilizzarlo nel modo in cui crede producendo output originali e spesso imprevedibili. Che si tratti di un manifesto o di un video in cui si fa remix tra un discorso di Obama e alcuni spezzoni di un film di Bollywood, la strategia di lasciare libera iniziativa ai sostenitori del candidato è stata un fattore chiave per far circolare la figura di Obama e il suo messaggio, rendendoli popolari.

«Le campagne di successo provocano molto rumore da parte dei sostenitori che parlano del candidato. Questa diventa “la storia” per i mass media», sostiene Patrick Ruffini, consulente repubblicano. Spesso infatti è stata la folla che circondava Obama, negli eventi dal vivo ma anche in Rete, a diventare la notizia per le grandi testate giornalistiche che hanno seguito e raccontato le primarie, più ancora dei suoi contenuti. Una differenza importante, se si considera che il programma di Obama e quello della senatrice Clinton non erano poi molto diversi tra loro.

Il ruolo di YouTube

obama3Da un paio d'anni esiste una categoria di gaffe di politici che prende il nome di macaca moment. Trae spunto da un episodio che vide protagonista George Allen nel 2006: il candidato repubblicano al Senato per lo stato della Virginia definì macaco un videomaker indiano che stava riprendendo un comizio per conto del suo avversario. Il video, inserito su YouTube, scatenò molte proteste per l'appellativo implicitamente razzista. Allen si scusò e affermò di non conoscere il significato della parola, ma l'episodio gli costò tutta la credibilità acquisita come ex governatore dello stato e gli fece perdere un'elezione per cui sembrava il favorito. La sovraesposizione mediatica dei candidati e la possibilità di immortalare momenti potenzialmente imbarazzanti e condividerli in Rete è un pericolo a cui gli staff dei candidati sono molto attenti, specie in competizioni di questa rilevanza.

Ma al di là della capacità di denuncia di episodi sgradevoli, di strumenti come YouTube si trascura spesso il ruolo positivo, ovvero la possibilità di fornire un punto di vista che l’informazione mainstream non è in grado di passare per peculiarità del formato, per mancanza di tempo o per valutazioni legate alla notiziabilità. Un esempio interessante viene da un discorso tenuto da Obama in una sinagoga della Florida: l’incontro ebbe una modesta copertura mediatica e dal racconto che ne fece il New York Times emergeva l’impressione di un’accoglienza tiepida. Un’impressione confutata in breve dai video pubblicati dai sostenitori presenti all’incontro, che testimoniavano di un intervento attento e rilassato, sostenuto da applausi fragorosi, come racconta Micah Sifry, consulente politico e attento osservatore della campagna elettorale 2008, sul blog TechPresident. Quello che ieri non si poteva fare, pubblicare contributi importanti pur nel disinteresse dei mass media, oggi si fa e diventa un elemento di forza non banale nel corso di una campagna intensa e frenetica com'è stata quella per aggiudicarsi la nomination democratica.

Un altro esempio: in marzo Obama ha tenuto un importante discorso sulla razza, intitolato A more perfect union. I 37 minuti del video integrale sono stati pubblicati su YouTube e visti più di un milione e mezzo di volte nel corso del solo primo giorno di presenza online. Spiega il giornalista Paolo Ferrandi: «Una volta di più l’innegabile maestria retorica di Obama è stata amplificata dalla distribuzione asincrona della Rete. Senza l’aiuto di YouTube i discorsi di Obama sarebbero ridotti a sound bites e, visto che sono dannatamente complessi, perderebbero buona parte della loro potenza persuasiva». È un’altra testimonianza della innovativa gestione della presenza online del senatore dell’Illinois: i suoi interventi sono pubblicati in versione integrale e sono consultati centinaia di migliaia di volte, un fenomeno in controtendenza se si considera che la stessa Clinton ha inserito video piuttosto brevi, non oltre i tre minuti. Questo diverso atteggiamento di Obama ha avuto un effetto traino molto positivo: «Oggettivamente impressionante l’ondata di reazioni: in termini di estensione, diversificazione e creatività dei contenuti prodotti - quando un tema intercetta il giusto e spesso bizzarro mood della Rete interconnessa è come una valanga che travolge tutto ciò che incontra, inclusiva e apparentemente irresistibile», racconta Antonio Sofi su SpinDoc.

Che cosa resta delle primarie

Barack Obama è stato finora il candidato che ha raccolto meglio e in modo più genuino l'eredità della campagna elettorale di Howard Dean nel 2004, la prima in cui Internet aveva mostrato il suo potenziale facendo diventare uno sconosciuto il più accreditato candidato alla nomination. Dean non riuscì nel suo intento, ma la capacità di capire le dinamiche della Rete e di organizzare coerentemente la sua campagna– il suo slogan, You have the power, ne era il simbolo – hanno tracciato una strada per consulenti politici e attivisti. Obama ha saputo stimolare i suoi sostenitori a mettersi in gioco in prima persona e a fare rete tra loro: non è stata Internet a rendere la campagna innovativa, ma la creatività dei sostenitori nell’adottare e nell’esprimersi con naturalezza utilizzando tutti gli strumenti forniti dalla Rete. Il carisma e il maggior spessore di Obama hanno permesso che la sua figura non venisse etichettata come quella del candidato di Internet, come successe a Dean quattro anni fa. Ora comincia la campagna elettorale, quella vera. Ci sarà tempo di qui a novembre per capire se Barack Obama potrà diventare il primo presidente degli Stati Uniti portato alla ribalta dalla Rete. Sarebbe, per dirla col suo slogan, un vero cambiamento.

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venerdì, 24 ottobre 2008

COME SI COSTRUISCE UN PRESIDENTE

PUNTI DI VISTA SULLE PRESIDENZIALI USA 2008/ 1

obama_idw_cvrLa ripresa delle attività di StanzeDistanzeTransumanze, dopo un lungo letargo dovuto alle più varie  ragioni, coincide con una quantità di avvenimenti che certamente si faticherà a rincorrere. Del resto, che la realtà sia più dinamica della sua controparte virtuale, credo ostinatamente sia solo un bene. Oltre alle scosse telluriche che stanno facendo cadere a pezzi il già fatiscente edificio dell'istruzione pubblica italiana - su cui si tornerà - è argomento all'ordine del giorno la corsa verso la Casa Bianca, luogo ahinoi sempre più centrale per il villaggio-mondo dell'incipiente millennio. Oggi conteso fra Barack Obama, simpatico ragazzotto della porta accanto e un tantinello "sì ma però" come il suo omologo italico, ed il mefitico, imbalsamato McCaine. Quale dei due sia meglio è arduo dire, perché il sistema sopravanza e schiaccia le individualità, nel grande mare a stelle e strisce, anche quando, come in questo caso, sembra esaltarle al massimo grado. Colin Powell, orrido seguace dell'ancor più tetro presidente (per fortuna) uscente, va a rimpinguare ora la claque di Obama (di quei democratici con la faccia faticosamente ripulita da dieci anni di assenza dalla stanza ovale) e già questo la dice lunga sul travaso costante di volti medesimi in ruoli e appartenenze differenti che caratterizza il think-thank system americano, degno di invidia perfino dal nostro mastellismo. Il luogo del potere è insomma unico, unica l'agenzia che seleziona il personale a prescindere dai colori, ed i non luoghi che essa genera sono troppi e sempre più distanti: con ciò, anche il mito Obama si ridimensiona parecchio, anche se resta una speranza di, seppur lieve, cambiamento che oltrepassi la facciata e la tanto agognata immagine televisiva. Per parte sua, StanzeDistanzeTransumanze prenderà parte al dbattito sulle presidenzali statunitensi, ed in particolare all'avventura del ragazzo nero, forse non così epica come molti la pensano ma degna di interesse, attraverso una rassegna stampa "alternativa" e plurale" su questo personaggio e su ciò che evoca in immaginari qui da noi marginali e controtendenza, a cominciare da quello protestante, interessato a seguirne le vicende anche per l'estrazione evangelica della superpotenza d'oltreoceano.

L'articolo che segue è di Massimo Bubboli ed è tratto dall'ottimo settimanale "Riforma", organo delle chiese battiste, valdesi e metodiste in Italia (www.riforma.it)

obama

LA RELIGIONE DEI CANDIDATI

Knoxville, Tennessee — Il 6 dicembre 2007, Mitt Romney, uno dei candidati alla nomination per il Partito repubblicano, pronunciò un discorso importante sul rapporto tra religione e politica. «C’è chi vorrebbe che un candidato alla presidenza [degli Stati Uniti] spiegasse le dottrine proprie della sua chiesa», disse Romney, «ma nessun candidato dovrebbe diventare il portavoce della sua fede perché, se diventa presidente, avrà bisogno delle preghiere di tutti. […] Quando metto la mano sulla Bibbia e pronuncio il giuramento di rito, quel giuramento diventa la mia più alta promessa a Dio». Quest’ultima frase ricordava il famoso discorso pronunciato da John F. Kennedy nel 1960 quando stava cercando di diventare il primo presidente cattolico. «Se riuscirò a diventare presidente, non favorirò nessuna religione, nessun gruppo, nessuna causa e nessun interesse», aggiunse Romney, «perché un presidente deve servire soltanto la causa comune del popolo degli Stati Uniti».

L’ex governatore del Massachusetts cercò anche di usare quell’occasione per invocare una maggiore presenza della religione nella vita civile: «In questo paese noi giustamente separiamo gli affari della chiesa da quelli dello stato. Nessuna religione dovrebbe guidare lo Stato né lo Stato dovrebbe interferire con il libero esercizio della religione ma, recentemente, la nozione della separazione tra Chiesa e Stato è stata portata da alcuni bel al di là del suo significato originale, nel tentativo di rimuovere dall’ambito pubblico ogni riconoscimento. […] I Padri fondatori hanno proibito il riconoscimento di una religione di Stato, ma non hanno inteso eliminare la religione dalla società. Noi siamo una nazione sottoposta a Dio [«Under God»] e in Dio confidiamo». Consapevole di un diffuso pregiudizio antimormone, Romney non richiamò l’attenzione sulla sua fede particolare ma sulle virtù della fede in generale. Il suo spirito ecumenico sarebbe stato forse più credibile se avesse fatto riferimento non solo a testi del Nuovo Testamento ma anche a encicliche papali, al Midrash o al Libro di Mormon. Questo discorso di Romney, che è stato molto discusso, è soltanto un esempio recente di una tendenza che ha accompagnato tutta la campagna elettorale in entrambi i campi politici. Durante l’interminabile serie di dibattiti, i candidati hanno discusso su quale sarebbe la posizione di Cristo sulla pena di morte e criticato l’evoluzionismo, si sono chiesti se gli Stati Uniti siano una nazione cristiana e hanno affermato che la Bibbia è la parola di Dio.

