Cari Paola Francescato, Oliviero Diliberto, Paolo Ferrero e Claudio Fava,
ho deciso di scrivervi questa lettera aperta in questo periodo di lotte contro un governo che ogni giorno calpesta la dignità umana dei più deboli facendo solo i suoi interessi e quelli dei suoi amici. Da quanto ho letto due domeniche fa la manifestazione a Roma ha visto un enorme successo di partecipanti che volevano dire no al progressivo sfascio morale e civile dell'Italia, mentre nelle Università studenti e ricercatori soprattutto (ma anche professori) si stanno mobilitando in difesa del diritto allo studio e di una cultura di qualità, per non parlare poi della ripresa delle lotte dei lavoratori. Ma come sempre quando ci sono le rivolte ecco che allora il potere interviene con il manganello. e allora ecco che se le forze autorganizzatesi dal basso non hanno un appoggio politico che sia in grado di guidarle e a cui fare riferimento a lungo andare si disgregano. Possono resistere per un pò ma se non si traducono le occupazioni, i cortei e le manifestazioni avranno durata limitata. Per questo vorrei lanciare a tutti voi un appello: siate voi quel riferimento in grado di tradurre in azione politica le proteste, iniziate a guardare gli uni agli altri perchè oggi nessuno può permettersi di rinchiudersi nel proprio orticello rilanciando solo se stesso o di unirsi agli altri solo in puri cartelli elettorali. Andate oltre voi stessi e unitevi in un solo Partito a sinistra del PD. Fondetevi in un partito laico, ambientalista e socialista che sia ingrado di analizzare la realtà odierna e di interpretarla correttamente. Qualsiasi autocontemplazione porterà solo all'autodistruzione e al lasciare soli coloro che in questi giorni stanno lottando.
Davide Gotti
Giovani Comunisti Bergamo
... per proseguire l'affascinante ma del tutto irrealistica ipotesi del calamandrei cui ho dato spazio (ma per puro divertimento, sia chiaro) nel post precedente, metto il caso che l'attuale presidente del consiglio italiano sia un conclamato fascista. cosa significhi essere tale è sempre difficile da capire, e tanto più in questo caso perchè nel pantheon berlusconiano figurano, nell'ordine: jahwé (non inganni la minuscola: mi riferisco all'essere supremo) da cui si vanta di essere stato unto, e poi alcide de gasperi (democristiano antifascista per l'appunto), bettino craxi (socialista per diritto di tessera), mike buongiorno (conduttore bi e tripartisan, indenne alla spartizione politica delle reti), george bush (presidente della più grande democrazia del mondo, a suo dire) mentre all'inferno bruciano stalin, lenin, togliatti e d'alema, tutti grandissimi dittatori. gente senza scrupoli che ha soffocato nel sangue popoli dissidenti (ma non quello iracheno) e dissidenti politici (ma non a genova). del resto, il suo è il partito delle libertà, dacché la casa è presto divenuta vittima delle attuali politiche edilizie. "delle" libertà (non "della"), perché tante sono quanti gli individui che le esprimono, oppure perché usare il plurale, per un commerciante, è sempre conveniente: paghi uno prendi tre, la quantità prima di tutto. tutto è quantità, dai bigliettoni verdi depositati sui conti esteri ai manifestanti nelle scuole e nelle università. appunto. forse quelle non sono libertà, ma quantomeno dovrebbero essere un buon affare: fai una sola riforma e prendi centinia di migliaia di fischi, equamente ripartiti a livello generazionale e territoriale. e qui scopriamo quanto vale il nostro presidente, che tutti abbiamo sempre ingiustamente tacciato di essere un mercante di tappeti, un imprenditore del genere calcolatrice ambulante: rinuncia al guadagno e lo dimezza. fisicamente, credo, stando alle dichiarazioni, tanto per non dare il destro alle malelingue: più onesto di così! come jahwé con l'ebreo datan, però, mica come stalin. oppure, se si preferisce, come i tanti democristiani (antifascisti) negli anni sessanta, come mike buongiorno con il cervello di milioni di casalinghe, come bush con circa una dozzina di popolazioni sulla faccia della terra. c'è differenza. numerica, certo, ma abbiamo detto che non è importante. la differenza è che lui ha ragione, come dio, come bush, come andreotti e cossiga, mentre stalin e i suoi sodali torto. perchè lui difende le libertà, gli altri le opprimevano, c.v.d. l'ipotesi è dunque questa: è fascista.
Posto un brano dell'interessante e piacevole tesi di laurea di Umberto Cataldo dedicata al concetto di DECRESCITA. Abituiamoci a sentirla ripetere sempre più spesso, questa parola, perché una delle chiavi del nostro futuro potrebbe essere nascosta proprio lì... Il testo integrale della tesi è reperibile sul sito del Movimento per la Decrescita Felice (www.decrescitafelice.it)

La ricerca di alternative è oggi auspicata da tutti gli insoddisfatti dello sviluppo ed è la necessaria prosecuzione di qualsiasi critica radicale delle concezioni e delle pratiche attualmente dominanti. È però evidente che le proposte dei “decrescitori” possano non sembrare costruttive né credibili agli occhi degli “sviluppisti” in buona fede, perché si pongono al di fuori di un sistema in cui regna ed impera il concetto di sviluppo e mettono in discussione la società del mercato e dell’economia come fine ultimo. Proprio per questo motivo è abbastanza complicato rispondere a domande come: “Ma potresti spiegarmi in poche parole la decrescita che cosa è?” oppure:“Se si nega il concetto di sviluppo, con che cosa si intende sostituirlo?”. Gilbert Rist afferma che quest’ultima domanda trae in inganno perché impone di accettare i presupposti del contraddittorio per poter avviare il dibattito; per non passare subito
per utopisti o sognatori bisogna fare il “gioco dell’altro” e conformarsi a quelle regole, ma siccome sono proprio le regole di questo gioco ad essere messe in discussione, la battaglia appare impossibile già in partenza20. Rist si pone anche il problema se valga la pena intraprendere questo percorso tanto più che anche se le alternative esistono non sembrano interessare a nessuno. Questo dubbio appare alquanto insensato partendo dal presupposto che la decrescita è una necessità, una inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con il mantenimento della pace. Esso inoltre porta con sé, anche all’interno dei paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza. La decrescita non è una ricetta ma semmai un segno, un cartello stradale che indica un nuovo percorso, un percorso che ci conduce verso un nuovo immaginario, ma il cui programma non può essere formulato con il linguaggio dei grandi esperti e tecnocrati. Peraltro non è facile la presentazione e non è facile da realizzare: non bisogna certo rinunciare semplicemente perché l’audacia della prospettiva sostenuta rende difficilmente realizzabili le necessarie misure
complete e le loro implicazioni. Il problema è che queste misure non rappresentano un modello pronto all’uso come le tipiche strategie di sviluppo, ma sono “vere e proprie utopie che mettono in movimento e creano nuove dinamiche in grado di riattivare prospettive bloccate e aprire la via a possibilità precedentemente ostruite”. Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario prima di tutto fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Esistono beni che non sono merci, come tutti i cibi e gli oggetti autoprodotti, oppure i servizi gratuiti ricevuti o dati ai parenti e agli amici (non sono merci perché non si scambiano con denaro e non fanno aumentare il PIL); esistono merci che non sono beni, come la benzina sprecata in una coda, la riparazione di un incidente, le misure di sicurezza contro i ladri. Secondo Maurizio Pallante, saggista esperto di efficienza energetica e membro del comitato scientifico di “M’illumino di meno” nonché presidente del “Movimento per la decrescita felice”, la decrescita consiste nel fare aumentare i beni e decrescere le merci; in questo modo è possibile ridurre l’impatto ambientale, diminuendo i rifiuti e le emissioni di CO2. Si tratta di ripensare l’attività economica in tre cerchi concentrici: il primo è quello della autoproduzione (yogurt, pane, frutta e verdura); il