Un tempo sarebbe stato sorprendente ascoltare affermazioni religiose così esplicite da parte di candidati alla presidenza, ora sono comuni in ogni campagna elettorale. Cosa è accaduto? In un certo senso, si potrebbe indicare il 17 luglio 1980 come data d’inizio di questa tendenza. Quella sera, nello stadio «Joe Louis» di Detroit, Ronald Reagan accettò la candidatura repubblicana alla presidenza: i fondamentalisti e gli evangelicals conservatori, da poco mobilitati in organizzazioni come la Moral Majority, avevano trovato il loro candidato. Nei quattro anni precedenti, questo settore dell’elettorato americano aveva cercato di appoggiare Jimmy Carter che aveva confessato di essere un credente «nato di nuovo» (a quel tempo, la stampa italiana aveva inventato la setta dei «nati di nuovo»!). Ma Carter aveva deluso molti di questi elettori con la sua politica estera poco aggressiva, il suo sostegno della sentenza della Corte Suprema nel caso Roe v. Wade (che aveva dichiarato incostituzionali le leggi statali e federali contrarie al diritto di scelta della donna in tema di aborto) e la sua riluttanza a manifestare pubblicamente la propria fede. Infatti, nei discorsi pronunciati in occasione delle nominations del 1976 e 1980 non fece alcun riferimento a Dio.

La strategia di Reagan fu molto diversa. Alla fine del suo discorso di accettazione della nomination del 1980, dopo una breve pausa, aggiunse alcune frasi al discorso che era stato distribuito alla stampa: «Possiamo dubitare del fatto che soltanto una Divina Provvidenza ha posto qui questa terra, quest’isola di libertà, come rifugio per tutti coloro che desiderano respirare liberamente: ebrei e cristiani che sono perseguitati oltre la Cortina di ferro, i boat people del Sud Est asiatico, di Cuba e di Haiti, le vittime delle carestie in Africa, i combattenti per la libertà in Afghanistan e i nostri concittadini tenuti in ostaggio? » Dopo un’altra lunga pausa, Reagan chiese: “Possiamo dare inizio alla nostra crociata unendoci in un momento di preghiera silenziosa? ” Tutti i presenti chinarono il capo, in silenzio, poi Reagan concluse con le parole “God bless America”, che erano state pronunciate da un presidente una sola volta prima di allora (da Richard Nixon, il 30 aprile 1973, a conclusione del discorso sulla scandalo Watergate).

Come possiamo essere certi che quel momento costituì un punto di svolta? L’analisi di migliaia di discorsi pubblici nell’arco di ottant’anni indica che la politica americana oggi è caratterizzata da una religiosità pubblica frutto di un calcolo politico. L’aumento di riferimenti religiosi nei principali discorsi presidenziali da Franklin D. Roosevelt a George W. Bush è stato esponenziale. Gli ultimi presidenti hanno compiuto molti più «pellegrinaggi» per parlare a incontri religiosi. Ad esempio, dal 1981 i presidenti repubblicani hanno parlato 13 volte alle conferenze nazionali della National Association of Evangelicals o della National Religious Broadcasters Association, 4 volte a quelle dei Knights of Columbus e della Southern Baptist Convention. Clinton non parlò mai a queste organizzazioni conservatrici ma spesso in chiese. In generale, da Reagan in poi i presidenti e i candidati alla presidenza hanno cercato di mettere in evidenza la loro religiosità.

obama2La religione dei candidati è stato un tema dominate durante le primarie. Dal mormonismo di Mitt Romney al cristianesimo afro-americano di Barack Obama, la fede proclamata da ogni candidato è stata esaminata dai mass media. Il risultato più sorprendente è stato che la religione, invece di trasformarsi in un aumento di preferenze, è stata fonte di difficoltà e i candidati hanno dovuto liberarsi da imbarazzanti legami religiosi. Le primarie di questa campagna elettorale sembrano indicare un dato nuovo: la religiosità generica va bene, mentre legami religiosi specifici possono causare gravi danni politici. Infatti, i candidati sono stati ritenuti responsabili non solo per le loro posizioni religiose, ma anche per quelle di chi li sosteneva: la specificità religiosa di Romney lo ha fortemente danneggiato e lo stesso può dirsi per Mike Huckabee, perché se il fatto di essere un pastore battista del Sud ha attirato alcuni elettori, è stato un elemento negativo per molti di più. La polemica innescata dalle affermazioni del pastore Jeremiah Wright hanno costretto Obama a prendere le distanze e persino McCain, che non ha mai parlato molto di religione, ha dovuto rifiutare il sostegno offertogli da due pastori molto noti, Rod Parsley e John Hagee, per i loro commenti su ebrei e musulmani.

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mercoledì, 23 aprile 2008

NEW ITALIAN EPIC

Posto un estratto dal saggio "New Italian Epic" di Wu Ming 1, reperibile integralmente on line su www.wumingfoundation.com Un interessante e originale tentativo di lettura delle nostre lettere contemporanee, su cui credo valga la pena meditare...

noiduesoli36Dopo la caduta del Muro e la prima guerra del Golfo, in Occidente molte persone (soprattutto opinion-makers) parlavano di “nuovo ordine mondiale”. Ordine, chiarezza. La Guerra Fredda finita, la democrazia vittoriosa e qualcuno si spinse fino a dichiarare conclusa la Storia. L’Homo Liberalis era il modello definitivo di essere umano. Si trattava, in parti eguali, di rozza propaganda, allucinazione collettiva e mania di grandeur. Gli anni Novanta non furono soltanto “il decennio più avido della storia” (secondo la definizione di Joseph Stiglitz), ma anche il più illuso, megalomane, autoindulgente e barocco. La celebrazione chiassosa del potere e dello “stile di vita occidentale” toccò livelli mai raggiunti prima, roba da far sembrare frugali le feste di Versailles durante l’Ancien Régime. Arte e letteratura non ebbero bisogno di saltare sul carrozzone dell’autocompiacimento, perché c’erano salite già da un pezzo, ma ebbero nuovi incentivi per crogiolarsi nell’illusione, o forse nella rassegnazione. Nulla di nuovo poteva più darsi sotto il cielo, e in molti si convinsero che l’unica cosa da fare era scaldarsi al sole tiepido del già-creato. Di conseguenza: orgia di citazioni, strizzate d’occhio, parodie, pastiches, remakes, revival ironici, trash, distacco, postmodernismi da quattro soldi.

L’11 Settembre polverizzò tutte le statuette di vetro, e molta gente sente il contraccolpo soltanto ora, sette anni più tardi. Lo stesso contraccolpo che descrivemmo in forma allegorica nella premessa a 54. Il compiersi di un ciclo storico. 54 uscì nella primavera del 2002. Quasi in contemporanea giunse in libreria - pubblicato dal nostro stesso editore - Black Flag di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. Black Flag è il secondo capitolo del Ciclo del Metallo, epopea della nascita del capitalismo industriale, che l’autore rappresenta come manifestazione di Ogun, divinità yoruba dei metalli, delle miniere, delle lame, della macellazione. Aprendo il romanzo, scoprimmo che il primo capitolo era al tempo stesso un trompe-l’oeil e un’allegoria molto simile alla nostra. In exergo una frase di George W. Bush sul bisogno di rispondere al terrore, poi l’apertura: le torri in fiamme, cadaveri, persone che vagano per strada coperte di polvere di cemento e amianto. Qualcuno si chiede: “Perché tutto questo?”, qualcuno altro dice: “Nulla sarà più come prima”. Solo che non è l’11 Settembre 2001. E’ l’attacco a Panama da parte degli Stati Uniti, 20 dicembre 1989. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi.

Cinque anni dopo le uscite di 54 e Black Flag, facemmo una nuova scoperta leggendo Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo di De Cataldo racconta gli anni di Mani Pulite e Tangentopoli, della fine della “Prima Repubblica” e delle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi. Da poco era uscito anche il nostro Manituana, che narra la guerra d’indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk che la combatterono al fianco dell’Impero britannico, contro i ribelli “continentali”. Due libri in apparenza irrelati: diversi per stile e struttura, diversi gli eventi narrati, diverso il periodo storico, diversa l’area geografica, diverso tutto. Eppure notavamo echi, rimandi, somiglianze. Un comune vibrare. Di che poteva trattarsi? Ci volle un po’, ma alla fine capimmo. Entrambi i romanzi girano intorno al buco lasciato da una doppia morte: la scomparsa di due leader, anzi, due demiurghi, due che hanno creato mondi. In Manituana si tratta di Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, e Hendrick, capo irochese fautore della cooperazione coi bianchi. In Nelle mani giuste i due non hanno nome, tutt’al più antonomasie: il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti e strategie parallele, e “Il Fondatore”, capitano d’industria e fondatore di un impero aziendale. Gli eredi dei demiurghi non sono all’altezza, cercano alleanze impossibili e si scoprono deboli, inadatti. La situazione sfugge di mano, trappole si chiudono e, mentre i maschi falliscono, una donna forte (una vedova: Molly/Maia) apre una via di fuga per pochi. Nel frattempo, il vecchio mondo è finito.

A un livello profondo, i due romanzi raccontano la stessa storia. Nel corso degli anni, esperienze simili - repentine “illuminazioni” che innescavano letture comparate - ci sono state riferite da diversi colleghi. Intanto abbiamo letto, recensito e discusso tra noi molti libri, che pian piano hanno fatto massa, e intorno a quella massa si è creato un “campo di forze”. Sotto la produzione di molti autori italiani degli ultimi dieci-quindici anni vi è un giacimento di immagini e riferimenti condivisi. Dalle trasformazioni che avvengono là in basso (si pensi a materia organica sepolta e compressa che pian piano diventa idrocarburo) dipende il futuro della narrativa italiana. Per lungo tempo si è trattato soltanto di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha preso a strutturarsi. E’ toccato a me tirare le prime somme in cerca di una sintesi provvisoria, e l’ho fatto preparando il mio intervento per Up Close & Personal, workshop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montréal nel marzo 2008. In quel contesto è stata usata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana” o, in breve, “New Italian Epic”. Grazie alla discussione, ho potuto stringere viti e aggiungere esempi. Nei giorni successivi ho parlato del “New Italian Epic” in altre due università nordamericane: al Middlebury College di Middlebury, Vermont, e al Massachusetts Institute of Technology di Cambdrige, Massachusetts. Riattraversato l’Atlantico, ho discusso a fondo coi miei compari di collettivo e messo gli appunti a disposizione di altri colleghi, che hanno espresso i loro pareri. Ho pubblicato sul nostro sito ufficiale l’audio della conferenza di Middlebury, e raccolto impressioni da chi l’ha ascoltata. Nello scrivere il presente saggio ho tenuto conto di tutto questo (...)

In che senso “epico”? L’uso dell’aggettivo “epico”, in questo contesto, non ha nulla a che vedere con il “teatro epico” del Novecento o con la denotazione di “oggettività” che il termine ha assunto in certa teoria letteraria. Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all’interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell’intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari, quando non sconfina nel soprannaturale. Molti di questinoiduesoli47 libri sono romanzi storici, o almeno hanno sembianze di romanzo storico, perché prendono da quel genere convenzioni, stilemi e stratagemmi. Tale accezione di “epico” si ritrova in libri come Q, Manituana, Oltretorrente, Il re di Girgenti, L’ottava vibrazione, Antracite, Noi saremo tutto, L’angelo della storia, La banda Bellini, Stella del mattino, Sappiano le mie parole di sangue e molti altri. Libri che fanno i conti con la turbolenta storia d’Italia, o con l’ambivalente rapporto tra Europa e America, e a volte si spingono anche più in là.

Inoltre, queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose, “a lunga gittata”, “di ampio respiro” e tutte le espressioni che vengono in mente. Sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere per scrivere questi libri, compito che di solito richiede diversi anni, e ancor più quando l’opera è destinata a trascendere misura e confini della forma-romanzo, come nel caso di narrazioni transmediali, che proseguono in diversi contesti. (...)

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categorie: racconti, letteratura, storie, globalizzazione, comunicazione, scrittori, modernità
lunedì, 14 gennaio 2008

TERMOVALORIZZIAMOCI

da http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap19VIIIa.htm#eufemismi

termovalorizziamoci"Il vocabolario B consisteva di parole create deliberatamente per scopi politici, vale a dire parole che non solo avevano sempre un significato politico, ma erano precisamente intese a imporre un atteggiamento mentale, in una direzione desiderata, nella persona che ne faceva uso […] Le parole B erano sempre parole composte. Consistevano in due o più parole, ovvero porzioni di parole, combinate assieme in una forma che fosse di semplice pronuncia. L’amalgama che ne risultava era sempre un sostantivo+verbo, e si coniugava secondo le regole ordinarie […] Nessuna parola del vocabolario B era ideologicamente neutra. Gran parte erano eufemismi. Parole, ad esempio, come svagocampo (campo per i lavori forzati) o Minipax (Ministero della Pace, e cioè Ministero della Guerra) significavano quasi puntualmente l’opposto di quel che sembravano in un primo momento."
- "I principi della neolingua", Appendice a 1984 di George Orwell


Gli eufemismi ammazzano la gente, ammazzano tua madre, annientano tuo figlio, divorano adulti e bambini. Gli eufemismi raschiano l'interno di esofago e polmoni. Gli eufemismi sono cancro, buttano metastasi come ragnatele, catturano le parole, strangolano l'intelligenza finché non ti fanno morire. Letteralmente, morire.
Endlösung, "soluzione finale", fu il capolavoro tra gli eufemismi. Col tempo ha perso l'intonaco di pudicizia e ipocrisia, e si è fuso alla realtà abietta che intendeva mascherare. Gli eufemismi funzionano sul breve-medio periodo, poi cessano di essere tali. A distanza di pochi anni, nessuno usa più l'espressione "guerra umanitaria", nessuno vanta più "bombardamenti chirurgici" a colpi di "bombe intelligenti", anche "danni collaterali" è caduto in disuso. Quelle espressioni hanno ormai l'accezione negativa che erano nate per evitare.
"Termovalorizzatore" al posto di "inceneritore". Coniando il nuovo termine, si è spostato l'accento da quello che certamente rimane (residuo tossico: 1/5 di scorie, senza contare i fumi prodotti dalla combustione) a quello che presuntamente si produce (un valore, energia, vantaggio economico). Chi dice "No al termovalorizzatore!" ha già perso, perché ha accettato l'eufemismo, il frame. Discute sul terreno dell'avversario, e in apparenza si oppone a un valore, a qualcosa di "buono".
"I termovalorizzatori sono la soluzione": lo ripetono, lo cantano in coro, martellano, rintronano, tutti d'accordo erigono la grande muraglia del conformismo sul tema dei rifiuti. Tutte concordi, le voci ufficiali. Chissà perché, al dunque, le popolazioni non ascoltano, non obbediscono.
Inceneritori. Processo fondato su un principio obsoleto, di quando c'erano i miniassegni e Bill Gates era povero. Tecnologia vecchia come i neuroni di questa nazione, vecchia ma col muso impiastricciato di cerone, come i grugni della casta e dell'orribile classe intellettuale italiana.
Tecnologia vecchia fa buon brodo. E allergie, malattie respiratorie, tumori. Costi sociali. Spese sanitarie che schizzano alle stelle. Macchina energivora, ruota del karma di circoli viziosi, che deve funzionare sempre, senza sosta, ed esistendo incentiva a produrre rifiuti. La spazzatura diviene il mezzo, l'inceneritore il fine.
Esistono alternative. Concrete. Praticabili. Praticate (altrove). Pochi ne parlano [
*].
Nemmeno queste, tuttavia, sono la endlösung del problema-pattume.
La "soluzione finale" sarebbe, semplicemente, produrre meno rifiuti. Produrre meno stronzate usa-e-getta. Produrre meno, usare di più. Lo abbiamo già scritto: link
non c'è un modo "giusto" di produrre oggetti inutili.
Il problema siamo noi, non i rifiuti. Il problema siamo noi, non la camorra. O meglio: la camorra siamo noi. I discorsi sulle ecomafie sono veri e necessari, ma possono trasformarsi in diversivo. Tutti noi siamo "ecomafiosi", chi più chi meno. E' il nostro stile di vita a essere "ecomafioso", è il consumo fine a se stesso ad essere ecomafiogeno. Non c'è camorra che possa smaltire o sversare illegalmente rifiuti che non vengono prodotti, ma noi li produciamo, li produciamo eccome, e sempre di più. In Italia, +20% di rifiuti urbani per abitante dal 2003 al 2005.
E così ci ritroviamo con più packaging e pacchetti, ci ritroviamo con più sacchetti, con più imballaggio, più scatolame e barattolame e bidoname e fustiname, più flaconeria, sifoneria, tubetteria, più gadget insensati, più telefonini, videofonini, tivù-fonini da cambiare ogni sei mesi, più instant-libri di comici che invecchiano dopo un mese e non facevano ridere nemmeno da attuali, più kleenex tovagliolini salviettine fazzolettini (usa il fazzoletto di cotone, porcozzìo!), più buchette della posta intasate da decine di dépliants giganteschi di ipermercati, più bottiglie e bottiglioni d'acqua minerale anche dove l'acquedotto fa i miracoli e i rubinetti colano oro, "Sì, ma quella che compro è iposodica!", già, e mezz'ora dopo bevi il ghètoreid, o l'ènergheid, o il pàuereid, perché sei un mèntecheit!
Tutto torna, quel che semini raccogli. Consuma, sperpera, spreca, logora, getta via. La tua merda polimerica brucerà (o meglio: sarà "termovalorizzata"), i tuoi cari (o i cari di qualcuno) inaleranno, metastasi, metastasi, metastasi, tumore.
Termovalorizziamoci, giochiamo con le parole, questa è la strada, la via del futuro che abbiamo alle spalle.
Oppure c'è un altro modo: termovalorizzare chi ci governa, ci ipnotizza, ci sfrutta, ci compra e ci rivende, ci consuma.


ALCUNI LINK (TRA I TANTI POSSIBILI)

link(*) Greenpeace UK, "Gestione a freddo dei rifiuti. Lo stato dell'arte delle alternative all'incenerimento per la parte residua dei rifiuti municipali", 2003, traduzione italiana del 2005. PDF, 716k.
link
Greenpeace e la gestione dei rifiuti urbani. Dossier sulla situazione italiana, luglio 2007. PDF, 101k.
link
Medicina Democratica et al., Relazione tecnica contro l'inceneritore a Ferrara, luglio 2007. PDF, 293k.
link
Fabio Matteo, Dialettica dei rifiuti, nazioneindiana.com, 6 gennaio 2008
link
www.inceneritori.org (c'è anche una devastante confutazione di Veronesi e Foà)

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categorie: politica, globalizzazione, sinistra, comunicazione, apocalisse, mondezza, regime prodi
domenica, 16 dicembre 2007

Lo Spettacolo delle Ombre

Circa un mese addietro una mia collega e amica, creatrice di una piccola ma coraggiosa impresa editoriale (Angelica Editore: www.angelicaeditore.it) mi propose di presentare una raccolta di racconti di Annamaria Pulina, scrittrice sarda già apprezzata per i suoi versi e per alcune pubblicazioni narrative per l'infanzia. Il volume in questione, "Lo spettacolo delle ombre", mi parve subito un raro esempio di scrittura discreta ma avvolgente, varia e penetrante, e la galleria di personaggi che vi viene invitata a calcare le scene una fantasmagoria di profonda umanità.

Un felice incontro senza dubbio, quello fra un'autrice che ama la pagina più dei festival e un'editrice che sta sul mercato non tanto per esserci ma perché ha delle cose da dire. Di idee l'Editrice Angelica sicuramente ne ha tante e molto belle. Tengo particolarmente a sottolineare, in questo spazio che ha spesso accolto lamentele sull'ottica mercantilistica con cui la merce-libro viene trattata dalle etichette più blasonate, che esistono ancora, per nostra fortuna, intrepidi fautori di cultura non omologata, operatori editoriali che credono in ciò che fanno e amano scommettere sulla letteratura, anche quella che, nel breve periodo, sembra non pagare. Angelica è uno di questi. Potete acquistare i libri del suo catalogo sul suo sito internet o trovarli nelle librerie Feltrinelli in tutta Italia.

Tornando ad Annamaria Pulina: nell'invitarvi alla lettura di questa sua opera, già celebrata a ragione da critici importanti, vorrei però anche riportare una serie di riflessioni, secondo me molto belle, che l'autrice mi ha inviato in occasione di un breve carteggio informatico intrattenuto prima della presentazione.

Caro Gavino,

La prima considerazione che mi viene da fare dopo avere sentito le tue parole è che provo uno strano sentimento di estraneità rispetto al mio libro ed allo stesso tempo di stupore per tutte le cose belle che sei riuscito a vederci dentro. Sentimento di estraneità perché per  la prima volta da quando scrivo, o meglio da quando pubblico,  ho avuto netta la sensazione di aver consegnato agli altri  quello che fino a poco tempo fa rappresentava una mia dimensione assolutamente segreta e privata, e avendola consegnata ho implicitamente autorizzato ciascuno a leggerci quello che vuole, o crede, o comunque quello che maggiormenmte tocca i suoi punti sensibili, che possono non essere i miei e addirittura possono trovarsi esattamente all’opposto. E’ un po’ come quando mandi un figlio per il mondo, lo affranchi da te e le immagini che ti riporta indietro sono quelle di una creatura tua, nota e conosciuta ma allo stesso tempo diversa ed estranea, perché magari gli vedi indosso un vestito che non gli conoscevi, o gli senti un’ espressione che non appartiene al lessico che gli avevi sempre sentito usare: ti rendi conto che è passato in altre vite ed in altri luoghi nei quali tu non c’eri.

Lo stupore nasce invece dal fatto che in effetti mi rendo conto di non avere mai realmente riflettuto su ciò che ho scritto, ed in tutta onestà non riesco a darne nessuna interpretazione. La mia formazione universitaria, e gli studi che ho fatto poi per mio conto hanno sempre avuto una forte impronta di indagine sul testo letterario, sia sul versante interpretativo, quindi il senso, il significato, il segno che un testo ha, sia sul versante dell’analisi stilistica,  della sua collocazione storica e sociale. Sono una lettrice instancabile e nessun libro che ho letto mi ha mai  lasciato senza riflessione: quelli brutti, quelli belli, i libri della vita, i libri insulsi, su tutti ho trovato qualcosa da dire. I miei libri sono gli unici su quali mi è impossibile fare anche la più piccola analisi, la più piccola considerazione. Non so spiegare cosa ho voluto dire in quel certo brano, o cosa rappresenta per me quel tale personaggio. L’unica cosa che so è che ad un certo punto ci sono storie che bussano alla mia porta e io le faccio entrare.