secondo è quello del dono (del tempo, delle capacità professionali, della disponibilità umana, dell’attenzione, della solidarietà); il terzo è quello dell’economia in senso convenzionale. Oggi la terza sfera sta soffocando le prime due, che devono riappropriarsi del loro spazio, uno spazio che si è ridotto notevolmente con l’avvento della società industriale, ma che già iniziava a diminuire con la nascita del baratto, che ha dato origine agli scambi mercantili. Le società industriali sono caratterizzate dalla prevalenza della produzione di merci sulla produzione di beni e il loro prodotto interno lordo cresce in continuazione. Nel loro sistema di valori, che misura il benessere con la ricchezza monetaria, ciò testimonia la superiorità della civiltà industriale sulla civiltà contadina e delle società occidentali, in cui la civiltà industriale si è sviluppata, su tutte le altre. Nelle comunità agricole la produzione di beni prevale sulla produzione di merci e la compravendita ha un ruolo complementare, sono realizzate forme di scambio non mercantili basate sul dono e sulla reciprocità, e da qui ne deriva proprio il nome: comunità in latino vuol dire “cum munus” ossia “con il dono”. Per Enrico Moriconi, Consigliere Regionale del Piemonte e fondatore dell’AVDA (Veterinari per i diritti animali) parlare di decrescita significa prendere coscienza della globalizzazione e delle grandi disuguaglianze che ci sono nel mondo. La dieta alimentare rappresenta simbolicamente queste disuguaglianze: mentre due terzi del mondo è vegetariano per forza, il terzo rappresentato dai ricchi è ipercarnivoro, dal momento che ha un consumo di carne giornaliero superiore al triplo del necessario. In Italia si tratta di circa ottantacinque chilogrammi di carne pro capite all’anno (compresi lattanti e anziani) a cui si aggiungono ventidue chili di pesce, sette chili di uova di uova e cento litri di latte, come a dire, un po’ troppe proteine. Scegliere di non mangiare carne, o di mangiare meno carne, non è soltanto un fatto privato, perché per prima cosa può ridurre la nostra impronta ecologica: un chilogrammo di carne bovina (come prodotto finito) necessita di nove chili di petrolio (concimi di sintesi, agricoltura meccanizzata, trasporti) e di ben quindicimila litri di acqua (irrigazione ecc). Inoltre può andare a incidere sui meccanismi di produzione del cibo a livello mondiale che creano disuguaglianza; gli animali sono alimentati con cereali, le cui sementi sono in mano per il 65% a sole cinque multinazionali che vendono anche il 70% degli erbicidi. Come afferma Latouche: “Fin tanto che l’Etiopia e la Somalia nel culmine della carestia sono condannate ad esportare alimenti per i nostri animali domestici e fintanto che noi ingrassiamo il nostro bestiame da macello con la soia cresciuta sulle ceneri della foresta amazzonica, noi asfissiamo ogni tentativo di vera autonomia per il Sud del mondo".
Credo che uno dei pezzi più interessanti sul fenomeno Lega Nord nelle recenti elezioni sia il reportage di Giorgio Salvetti pubblicato sul manifesto del 22 aprile: per le strade di Varese, dov'è nato il Carroccio, si tenta di capire lo stranissimo flusso di voti dalla sinistra cosiddetta estrema alla destra più arrogante, rozza, xenofoba e violenta... Riporto qui l'intero testo, tratto da www.ilmanifesto.it
Ritorno al futuro. Quindici anni dopo, siamo ancora qui. «Pensa, adesso non ho nessuno che mi rappresenta in Parlamento, la sinistra perde perché ha deluso anche me. Vivo con operai che votano Lega. Mi dicono che la Lega è l'unica forza anticapitalista». Daverio, piccolo paese a dieci chilometri da Varese, terra madre della Lega. Matteo, 38 anni, è tecnico specializzato. Nella sua industria di tubi è l'unico che vota ancora sinistra. Lo prendono in giro.