 

Da che ho memoria di me stessa ho sempre amato scrivere e ho sempre scritto, quindi potrei direSpettacoloombresito che la mia è un'onorata carriera quarantennale di scrittrice. Per me il giorno più bello a scuola è sempre stato il giorno del compito in classe di italiano. Scrivere è sempre stata una necessità che nel corso degli anni ha assunto varie forme, nell’infanzia era quella di creare una dimensione un po' sognante, fantastica,  poi è venuta l’urgenza di indagare su me stessa, la necessità di consegnare alla carta il mio personale confuso tormentato, come quello di tutti gli adolescenti del resto, cammino verso la costruzione di un’identità, quindi una scrittura poco mediata, irruenta, di un pessimismo cosmico allucinante, ma comunque sempre molto incentrata su di me, sulla mia esperienza.

Solo più tardi è arrivato il tempo della disciplina,  dell’applicazione, e con questo è arrivata anche l’apertura ad una narrazione che non mi vedeva più come protagonista, il distacco dalla mia vicenda personale, l’apertura alle storie degli altri, vere o immaginate non importa, ma degli altri.

 

La narrazione autobiografica e l’interpretazione autobiografica è attualmente, secondo me, un pozzo profondo nel quale si cade molto facilmente.

La letteratura del Novecento ha avuto tra le molte altre cose,  questo forte elemento di novità, che l’autore smette di essere esterno all’opera che scrive, smette di essere onniscente, e si introduce come pensiero individuale nelle fibre più intime delle vicende narrate. Da allora in poi diventa  legittimo leggere in chiave autobiografica,  forse a volte anche in maniera arbitraria, ma allo stesso tempo passa anche l’idea che lo scrittore narri di se stesso e di vicende che davvero gli sono accadute senza che questo diventi una vera e propria autobiografia. Adesso viviamo, per varie ragioni che sarebbe lungo spiegare ma che afferiscono ad un quadro sociale, economico e politico di forte individualismo, un tempo di autocelebrazione di se stessi, di “autoreferenzialità” come si dice oggi,  di tautologia dell’IO. Tutto è ricondotto a sé stessi, alla propria storia al proprio esistere. E anche nel panorama editoriale, prova a guardare quante autobiografie escono, di chiunque: faccio il calciatore, vi racconto la mia storia; sono sotto processo per l’omicidio di mio figlio, vi racconto la mia storia; ero grassa poi sono diventata magra, vi racconto la mia storia. Perciò sembra quasi strano che qualcuno pubblichi un libro nel quale non vuole parlare di se stesso. Io vorrei prendere tutta la distanza che posso da questo. In questo senso l’io narrante ed il sé personale che tu citi,  sono in questo libro entrambi artrificio letterario, anche dove sembra più labile il confine scrittore/personaggio letterario.  

 

La mia scrittura naturalmente porta il segno della persona che sono, dei luoghi che ho visitato, delle storie che ho sentito raccontare, delle esperienze che ho vissuto,  ma niente di ciò che ho scritto finora è la mia storia, non sono celata dietro nessun personaggio che ho descritto. Ecco, mi piacerebbe che chi mi legge desse un valore di universalità alle storie che ho scritto, nel senso che riguardano o potrebbero riguardare chiunque. Certo il fatto che poi alcune vicende personali coincidano temporalmente per una pura casualità con quello che uno scrive rende tutto più difficile: mi riferisco a "Copia di madre", che è un racconto duro, durissimo, nel quale la morte, il distacco, non solo non sanano i conflitti ma anzi li fanno esplodere rendendoli palesi e decisivi. Ho scritto questo racconto nel dicembre del 2005 quando ancora ero lontanissima dall’esperienza della morte; il caso ha voluto che la raccolta uscisse quando invece la morte mi aveva toccato e ho molto riflettuto con l’editore se fosse il caso di inserirlo proprio perché volevo evitare che venisse fatto alcun riferimento alla mia storia personale. E il fatto che sia qui a cercare di spiegarlo significa che questa paura non è stata affatto vinta.

 

Riguardo la costruzione di una storia: non vorrei dare l’idea di essere una specie di invasata, una medium della letteratura, ma devo dire che le storie, i personaggi mi vengono a cercare, non sono io che me li vado a cercare. Ad un certo punto un personaggio mi attraversa la strada, una storia mi bussa alla porta ed io la scrivo. Di solito nella prima stesura c’è già tutto: inizio, svolgimento e fine. Le successive stesure sono tutte espansioni di questa idea iniziale. Non mi è mai successo nella stesura di questo libro di dire: adesso voglio scrivere una storia sulla condizione della donna, oppure voglio raccontare di uno che crede di essere stato Kafka. Questo spiega anche il titolo: mentre scrivevo avevo sempre in testa l’immagine di un teatro un po’ vecchio e polveroso, di un palcoscenico vuoto e buio, in cui le luci di scena illuminavano una dopo l’altra figure indistinte che raccontavano la loro storie e poi risparivano nel buio.

Ecco per me l’unico filo conduttore di questa raccolta è che tutte queste storie così diverse tra loro siano capitate sullo stesso palcoscenico nel corso della stessa rappresentazione.

 

Su "Storia Inventata" [racconto che parla del tentativo travagliato di scrivere una storia ambientata in Sardegna]: credo che in questi ultimi anni per parlare della Sardegna siano stati usati proprio tutti gli stili e tutti i registri possibili tranne uno: quello ironico, dissacrante.

Si è fatto e si fa tutt’ora un gran parlare di questa “nouvelle vague” sarda, che se non altro ha avuto il merito di aprire certi confini che parevano invalicabili, e la produzione è stata davvero copiosissima.  Ecco, forse in questa abbondanza,  la qualità letteraria ha dovuto un po’ cedere il passo. Leggendo alcuni romanzi ho veramente avuto l’impressione che quella che si cercava di far passare era un immagine della Sardegna da “immaginario collettivo”, così come ai continetali piace immaginarsela: magica, esotica, terra arcaica. L’ennesima mistificazione dunque, per niente diversa, anche se di segno opposto, da quella della Sardegna della Costa Smeralda. Alcune cose che ho letto poi, mi hanno fatto proprio ridere per quanto erano artificiose e costruite, ed è così che un giorno ho incontrato questo povero scrittore che l’ultima cosa che vuole al mondo è far parte di un’identità regionale e che invece viene incastrato dalla logica di mercato dell’editoria più bieca, e costretto a scrivere un romanzo sardo scritto da un sardo ambientato in Sardegna:  perché è quello che vende, che fa fare soldi, che fa vincere premi letterari. Non sarei portata ad escludere del tutto che in qualche casa editrice questa operazione non sia diventata realtà. Io non so dire come vivo la mia identità sarda trasferita sul livello della scrittura: a volte ho come l’impressione che sia un po’ un recinto,  appunto “sei sardo e la tua sarditudine deve essere il tuo argomento di scrittura”.

Mi piacerebbe che la Sardegna uscisse da questo recinto collocandosi piuttosto in un panorama nazionale in cui ci siano scrittori che hanno cose da dire e che sanno dirle bene, che sono sardi si, ma che non necessariamente devono parlare di Sardegna o comunque se ne parlano lo fanno da “scrittori” e non da “scrittori sardi”. Che è poi l’idea che sta dietro l’Angelica Editore, un editore sardo che aspira a vendere anche a Milano un libro scritto da un Neozelandese. 

Il mio rapporto con l’isola è quello del ritorno a casa, la Sardegna è una presenza costante nella mia vita continentale, c’è un continuo richiamo di ricordi, di nostalgie, di persone care. C’è una parte della mia storia che viene da qui, ed è quello che sto cercando di affrontare nelle cose sto scrivendo attualmente, una sorta di storia di famiglia in cui appunto avere nelle proprie radici una terra forte come la Sardegna rappresenta allo stesso tempo un riferimento ed uno straniamento. Vorrei riuscire a raccontare questa vicenda senza cadere nella trappola del folklore facile, dell’iconografia classica, del deleddismo a buon mercato.

 

giovani 7Per quanto riguarda "Urlo" [racconto ispirato alla storia vera di una staffetta partigiana]: è vero mi ha sempre affascinato la dimensione privata che si intreccia con la Storia: uno dei miei libri preferiti è appunto "Rinascimento Privato".

Perché se è vero che la Storia la scrivono i grandi, e solitamente i grandi vincitori, e che loro stessi possedevano una dimensione privata che non è stata funzionale alla Storia, è altrettanto vero che tutti  gli uomini e le  donne che la Storia non ha segnalato, questo affollamento di vite che sono passate hanno in un modo o nell’altro lasciato una traccia, un segno, un’ orma che può anche  avere influito nel corso degli eventi in maniera magari anonima o marginale, ma unica, insostituibile, peculiare per il piccolo mondo nel quale agiva. Mi domando spesso che pensieri avesse circa il suo futuro il borghese parigino che si fosse trovato a passeggiare nei pressi della Bastiglia il 13 Luglio del 1789.   I miei due nonni hanno fatto entrambi la Grande Guerra , uno veniva da un paesino della Sardegna , l’altro da un paesino delle Marche: mi domando se mai una volta, nello stesso fronte, sulla stessa tradotta, il loro sguardo si sia incrociato o i loro gomiti sfiorati o se mai si siano rivolti la parola in maniera del tutto casuale, ignorando entrambi che un giorno li avrebbe uniti, tra le altre cose, una nipote che parla di loro alla presentazione del suo libro. 

Annamaria Pulina 

              

 

 

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categorie: racconti, storie, comunicazione, scrittori, angelica editore, annamaria pulina
venerdì, 14 dicembre 2007

APOCALISSI / 2

(2/segue) Per rimanere al caso iracheno, ad esempio, è piuttosto inverosimile che l’occupazione americana possa risolversi con l’effettivo stabilirsi di un governo democratico (d’altronde, non tutto può essere “esportato” assieme alle merci), anche perché “se si vuole una stabilità politica funzionale agli interessi americani” – come nota Valentini in questo saggio – “Saddam deve essere sostituito con un altro sunnita, il che significherebbe che la gerarchia tribale sunnita si riaffermerebbe e ci si ritroverebbe, con molta probabilità, con un regime simile a quello che si è destituito con la forza delle armi”. E comunque, semmai fosse praticabile questa via, non s’andrebbe oltre quel tipo di governo borghese che, come la definizione di “democrazia” data da Marx ed Engels chiarisce, si riduce a chiamare il popolo affinché scelga, allo scadere di un dato periodo, da chi voglia essere oppresso: è chiaro, infatti, che solo una classe borghese disposta a sacrificare il comune benessere per assicurarsi l’appoggio dell’Occidente attraverso una politica di totale e devastante subordinazione, potrebbe trovare il favore degli americani e sperare perciò di non essere oggetto di ulteriori interventi.

Del resto, posto che l’alternativa fra modelli politico-istituzionali, almeno in questi termini, è palesemente falsa, come ho cercato di mostrare, quale sarebbe allora il discrimine che separa l’«impero del bene» dalla satanica congiura del male?

Anche il fondamentalismo – che sembra essere prerogativa soltanto e per intero di quella metà del mondo che proprio perciò viene descritta con l’assolutizzante categoria del “male” – non è un fenomeno necessariamente legato al rifiuto della modernità, al progetto oscurantista di mantenimento di uno stato di cose materialmente arretrato, dato che esistono espressioni fondamentaliste – non meno pericolose e niente affatto marginali – che non solo riescono a coniugarsi alle “progredite” civiltà occidentali, ma si sposano talmente bene al nostro sistema da costituire un asse portante del suo edificio ideologico. Anzi, è proprio il caso statunitense ad offrirne l’esempio più emblematico: in questa Nazione, nata dall’epopea messianica dei padri pellegrini – e della loro coraggiosa conquista della terra promessa da dio in cui istituire finalmente un ordine superiore (!) – e cullatasi nell’illusione puritana e millenaristica d’essere sede del nuovo popolo eletto, è stato possibile che le frange più integraliste del fondamentalismo revivalista di matrice evangelicale stringessero la loro ferrea alleanza con la nuova destra e adattassero la strategia di difesa dei principi cristiani al sostegno dell’economia liberista, alla crociata anticomunista, al forte nazionalismo. Per non ricordare che lo stesso termine “fondamentalismo” nasce per indicare la strenue e intollerante affermazione dei dogmi cristiani – “the fundamentals” – ad opera di alcuni teologi nordamericani.

Proprio su questo dato culturale si innesta la rozza opera propagandistica di Bush e dei suoi fiduciari – non a caso quasi tutti formati a quella scuola e fedeli parrocchiani di qualche congregazione di area evangelica – perché si comprende che un popolo che si presume oggetto di una speciale vocazione ha anche un proprio particolarissimo modo di metabolizzare l’aggressione esterna. Essa viene interpretata, alla luce di questa elezione, come prova inscritta nel proprio superiore destino, nella convinzione che le forze del male tentano di impedire il corso dei disegni divini colpendone lo strumento privilegiato, e che dio assecondi un tale sabotaggio nell’intento di indurre il proprio popolo ad una maggiore fedeltà e costanza. Su questa favola gli Ebrei hanno costruito una millenaria interpretazione delle loro sventure storiche: agnelli portati al macello in nome del privilegio/maledizione di essere stati prescelti dalla divinità. Sarebbe questo, insomma, il prezzo da pagare nella lotta contro gli ostili presìdi delle tenebre – un modulo tipicamente biblico. Non a caso, infatti, anche nel “The National Security Strategy of the United States” la diabolica minaccia del terrorismo viene fin da subito messa in relazione alla bontà e alla superiorità, anche morale, del modello statunitense.

D’altronde, non si deve dimenticare che la destra cristiana fondamentalista ed antiabortista negli Usa ha dimostrato, proprio all’indomani dell’11 settembre, di essere incline a metodi terroristici, facendo sprofondare l’intero paese nell’incubo dell’avvelenameno da antrace e approfittando della situazione di debolezza in cui lo Stato si trovava (e poi, oltretutto, è poi così distante la stessa tattica del “colpisci e terrorizza”, attuata durante i bombardamenti in Iraq, dalla strategia di destabilizzazione fondata sul terrore che sta all’origine degli attentati?).

        Non intendo certamente negare le differenze culturali che senza dubbio esistono fra Occidente ed Oriente – posto che, per semplificare e comprendersi, possano essere utilizzate queste due categorie, a loro volta puramente indicative e niente affatto esaustive della profonda eterogeneità che al loro interno si registra – ma quel “fondamentalismo degli oppressi” da cui l'Asia è oggi invasa altro non è che una risposta di fatto universalistica alla spinta imperialistica – e, culturalmente, altrettanto universalistica – delle potenze occidentali.

    vauro2

Una durissima lotta contro l’imperialismo: ecco l’unica strada davvero feconda, per tutte le ragioni che ho cercato di illustrare. Perciò, alla resa dei conti, il nodo delle questioni torna a noi – comunisti del ventunesimo secolo – e alla nostra reale capacità d’iniziativa.

         Credo che il dilemma ormai classico entro cui il movimento comunista occidentale è stato chiamato a confrontarsi – spesso avvitandocisi, soprattutto nell’ultimo decennio – che si riassume nell’alternativa fra apertura e definitivo sconfinamento nel più ampio orizzonte antagonista da una parte, e mantenimento di una propria autonomia teorica, politica ed organizzativa dall’altra, venga drasticamente ridefinito proprio dagli eventi seguiti alla “escalation” militare degli Stati Uniti. L’opzione dello snaturamento in un fronte più ampio e quantomai variegato ha già dato il suo esito nell’inevitabile subalternità dei comunisti, rei di un peccato originale interiorizzato a tale punto da cercare salvezza in tutto quanto si presenti come “nuovo” ed abbia una parvenza di aggressività anticonformista (mi riferisco alla rovinosa esperienza di Izquierda Unida ma anche alla Sinistra alternativa scandinava, al Synaspismos greco). Lo stesso evolversi in questi mesi del movimento per la pace, in cui sono confluiti per molta parte i cosiddetti “no global” ma anche molti moderati, ha dimostrato quanto sia preziosa un’autonoma presenza comunista che sappia mantenersi tale, pur senza settarismi.

Altrimenti, chi avrebbe spinto la battaglia fino all’esplicita richiesta della smilitarizzazione del paese in un momento in cui ancora era difficile, anche nel mondo antagonista influenzato dalle nefaste farneticazioni negriane sull’impero, trovare ampie convergenze su una lotta per lo scioglimento della Nato? 

Soprattutto, abbiamo scongiurato il pericolo di una involuzione moderata del movimento, che soffocasse il fondamentale anelito alla trasformazione che gli aveva dato vita e garantito incisività, mentre diversi esponenti della più greve socialdemocrazia europea hanno tentato di approfittare dell’enorme varietà di posizioni e culture, confluite in un generale rifiuto del neoliberismo, per esercitare un’influenza che potremmo dire “egemonica”, ma nel senso più banale del termine: se, oggi, il movimento per la pace, col suo “no” alla guerra “senza se e senza ma”, riesce a coagulare in sé un panorama ancora più largo di consensi, è forse anche merito di chi dall’interno, attraverso un’autonoma capacità propositiva, ha agito affinché quella straordinaria radicalità fosse mantenuta e sviluppata.

Dunque, i comunisti: chiamati ad agire a trecentosessanta gradi, chiamati ad un confronto sempre aperto che non può però fare a meno del richiamo identitario.

E ancora condivido l’ipotesi di Valentini, che individua come terreno privilegiato nella nostra azione un’Europa attualmente incerta fra il reverenziale adempimento della propria “vocazione” filoatlantica e l’affermazione di sé quale blocco imperialistico capace di un ribilanciamento degli equilibri globali. Perché l’Europa – che oggi rappresenta il principale sostegno, a tutto svantaggio dei propri interessi, di un’economia in profonda crisi quale quella americana – già viene individuata, nei vari documenti riservati che improvvisamente, ma ciclicamente, sfuggono ai controlli della Casa Bianca, come potenziale pericolo e, di conseguenza, avversario e forse nemico in un futuro non saprei dire quanto prossimo o quanto remoto (magari già nel presente…), e perché essa rappresenta, in virtù di un retroterra storico e culturale (talvolta anche troppo magnificato), un possibile scenario ideale per l’affermarsi di terreni più avanzati di lotta e di nuove conquiste sociali.

        

            Tutto dipende dalla nostra capacità di immaginare e promuovere la transizione.

         Gavino Piga

         Sassari, 18 maggio 2003

          

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mercoledì, 05 dicembre 2007

LUDUS

Che gli studenti italiani fossero i più ignoranti d'Europa lo sapevamo da tempo. E lo sapevamo tutti. Ciò non ostante, ogni anno le statistiche ci pongono di fronte ad un ritratto della società e della scuola che sembra assolvere il proprio compito con lo sgomentarci per un periodo di tempo piuttosto limitato finché poi lo sdegno non diviene un tranquillizzante luogo comune. Entra nell'immaginario collettivo e lì si deposita non come problema ma come dato di fatto. E tutti proseguono a vivere felici e contenti, fuorché coloro che nelle aule scolastiche debbono tornare anche il giorno dopo, a fare i conti con una realtà che non si esaurisce nei numeri e che diviene sempre più dura. Per una certa fascia di studenti - sempre minoritaria purtroppo - che nell'istituzione e in chi la gestisce e la governa aveva riposto aspettative precise, e così anche per una certa fascia di docenti, per i quali ormai la speranza s'è mutata in illusione. Perché sanno che, il giorno dopo e tutti i giorni a venire, non vi sarà la volontà di porre rimedio da parte di chi potrebbe e dovrebbe. giovani 6

Ho già avuto modo di soffermarmi su questi temi, parlando di certa carta stampata con pretese letterarie che ormai è entrata con una certa irruenza nella formazione dei giovani, e che risponde perfettamente al vuoto educativo su cui la scuola s'è adagiata da tempo. Ma le colonne dei quotidiani reclamano, a quanto sembra, che sull'argomento si ritorni, sempre finché la notizia è calda, prima che venga ingoiata per l'ennesima volta dall'indifferenza generale. Anche stavolta, infatti, i diagrammi che ci parlano di una scuola italiana ai minimi storici per qualità ed efficacia non si traducono in un mea culpa generale, recitato a gran voce da una società che ha messo la sordina agli imperativi dell'istruzione e della cultura, che ha subordinato le esigenze della formazione a quelle ben più vili e meschine della fabbrica del consenso, con i risultati che vediamo. Niente di tutto questo bensì, al limite, parvenze grottesche di una caccia alle streghe che dura, come ho detto, lo spazio di un mattino, il tanto che serve a trovare un facile capro espiatorio, di solito gli insegnanti (che, per carità, hanno la loro non piccola parte di responsabilità, anzi: di colpa, sia detto a voce alta!) e poi punto. Si conclude così, miseramente, il tentativo liberista - e trasversale - di riformare la scuola. Finiscono sepolte sotto un mucchio di fogli cerchiati di rosso le brillanti teorie della pedagogia moderna, assieme alla retorica di molti dirigenti, alle pretese della più parte dei genitori, al paradigma educativo che ha fatto della semplificazione una sorta di panacea universale. Ma di tutte queste evidenze pare che, nel breve e nel lungo periodo, nessuno abbia il coraggio di prendere atto.

Le riforme hanno ridefinito il curricolo modificando ruoli e programmi, aggravando disparità, rivisitando obiettivi e competenze come fosse questo il vero nodo del problema. Il saper fare conta più del sapere nella scuola dell'autonomia targata Berlinguer e Moratti, anche se poi chiedersi cosa i nostri studenti sappiano fare sarebbe grottesco se non fosse perfino ridicolo. E' possibile saper scrivere un articolo di giornale senza conoscere le regole della grammatica italiana? E' possibile svolgere un'equazione senza essere in grado di fare un semplice calcolo se non si ha la calcolatrice alla mano? Saremo davvero in grado di operare un malato o di progettare un palazzo se ci è sempre stato dimostrato che la distrazione o la negligenza si possono sempre recuperare alla fine del quadrimestre dando un'occhiatina al libro di testo? E in fondo è possibile che un sistema funzioni quando vive su due linee perfettamente parallele (e dunque destinate a non incontrarsi mai, secondo il nostro Euclide), ovvero quella della carta e quella della esperienza quotidiana? Ma qui è meglio (per tutti, ancora una volta) che la teoria prevalga sulla pratica.