1. Le sinistre contro la sinistra
E’ ciò che più o meno siamo, in attesa di riuscire finalmente a sapere se e cosa saremo. Freddamente declinati al plurale, perché la contingenza elettorale non fa un progetto, né un simbolo unico basta a dare patenti di unitaria identità. E privi di una prospettiva chiara che ci permetta di stabilire come e dove poter incidere per avviare percorsi di lungo respiro, per fissare mete ed elaborare strategie. Certo, che la strada fosse tortuosa e pressoché infinita l’abbiamo sempre saputo, ma il punto è capire prima di ogni altra cosa se esiste la reale volontà di percorrerla, e più ancora di farlo insieme. Ecco l’interrogativo essenziale. A giudicare da quest’ultimo scampolo di campagna elettorale, si direbbe che i vecchi steccati, le barriere di principio fini a se stesse, l’ideologia infida del pour parler, la retorica identitaria, le logiche spartitorie rappresentino una prigione così dolce che in troppi stentano ad evadere. A partire dal sempre più remoto Olimpo dei capi conclamati per digradare fino all’ultimo vassallo. E invece proprio di un’evasione avremmo bisogno, perché talvolta la fuga è l’unica via per penetrare nel cuore dei processi reali: consueto paradosso. Spezzare le sbarre di una tradizione frammentata e di una memoria che abbiamo consapevolmente tenuto chiusa – ma che da sola si pretende capace di interpretare ogni presente e futuro possibili, trasfondendo anche nell’avvenire un fetore stantio – è il vero passo in avanti. Riconoscendo uno per uno gli ostacoli che ci impediscono di divenire comunità militante, e magari anche chiamandoli con il loro nome.
2. La società civile contro i partiti politici
Cosa sia l’una e cosa l’altra delle due opzioni è spesso difficile da dire. Per esempio, si fa qualche fatica a stabilire cosa e chi rappresentino, entrambe, anche se ormai pare che la politica non si debba più misurare sulla rappresentazione di istanze definite, bensì di fluide convenienze da verificarsi giorno per giorno fra i banchi del grande ipermercato globale. Però sembra che né gli uni né gli altri sentano il travaglio della loro autoreferenzialità.
Quelli che orgogliosamente si dichiarano società civile hanno buon gioco a farsi paladini dell’universo mondo – mai quantificabile anche perché spesso sarebbe imbarazzante provarsi a farlo – contro le sporche dinamiche di palazzo della cui estraneità fanno la propria vera ragione morale. Anche se poi vai a scoprire che quasi tutti codesti capipopolo sgomitano per un posto in una lista (se possibile di partito) e che il loro universale messaggio di fraternità, tradotto in cifre, spesso è poco più che un prefisso telefonico, alla faccia delle evocate masse alla finestra. E i partiti, intanto, sopravvivono sullo scheletro di strutture dannatamente residuali e, poiché misurano il consenso prevalentemente in termini di voti – e quelli finora, pochi o molti che siano, in qualche modo li raccolgono, almeno quanto basta per eleggere il barone di turno, ché in caso contrario la tragedia
scoppia davvero – si limitano a puntate episodiche e fuggevoli sul territorio. Magari a intercettare, quando ne scorgono l’opportunità, le correnti di superficie per poi abbandonarle prontamente una volta raggiunto l’obiettivo di rendersi visibili o poco più. Nessun dibattito che non sia funzionale al mantenimento di equilibri interni ed altre simili, tristi miserie.
Eppure, per quell’assurdo luogo comune che imperversa negli immaginari postmoderni (e con tanta nostalgia della perduta modernità), anche qui bisogna giocoforza individuare l’impero del bene e quello del male. Anche se, pure in questo caso, non esiste la metà dei buoni né quella dei cattivi, nessuno nasconde armi di distruzione di massa o forse, quel che è peggio, alla fine tutti ne abbiamo dappertutto e le une non sono più simpatiche delle altre. Sono toni duri, certo, ma se non ci liberiamo di questa pesante vocazione parolaia alla diversità (da cosa e da chi?), e non ammettiamo che la realtà è un poco più complessa di quello schemino binario che abbiamo diligentemente tracciato sui nostri taccuini, sarà difficile partire. Perché è uno schema falso, un diaframma illusorio che serve unicamente a conservare nicchie ad agibilità e responsabilità (volutamente) limitata, dall’una parte e dall’altra. Non esiste una società di puri legittimati a parlare e conclavi di empi che possono solo ascoltare e cospargersi il capo di cenere. Esistono pezzi di società, espressioni di volontà personale e collettiva con pregi e difetti analoghi che, pur organizzandosi diversamente e ponendosi obiettivi di varia natura, possono costituire un luogo comune di confronto ed azione attraverso la preziosa arte della mediazione. Ma senza pregiudizi privi di costrutto. Magari, con l’assunzione di responsabilità comuni.