Poi ci si lamenta che tutto non funziona perché i docenti non sono preparati o non hanno granché voglia di lavorare. Vero, in molti casi (non in tutti, sia chiaro, ma le generalizzazioni aiutano ad adottare soluzioni indiscriminate e di comodo). Chiunque lavori con un minimo di coscienza nell'istituzione scolastica avrà aneddoti a iosa da raccontare sugli strafalcioni dei propri colleghi. Il mio primo incarico da insegnante lo ebbi in un piccolo Liceo di periferia, dove ero stato chiamato a sostituire una collega appena diventata mamma: una persona simpaticissima che incontrai nei locali della segreteria dell'Istituto mentre compilava la domanda di congedo effettivo. Mi chiese a questo proposito se "effettivo" si scrivesse con due f e due t, millantando il fatto che la nostra pronuncia delle consonanti, sarda e marcata, crea problemi nel riconoscimento delle doppie. Stranamente io - e per fortuna molti altri - sardo dalla nascita non ho mai avuto problemi del genere. Mi corre l'obbligo di ribadire che la collega in questione insegna, o insegnerebbe lettere, e che quello fu solo il primo di una lunghissima serie di incontri analoghi. Com'è possibile dunque che tali individui siano stati chiamati a sedere dietro una cattedra? La risposta è molto semplice, e deve essere cercata non soltanto in quella catena di cui la scuola secondaria è solo un anello (smettiamo di pretendere d'isolare un segmento evitando di riconoscere un nodo sistemico, per cortesia, e faremo un favore innanzitutto a noi stessi), ma anche nei sistemi di reclutamento inventati in questi anni dalle geniali menti dei funzionari e dei ministri. Nell'uno e nell'altro caso è venuta meno completamente l'idea della selezione. Che non è un'idea necessariamente totalitaria o classista: lo dimostra il fatto che nello scadimento generale di tutto una prerogativa sola è rimasta nelle nostre aule scolastiche e universitarie, ed è proprio la discriminazione di classe! Smettiamola di raccontarci la favola per cui una scuola più povera di contenuti e meno esigente - meno selettiva appunto - sia una scuola più democratica e aperta, perchè questa demagogia triviale è un insulto a quanti il ben dell'intelletto ancora lo conservano. Questa scuola, progettata apposta per sfornare allegri somari, proprio nell'essere diventata ciò che è diventata contiene sacche di discriminazione ancor più estese, e anche questo tutti quanti lo vediamo e lo sappiamo. Ecco dunque che, quando dai banchi s'intende compiere l'epico balzo in avanti verso la cattedra, i meccanismi non possono che riprodursi: i concorsi ordinari - che pure non venivano svolti all'insegna della più grave serietà - sono stati presto soppiantati dai cosiddetti riservati, che hanno immesso in graduatoria, insieme a docenti preparati, ma la cui preparazione non è stata certo verificata in quella sede, un ammasso di cani e porci meritevoli solo di avere frequentato un corso semestrale, autentica ed unica conditio sine qua non per passare. Farse all'italiana, tanto per cambiare. Poi, in tempi più recenti l'idea stessa del concorso sarebbe stata di fatto eliminata dall'orizzonte degli aspiranti docenti, per fare largo alla Scuola di Specializzazione. Altra abnorme presa per il deretano: qui di verifica delle competenze neppure più si parla. Basta superare una preselezione (cultura generale declinata in crocette, non sia mai che si presenti anche qualche analfabeta, e quesiti d'indirizzo in numero di tre per un massimo di diei righe di risposta cadauno, esattamente il calco della terza prova di maturità), e poi via a tagliare e incollare unità didattiche messe gentilmente a disposizione dai motori di ricerca internet e a leggere magari qualche librino per sapere più o meno cosa dire durante la tranquilla conversazione che funge da "esame".

Ci si meraviglia che gli insegnanti, se non particolarmente vocati alla passione per il sapere da impulsi personali (e facoltativi), si riducono ad essere una mandria di ignoranti, con effetti analoghi su chi dei loro ammaestramenti si dovrebbe pascere? Ma il problema è ancora una volta al fondo: eliminare la selezione per l'accesso ad una professione significa di fatto deresponsabilizzare quella categoria di lavoratori. Che infatti percepiscono se stessi e vengono percepiti dagli altri come puri e semplici impiegati. Burocrati senza responsabilità, appunto. E perchè dovrebbero sentire il peso e la dignità di un ruolo che non è costato loro alcuna fatica?

Tanto vale che la catena si rimetta in funzione e riproduca se stessa in eterno,  all'insegna della mediocrità. A proposito: vorrei fare presente che nel Piano dell'Offerta Formativa della scuola in cui ho la (s)ventura di insegnare, il celeberrimo 5 non è considerato un voto insufficiente, bensì una valutazione mediocre: pertanto, il ragazzo che riporta 5 in una materia non dovrà considerarsi insufficiente in quella materia, e quel voto non potrà assolutamente essere preso in considerazione quando si configuri il pericolo di una bocciatura. A riprova di qanto si diceva: nella nostra scuola la mediocrità è un valore, specialmente quando sta in cattedra.

G.P. 

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categorie: scuola, globalizzazione, comunicazione, ragli dasino
sabato, 24 novembre 2007

materialindipendenti

Ad un mese e poco più dall'apertura di questo spazio, se dovessi tirare delle somme mi direi senza dubbio soddisfatto... nonostante i miei articoli siano spesso lunghi e talvolta complessi, sto avendo un numero rilevantissimo di visite (più di 1000 solo il primo mese!) e di questo non posso che ringraziare tutti coloro che hanno la pazienza di leggermi. Alcuni li conosco, altri li ho conosciuti strada facendo, altri no, alcuni mi lasciano dei commenti, altri no, ma non importa. Dai referer giornalieri scopro che sono sempre meno quelli che inciampano su queste pagine cercando cose che poco hanno a che fare con quanto scrivo. E fra coloro che mi visitano ci sono scrittori, lettori, editori. Tutto un universo di personalità troppo spesso ignorato dalla diffusione culturale ufficiale, ad onta della carica creativa che è capace di esprimere.

Ecco, da queste considerazioni nasce l'idea di invitare tutti i blogger che mi sono amici o vengono a farmi visita a partecipare insieme a me ad una sorta di narrazione corale: chiunque ne abbia voglia, può mandarmi via privato i propri esperimenti narrativi - preferibilmente short story di non più di quaranta righe - che sarò felice di ospitare qui. Storie già pubblicate sui blog personali di ciascuno oppure inedite, racconti degli amici scrittori e di chi non lo è, e magari neppure vuole diventarlo, ma ha piacere ad esprimersi comunque sia e comunque vada. Non sottoporrò i materiali a censura alcuna, salvo casi di assoluta incompatibilità con il mio personale gusto, riservandomi di pubblicarli quando ne avrò ricevuto un numero sufficiente (fissiamo un limite entro l'8 di dicembre, data in cui il mio stanzedistanzetransumanze compirà due mesi?). Il tema: Materiale Resistente. In tutte le possibili variazioni. Un'idea nata mentre rileggevo l'articolo su Linea Gotica che trovate qui di seguito.

Questo non è un concorso letterario, e quindi non vi saranno premi né graduatorie di merito. Nessun vincitore e nessun vinto. E' solo un tentativo di mettere a disposizione del multiforme ingegno che si sviluppa in rete uno spazio che si sta conquistando un certo numero di consensi nella comunità virtuale di cui fa parte. E di tentare di valorizzare ulteriormente, per quanto sta nelle mie possibilità,  intuizioni normalmente cestinate...

G.P.

postato da oeildecarafa alle ore 23:06 | link | commenti (3)
categorie: letteratura, storie, comunicazione, scrittori, materiale resistente
sabato, 24 novembre 2007

DEMARCAZIONI - sezione SUONI

ferretti 2Nel 1996 usciva Linea Gotica, secondo disco dei CSI, la formazione che, fra incertezze e intuizioni, faticosamente risorgeva dalle ceneri dei CCCP. A chiunque s'interessa alle vicende del rock italiano è capitato d'imbattersi in questo lavoro, quasi come per una necessità. E di restare avvolto fra le sue spire sussurranti la necessità dolorosa di ricavarsi uno spazio di confine, un rifugio alle pendici della Storia, ma sempre e comunque in faccia al Mondo. Una linea gotica. Di questo album, in qualche modo storico, Claudio Fabretti e Michele Spezzaferro hanno scritto:   

"Dedicato al mito della Resistenza (in particolare quella italiana durante la Seconda guerra mondiale e quella bosniaca di Sarajevo), il disco presenta una ricerca quasi disperata dell'intimità. Una ricerca di profondità che si evidenzia con la quasi totale rinuncia alle percussioni, con il rallentamento di tutti i tempi, con la scelta di una uniformità timbrica data dalle chitarre appena distorte e dalle tastiere, che fanno da piccolo organo, il tutto a fare da tappeto alle parole di Ferretti e ai vocalizzi di Ginevra di Marco, senza mai cercare variazioni improvvise o aperture potenti. Quasi fosse una lunga preghiera. In alcuni frangenti il disco raggiunge una grande intensità, e questo proprio nei momenti in cui questo lungo mantra si avvolge su se stesso prendendo respiro, ad esempio nell'intrico di archi e chitarre in tempo ternario della splendida "Cupe Vampe" (sull'assedio di Sarajevo) o alla fine del disco ("Irata"), nel moto circolare della frase pasoliniana "ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per un'irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande"

 

Un giudizio che in larga parte condivido. Ma niente può evocare la tensione che circola fra i suoni e le parole di questo "miraggio di una piccola patria" meglio del racconto che ne fa Giovanni Lindo Ferretti, una delle anime che l'hanno sognata. Quella che ha affidato alla musica le parole. Ve lo propongo per intero, qui di seguito.

 

ferretti 4Linea Gotica è un disco di chitarre elettrificate: anche alle tastiere, al basso, alla voce è prima consigliato, poi imposto, di adeguarsi. A conti fatti è questo il suono del nostro tempo, per quanto detestabile possa essere questo tempo e questo suono.
Una grande casa colonica in Val d'Orcia e tutto intorno a vista d'occhio grano maturo, milioni di chicchi che si sfiorano, si battono e ribattono, un accompagnamento tenue e sommesso, profondo e potente. Sui crinali, sui colli l'imbrunire evidenzia i paesi: Pienza, San Quirico, Castiglione, Campiglia, Abbadia San Salvatore, Radicofani. In faccia freschi e scuri i boschi dell'Amiata e oltre,
per chi sa che c'è, la Maremma. La voglia e la necessità di raccontarci, riflettere, essere catalizzatori e diffusori di energie vitali, cosa possibile alla musica, nel cuore dell'Italia a metà degli anni '90. Senza aver preparato niente, ognuno a suo modo pronto. Ci sono due testi che aspettano però, in qualsiasi direzione si muove la musica sono pronti ad imporsi.

di colpo si fa notte
s'incunea crudo il freddo
la città trema
livida
trema

brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano
che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna

s'alzano i roghi al cielo
s'alzano i roghi
in cupe vampe

brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani
bruciano i libri
possibili percorsi, le mappe, le memorie, l'aiuto degli altri

s'alzano gli occhi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe
s'alzano i roghi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe
di colpo si fa notte
s'incunea crudo il freddo
la città trema
come creatura

cupe vampe livide stanze
occhio cecchino etnico assassino
alto il sole: sete e sudore
piena la luna: nessuna fortuna
ci fotte la guerra che armi non ha
ci fotte la pace che ammazza qua e là
ci fottono i preti i pope i mullah
l'ONU, la NATO, la civiltà
bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d'ogni cecchino
bella la vita a
Sarajevo città
questa è la favola della viltà

Lo stato delle cose, il punto di partenza, la Jugoslavia. Ancora una volta l'Europa dimostra, più che la propria incapacità, la propria inconsistenza al di là di un sistema di produzione e consumo. produci consuma crepa, cantavamo 10 anni fa irridendo la triade imperante; qualcosa è cambiato e non in meglio da queste parti: si consuma di più, si produce in meno sempre in meno, si crepa molto di più e in malo malissimo modo.
Anni di guerra feroce sulle rive del mare Adriatico, morti, feriti, orrore. Anni di viltà, di disinteresse o di alti interessi, di un qualche tornaconto anche enorme.
L'Europa che vuole contare, quella che fa i conti e con cui bisogna farli, in questo secolo con le leggi razziali e la conseguente distruzione della sua componente ebraica si è macchiata di un abominio che la guerra e la Resistenza hanno potuto farci credere se non perdonato almeno fortemente scontato. La Jugoslavia è qui a ricordarci che non è vero. Da questa eterna cloaca di sangue, spirito, interessi economici sgorga continuamente il nostro peggio e il nostro meglio e non riusciamo a porvi rimedio. Chi non sa farsene una ragione può sempre porre fine ai suoi giorni. Si perderà il peggio e anche il meglio e poi, dove crede di andare?
Lo sguardo pensieroso, stanco di eccessive complessità s'ingrezza, si semplifica, tende al lineare. favoriti i documenti si parte, poco il bagaglio, essenziale:

sogni e sintomi

del bisogno d'essere scaldato, d'essere nutrito
del bisogno nostro di essere consolati

frutto di una
innocenza remota
imbastardita
stretta di carne accattivante

nessuno può permettersi rimpianti
nessuno può permettersi rimpianti mai

che i sogni siano sintomi
che i sogni siano segni
sanno i sogni sanno i sogni sanno i sogni
che

parole sussurrate
che stanno appiccicate in gola
e possono strozzare meglio soffiarle
parole pronunciate che stanno conficcate in gola
e possono far male meglio lasciarle
parole comandate che stanno conficcate in gola
e possono strozzare
meglio sputarle

come un animale che non sa capire
guardo il mondo con occhio lineare
come un animale che non sa cos'è il dolore
guardo il mondo con occhio lineare
come un animale che non può capire
guardo il mondo con occhio lineare
come un animale
nel tempo di morire
cerco un posto che non si può trovare
come un animale nel tempo di morire
mi accontento di un posto in cui sostare
come un animale nel tempo di morire

che i sogni siano sintomi che i sogni siano segni
sanno i sogni sanno i sogni sanno i sogni che...

Esce insopprimibile l'attitudine punk che non rinuncia ad attaccare uno stile appena codificato e già insopportabile nel suo revival, quindi rallenta la velocità, abolisce la batteria, canta sottovoce, apre alla psichedelia eppure è punk, determinato dalla consapevolezza del "no future". Il resto è un mucchio di vestiti brutti e scomodi, spazzatura, questo era il suo valore, la sua bellezza. Adesso, 20 anni dopo, con la spazzatura fanno la TV, i giornali, le campagne elettorali e quei vestiti li vendono a caro prezzo, quanto agli atteggiamenti la nostra nuova classe dirigente a parte non saper pogare deve essere uscita da un corso per corrispondenza di Malcolm Mc Laren. Questi sì che trasformano la merda in oro, Alchimisti vergognatevi!
Nella confusione tra sogni e sintomi, punk e moda, media e spazzatura, pogare e pagare.

...e ti vengo a cercare

per ricomporre, a modo nostro, una unità. Una canzone italiana tra le più belle, da un Battiato che ci onora della sua attenzione e della sua simpatia e con la sua voce chiude, d'incanto, questa voglia d'amore, questa necessità. Poi ci sono le chitarre a ripartire a individuare lo spazio di movimento, a decidere il tempo. La voce si lascia risucchiare, le parole poche galleggiano

memoria parla consolante
succedono le età
succedono
le età meravigliose
che non c'è età assoluta
altro vi fu e sarà e quanto
e in quale forma

qui la luce si ritrae e l'aria è satura dell'eco di lamenti
scorteccio le parole
aride schegge secche adatte al fuoco

è l'instabilità che ci fa saldi ormai
negli
sgretolamenti quotidiani

Problemi molto gravi fra le creature, gravi problemi con il Creatore, innamorati della creazione. Non c'è fantasia possibile che valga un'alba blu, anche se genererà una giornata di merda:

aspetta chi è aspettato 
che sia compiuta l'attesa di chi attende
non sono strutturato
in modo di poter reggere per molto tempo ancora

sotto la calma apparente
un
assordante frastuono
dissonanze
chiassose e confuse
armonie affannate sconnesse
leggere increspature agli orli

ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più

alimenare catena implacabile
pause tranquille atte alla digestione
intransigenze mute
rabbiose devozioni

ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più
ho dato al mio dolore la forma di abusate parole 
lasciando perdere attese e ritorni
ho aperto gli occhi dall'orlo increspato
ho visto l'alba blu

Ci sono poi le giornate molto particolari che hanno un rapporto speciale con l'alba che le ha generate: 
25 aprile 1995 Lemizzone di Correggio R. E.: concerto di Materiale Resistente:

Alba la presero in duemila il 10 ottobre
la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944
anche la disperazione impone dei doveri
e l'infelicità può essere preziosa
non si teme il proprio tempo è un problema di spazio
non si teme il proprio tempo è un problema di spazio
geniali dilettanti in selvaggia parata
ragioni personali una questione privata

la facoltà di non sentire
la possibilità di non guardare
il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre
essere attenti

luogo della memoria pomeriggio di festa
giovane umanità antica fiera indigesta
cielo padano plumbeo denso incantato incredulo
un canto partigiano al Comandante Diavolo
non temere il proprio tempo è un problema di spazio
non temere il proprio tempo è un problema di spazio
geniali dilettanti in selvaggia parata
ragioni personali
una questione privata

la facoltà di non sentire la possibilità di non guardare
il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre
essere attenti
la mia piccola patria dietro la Linea gotica
sa scegliersi la parte
la mia piccola patria
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre
essere attenti
occorre essere attenti occorre essere attenti
e scegliersi la parte dietro la Linea gotica
Comandante Diavolo
Monaco Obbediente
Giovane Staffetta Ribelle Combattente
la mia Piccola Patria dietro la linea gotica
sa scegliersi la parte

mani12
Materiale Resistente è ora un CD, un libro, un film, acquisiteli: ognuno fa quello che può nell'arco dei millenni. Mai sentito nominare alcuni dei Nomi di Dio così tanto come in questi ultimi anni. Dalla Jugoslavia al Nord Africa, dal Medio e Vicino Oriente alle Americhe povere e ricche e più si chiama in causa Dio più aumenta il livello del dolore, delle atrocità, della violenza. Come è possibile che "Colui che tergerà ogni lacrima dai loro occhi" li stia facendo annegare nelle lacrime?

Millenni di Patto millenni di Legge
millenni d'Osservanza
millenni di Croce per nuove Alleanze millenni nel Nome di Dio
millenni di
sangue versato a concime
millenni di imperi e regimi millenni di regni di dio
millenni di Parole Sante millenni nel Nome di Dio
che non so dire
Generatore
che pare amare ogni ingiustizia in faccia al sole
troppi tiranni in terra, in cielo
Millenni di Patto millenni di Legge millenni d'Osservanza
millenni di Croce per nuove Alleanze millenni nel Nome di Dio
millenni di sangue versato a concime
millenni di imperi e regimi millenni di regni di dio
millenni di Parole Sante millenni nel Nome di Dio
millenni di regni di dio

Millennio del signore, sesto
o secondo che finisce 
o secondo che avanza
Urlo da lama
Santa Mattanza
non sono scrupoloso al riguardo di dio
è a nostra immagine e somiglianza
non sono scrupoloso al riguardo di dio
è a nostra immagine e somiglianza

Sia chiaro: ciò non farà di me un anticlericale, di tutte le sette la più sciocca, anche se di questi tempi la meno pericolosa. Non si interrompe questa emozione, anzi giù dall'enormità dei millenni tocca un'ora della giornata e rilancia. Tutti quelli che, bambini, sono cresciuti sotto lo sguardo di Dio, respirando la religione domestica e parrocchiale sanno, se vorranno ascoltarla, di cosa si suona si canta. Sono le braccia calde contro il gelo del firmamento che, nell'adolescenza, minano da sempre la credibilità della nostra morale religiosa conciliante con tutto, con il potere in maniera addirittura scandalosa, ma non con il nostro corpo, come se l'essere carne e sangue e nervi possa essere ridotto a una casualità insignificante e futile e da reprimere, disprezzare, avvilire.
Tutti gli altri dovrebbero vedere "Maciste all'inferno" perché questa è la rielaborazione di una parte didascalica di quella colonna sonora che occasionalmente eseguiamo in giro

Eccola l'ora delle tentazioni
è questa l'ora delle tentanzioni

il vento il fuoco una porta che sbatte

pensieri parole
posso tutto ciò che voglio
voglio tutto ciò che posso

rosa è una rosa una rosa è una rosa
mistica rosa rosa carnosa

sfiorisci bel fiore

ORO oro e piaceri e paradisi mussulmani
La Casa La Chiesa a Modo e per Bene

la casa la chiesa a modo e per bene campana che suona
la notte che viene cattolico decoro cattolico decoro
cattolico decoro cattolico decoro la luce si spegne

scaldano le braccia del peccato scaldano il freddo
del firmamento che è fredda la notte
è fredda la notte

Le chitarre, ovvio, si infilano anche qui. Luogo inadatto, consono a voce e pianoforte; brevi accenni di violino compaiono seducenti come un jingle pubblicitario appena l'atmosfera si apre e restano lì come leggero disturbo pronte a trasformarsi in pseudo zampogne cornamuse pur di ribadire la propria necessità. Hanno ragione.