2. La piazza contro il palazzo
O meglio, del come e del perché prenderlo, il palazzo. Perché in fin dei conti tutti sperano di poter in qualche modo influire sui processi politici, di cui i luoghi istituzionali non rappresentano proprio l’ultimo anello. E non fingiamo di non saperlo, per favore. Chi snobba la politica istituzionale ritenendola una dimensione irrimediabilmente inagibile, e magari chiosando che è inutile fare politica dentro i palazzi (specialmente quando nessuno lo candida), poi non si lamenti se non arriva niente di buono da quei palazzi, e faccia la cortesia di costruirsi i propri spazi autonomamente così come in autonomia s’è costruito le premesse, senza nulla rivendicare da chi egli stesso non ha voluto come interlocutore. Chi invece quella dimensione intende interrogare, sfidare, forse anche aggredire, abbia anche il coraggio di misurarsi con le sue regole. Dove il pugno sbattuto sul tavolo e l’isterismo infantile del tutto e subito non esistono proprio. Dove è necessario negoziare, mantenere degli equilibri o produrne di nuovi, giocare di pazienza, intuito, astuzia, e talvolta anche portare a casa risultati parziali. O non portarne affatto. La pars destruens – grossomodo la piazza – è necessaria ed importante, per mille e mille ragioni, solo se si accompagna alla pars costruens, ovvero la proposta positiva che s’insinua nei meandri del potere e riesce in qualche modo, piccolo o grande, a contaminarne gli spazi. Solo che queste due cose pare non possano coniugarsi: come la società civile è destinata ad essere altra cosa dal ceto politico, così le istanze che essa fa avanzare “fra la gente” hanno in sorte di non poter mai incontrare i flussi decisionali che si tramutano in legge sugli alti scranni.
3. Il dentro contro il fuori
E perché questo avviene? Forse, anche in questo caso, non è così semplice individuare la metà sana (il fuori) e quella malata (il dentro), e forse l’epidemia è più generalizzata di quanto non si pensi. Cioè: i partiti hanno mani grondanti la lordura schifosa del compromesso con il potere. Verissimo, nella grande maggioranza dei casi. I partiti hanno ormai la finalità di produrre e riprodurre una casta dedita solo alla cura di interessi parziali (leggasi: personali). Anche questo è vero per molti. Ma la cosiddetta società civile, standosene ben fuori con orgoglio, dove è più facile essere massimalisti – tanto è un massimalismo che nella petizione di principio spesso si esaurisce, senza nessuna conseguenza, un po’ come quello di Veltroni e compagnia quando sono all’opposizione – e modulando
le proprie istanze solo sulle proprie possibilità e non anche su quelle dell’interlocutore, non finisce forse con l’autorizzare questo allontanamento? Il dialogo deve tenere conto delle esigenze di tutti i dialoganti, sennò è una mera pantomima. Infatti. Una sceneggiata in cui c’è chi per ruolo protesta e chi per ruolo fa finta di dolersi della protesta. In modo che ciascuno incarni la propria funzione per sempre. Guai quando la piazza si avvicina al palazzo, ma guai anche quando il palazzo si avvicina alla piazza! In entrambi i casi ci sono contraddizioni che scoppiano, non solo oltre la cortina. Perché non accettare – tutti – che esplodano? Cioè, fare un passo indietro, cioè in avanti, e decidere di essere militanti che sfidano la politica, anziché teatranti che fingono di averla ciascuno sulla punta delle dita? G.P.