Sempre più spesso penso pensieri che non mi piacciono e la mia confusione si amplifica in quella di chi mi sta vicino. Della inadeguatezza di questo debole pensiero, debolissimo, più capace di capire un Etrusco aspettando l'imbrunire in una pozza calda della val d'Orcia che di capire, pur dandosi da fare, i propri contemporanei. Coltivo allora il mio lato animale. Dopo migliaia di anni di mutuo rapporto,
è possibile avere dagli animali addomesticati informazioni sostanziali sull'uomo?
Vi racconterò una storiella, quasi due
.

cavalli 1

-è croata, dall'oriente, al levar del sole-
era la prima volta che, bambino, vedevo una cavallina grigia; gli altri cavalli che conoscevo, bai o morelli, erano Bardigiani o Maremmani. Croati o Furlani (friulani), così i vecchi montanari delle mie parti chiamavano dei cavalli grigi o roani, cavalli adatti alle mulattiere alla vita di montagna. Di loro non ho più sentito parlare fino a quest'estate. Una piccola notizia, due righe in un articolo, si raccontano nuove strane leggende.
"sul fronte dell'assedio a Sarajevo un piccolo gruppo di cavalli croati requisiti dai militari si è suicidato gettandosi in un burrone". Questa non è una leggenda, credetemi, è un insegnamento, sicuramente adatto a pochi, ma quei pochi potranno farne tesoro.
Tancredi è un giovane cavallaccio, nato in casa e ben allevato, sempre rotto e rovinato ovunque per troppa energia
che non sa ancora controllare. Io l'allevo, semibrado, lui allevia le mie tristezze e mi insegna lo sguardo animale, che ha l'anima ma non puù approfittarne, sul mondo. Lo sguardo lineare di chi può solo subire il verificarsi degli avvenimenti storici e li subisce avendo a disposizione per sopravvivere un codice genetico che, date certe condizioni di vita, può diventare coscienza individuale, ma senza poterne trarre profitto.

io e Tancredi

somiglia il mio vedere all'occhio dei cavalli
cieco da distorsione nell'immediato fronte

fondo e pungente ai lati in connessioni ardite
preda dello sgomento
facile allo spavento

ma docile e tranquillo e temerario e ardito
al giusto carezzevole necessario contatto

ricorda questo incedere il passo dei cavalli
pesante e travogente leggero e titubante

e testardo e ribelle paziente e strafottente
capace di volare e pronto a incespicare

ma docile e tranquillo e temerario e ardito
al giusto carezzevole necessario contatto
e testardo e ribelle paziente e strafottente
disposto a stramazzare se l'occasione vale

A volte è difficile sapere se sono io o è lui a pensare certi pensieri, a volte, è sicuro, è un'entità che ci contempla entrambi. Chi pensa chi? Risposta non c'è o forse chi lo sa... l'atmosfera è psichedelica, d'altra parte ai privilegiati del mondo cosa resta da fare se non allargare l'area della coscienza?
-ma non hai un po' di coscienza?- ce l'hanno anche le chitarre che, quasi da sole, si cantano anche un pezzetto di Pasolini citato a memoria

l'incombere umorale degli affetti del sangue
l'incombere umorale delle idee delle istanze
l'insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé

non tornerò mai dov'ero già
non tornerò mai a prima mai

l'incombere umorale delle idee delle istanze
l'incombere umorale degli affetti del sangue
potessi dirti quello che nemmeno posso scriverti esiterei
nel farlo

oggi è domenica domani si muore
oggi mi vesto di seta e candore
oggi è domenica domani si muore
oggi mi vesto di rosso e d'amore

...ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande......

Pasolini è una buona compagnia per finire. Così fuori luogo e così parte in causa. Per come va il nostro mondo tutti quelli che denunciano il degrado umano contribuiscono, malgrado loro, ad aumentarlo, e questo "malgrado" è tutto ciò che resta alla nostra buona coscienza.
buon anno, ragazzi
.
 

Giovanni Lindo Ferretti

postato da oeildecarafa alle ore 14:50 | link | commenti
categorie: musica, poesia, storie, comunicazione, rock, ferretti, scrittori, consorzio suonatori indipendenti, linea gotica
domenica, 04 novembre 2007

LITTERA non LITTERAE

L’ E T A’   D E L L’ I N C O N S I S T E N Z A / 2

giovaniAd un intervistatore che gli chiede conto della sua vicinanza alla destra politica – la quale parrebbe trasparire in maniera sufficientemente chiara da alcuni passaggi dei suoi scritti – il nostro Moccia risponde in maniera piuttosto significativa: “Quando mi confronto con i giovani, il terreno comune lo troviamo sui sentimenti. Io scrivo romanzi, racconto emozioni e in queste credo che i ragazzi si ritrovino. Di politica, di questi temi, assai più complicati, non parliamo mai. Non sono un sondaggista o un giornalista e quindi penso che certi temi e le relative idee sia anche giusto rimangano loro e non diventino pubbliche. Non è un caso che nei miei libri la politica sia completamente assente. Del resto nel nostro paese è talmente scombinata che parlarne sarebbe completamente senza senso”.

Sì, tutto sommato è meglio non angariare le fragili menti di questi poveri fanciulli con questioni troppo complicate: del resto, che tipo di contatto possono avere i grandi temi che segnano le contraddizioni della nostra società con il loro universo volutamente semplificato, costruito su una realtà assertiva, dove gli interrogativi diventano dati di fatto e la riflessione si riduce ad essere semplice osservazione? Sarebbe davvero ingiusto che le loro idee su “certi temi” – mica indispensabili per capire il nostro mondo – diventassero pubbliche, o magari perfino oggetto di un confronto, veicolo di una presa di coscienza del proprio “stare in un contesto determinato”: anzi, meglio che, se ci sono, tali perniciosi embrioni di deviazione se ne stiano segregati nel più recondito ripostiglio della mente. E se invece di idee (quantomeno quelle che a Moccia e a chi lo tiene sul proprio libro paga non interessano) non ce ne sono proprio, vorrà dire che i libri servono ancora a qualcosa!

E si disegna così, nel gran frullatore globale, la prima ragione distintiva fra giovani e adulti. Ma sia ben chiaro che qui non parliamo più di quell’antica dicotomia che sempre ha opposto generazioni diverse fra atteggiamenti progressivi e attaccamento al feticcio della conservazione – quella biforcazione, per intenderci, ancora descritta così bene dal primo Pirandello agli albori del secolo ventesimo, dove vecchi e giovani si volgevano verso orizzonti differenti nell’approccio ad un sistema generale che informava particolari visioni del mondo.

Qui invece si sta ragionando di due categorie merceologiche. Capitoli da studiare su un manuale di marketing, niente di più. Perché, com’è risaputo, gli imperativi del moloch mercantilista – l’unico autorizzato, a quanto pare, all’uso di questo modo per la coniugazione dei verbi – non assecondano bensì creano i bisogni dell’utenza. Troppo spesso facendo leva, peraltro, sui più biechi ed egoistici istinti del consumatore. Così, in questo ipotetico manuale, al lemma “giovane” corrisponde: facilità, anarchia, incoscienza, laddove “adulto” significa complessità, responsabilità, dovere.

 

a) facilità / complessità

 

Dunque, tornando a Moccia e alle miraboliche imprese della generazione che in lui ha trovato ilvalentina18 suo vate, ciò che ci ostiniamo a non comprendere è che stiamo parlando dei “giovani d’oggi, che smanettano col cellulare, che rimorchiano in chat e sono cool solo se hanno il blog o uplodano video su youtube”. Altro edificante passaggio dell’intervista che ho prima citato: come volevasi dimostrare, un’intera fascia della popolazione viene descritta e definita attraverso i prodotti che consuma (e naturalmente nella lingua, sia pure storpiata, della potenza economica che ci mette sopra l’etichetta), ovvero: per capire qualcosa di questi ectoplasmi non bisogna domandarsi chi essi sono bensì, in prima battuta, cosa usano. Ed è così che si dipinge sotto i nostri occhi questo mortificante ritratto. Certo, lo stesso Moccia ammette che di una simile situazione non si dovrà dare una “lettura del tutto positiva” e denuncia con una punta di commiserazione che “il loro linguaggio, ad esempio, è stato molto contaminato dal web” o che “i ragazzi oggi contraggono tutto, tagliano come gli stenografi al computer”. Tuttavia così è: tanto vale prendere atto della realtà e descriverla. Descrivere questa realtà, s’intende, pretendendola totalizzante, e niente affatto discutendola: quali siano le cause, le contraddizioni, le profonde ragioni di ciò che si descrive, infatti, è questione troppo complicata, o comunque non è un problema di chi scrive romanzi ma, al più, del sondaggista o del giornalista (!). In fondo, chi non trascorrerebbe i propri anni migliori nell’isola felice che le dinamiche produttore/consumatore hanno costruito per i nostri pargoli? Un falansterio in grado di buttare fuori a pedate dal proprio recinto qualsiasi complicazione, dove il "tutto-e-subito" è l’unico articolo di legge in vigore e l’adolescente può ripiegarsi beatamente su quelle microdinamiche pomposamente definite “sentimentali” in cui è autorizzato a dispiegare a piacimento, innocentemente e con la benedizione della coscienza, tutta la propria immaturità, facendone finalmente un valore.

Facciamoli vivere in un cosmo fabbricato su misura per loro (dimensioni piccole, ovviamente, quanto piccole vogliamo diventino le loro intelligenze). Dove la parola viene sezionata e violentata, perché non deve più servire a rendere ragione di un’interiorità complessa bensì semmai ad obbligarla a semplificarsi. Dove le pulsioni e gli istinti finalmente si librano in un cielo sempre sereno perché sono l’unica cosa che abbia veramente diritto di esistere. Dove non possono esserci responsabilità ma solo un’impunita anarchia e, finalmente, dove tutto sia facile e pronto all’uso. S’avrà tempo dopo per i rompicapi, quando la società liberoscambista potrà concederlo.

D’altronde – mi sovviene di aggiungere – questo progetto di omologazione non si esplicita solo attraverso l’editoria: vorremmo lasciarne fuori la più importante agenzia formativa della nostra società, ossia la scuola? E qui ritorno a giocare in casa, da docente che per diventare tale ha attraversato le correnti impetuose del biennio di specializzazione, un ottimo osservatorio su ciò che i poteri forti del nostro beneamato Paese vogliono che le nuove generazioni siano. Per ben due anni, compiacenti colleghi-tutori ci hanno (secondo loro) dimostrato, o meglio (secondo me) predicato che tutti i ragazzi i quali attualmente popolano le aule scolastiche sono dei sottosviluppati cronici. Non sanno parlare né pensare, possiedono un vocabolario di non più di cento termini, si rifiutano di leggere e sono privi di gusto, quando non d’educazione. Per carità, in molti casi la radiografia non si discosta dal vero. Salvo poi chiedersi perché si sia giunti a tanto: le risposte sono le più diverse e vanno dall’ineluttabile legge del succedersi delle generazioni (perché non rifarsi al mito esiodeo delle età, mi domando) alle gravi responsabilità della televisione (che tuttavia esisteva anche quando io frequentavo il liceo) e via discorrendo… Ma quantomeno arriviamo ai possibili rimedi: ecco allora i sempre compiacenti colleghi con funzioni di tutorato affannarsi a spiegare che la battaglia è persa, che per riuscire ad insegnare qualcosa a questi benedetti ragazzi bisogna rendere loro le materie di studio più facili (altrimenti non ce la fanno, poveri scemi!), abbassare il livello degli obiettivi da raggiungere, cercare di appassionarli al latino facendo realizzare loro dei cartelloni illustrati come alle scuole elementari, oppure trasformare il romanzo manzoniano in una soap opera, intavolare discussioni (per carità, di grande spessore sociologico!) sull’ultimo reality televisivo e, soprattutto, mostrarsi vicini a loro, usare la loro lingua… In sostanza, i veri manuali di didattica sono realmente i libri di Moccia. Con l’ovvia conclusione, sottintesa in quanto scrive lui e in ciò che quegli altri dicono, che i giovani d’oggi sono una massa di deficienti. La generazione dei cellulari e delle chat, appunto. Cari adolescenti, se siete contenti voi…

 

(2 / segue)

 

postato da oeildecarafa alle ore 17:20 | link | commenti (8)
categorie: racconti, letteratura, globalizzazione, comunicazione, scrittori

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