Nel 2003, alcuni terroristi vennero messi a morte dal governo cubano. Chi scrive difese allora le ragioni di Cuba, in contrasto con una pletora di no-global umanisti, umanitari e anche un poco coglioni. Sostenevano che non si poteva difendere uno Stato sotto assedio perché tentava di difendersi. Prima il principio, universalmente e astrattamente posto. Poi la realtà, la carne ed il sangue. Non so quanti di loro avrebbero usato gli stessi accenti di disprezzo per un Bush che avesse condannato a morte i dirottatori delle Torri Gemelle. In questo porco mondo solo ad alcuni è permesso difendersi. Ho rinvenuto solo oggi, per caso (sul blog http://perunsogno.splider.com, che ringrazio), questa lettera scritta da una intellettuale cubana proprio in quei giorni e su quei fatti. La leggano i lorsignori schiavi del no logo, frequentatori di locali alla moda e di aule parlamentari. Ci sono persone a cui puoi togliere tutto, ma non la dignità. Passa un'enorme differenza.
Sono un’intellettuale cubana, però prima di tutto maestra di molti giovani cubani limpidi e sognatori e madre di due figli sani e belli. Con la scusa del vecchio proverbio “Chi tace acconsente” mi sono decisa a scrivere. Oggi vediamo intellettuali non solo rispettati ma quasi venerati a Cuba, a poche ore dalla caduta dell’Iraq, in maniera inconcepibile ripudiare provvedimenti presi a Cuba che sembrano loro inspiegabili. Vediamo anche come altri, fra i quali il saggio Heinz Dietrich, ragionino esattamente né più né meno come gli Stati Uniti. Sembra rimanga poco da aggiungere. Però questa umile madre e maestra ha bisogno per la sua pace spirituale di lanciare la propria verità al mondo. Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire vivere in un blocco? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire esattamente essere un paese del terzo mondo economicamente collassato e in più sotto embargo, cioè duramente castigato per anni e anni?
Voglio parlare alla maniera delle piccole storie stile Foucault. Un giorno d’estate del 1995 nel pieno della disperazione mi sono seduta e ho scritto questa nota: “Oggi in casa non abbiamo niente da mangiare, né lenzuola, né asciugamani (i panni si sono rovinati dopo essere stati lavati ripetutamente col sale), né sapone, né detergente, né dentifricio, né carta igenica, né lampadine, né fili, né aghi, né matite, né carta, né penne, né cotone, nessun tipo di medicinale, né tè, né alcool, né combustibile, assolutamente niente. Che fare?”
E domando: “ Quelli che ci criticano hanno vissuto un solo giorno delle loro vite un giorno come questo?”
Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire assistere un anziano moribondo di 92 anni con un cancro e non avere niente da dargli da mangiare? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire essere una intellettuale prestigiosa e dover uscire fuori per il quartiere a chiedere un bicchiere di latte per “mio padre che sta morendo”? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire esattamente dovere andare nei campi a cercar legna per cucinare un poco di brodo per lo stesso moribondo mentre si tengono d’occhio le nuvole perché “se piove, oggi non si mangia”? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire appartenere a un équipe medica un 31 dicembre (1997), in un turno di guardia dell’ospedale, con solo sei duralgine per tutta la notte e dover decidere a chi si potranno alleviare le sofferenze e a chi no? Sanno quelli che ci criticano che cosa vuol dire avere una madre di 84 anni (la mia stessa madre) e non avere niente da darle da mangiare? Sanno quelli che ci criticano che cazzo voglia dire dar da mangiare un giorno delle loro vite a otto persone con solo quattro once di fagioli vecchi? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire vivere sotto black-out per dodici e più ore ogni giorno in pieno mese di agosto nei Tropici? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire non aver niente da dare da mangiare al proprio figlio che è stato malato con un serio rischio di morire (il mio stesso figlio) e riuscire appena a mettere insieme riso e banane per tre mesi? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire essere un'intellettuale e, per lavorare, avere appena un lapis e un poco di carta “riciclata”? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire dare lezioni per dieci anni con lo stesso libro che viene fotocopiato di anno in anno? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire veder morire una persona cara di cancro senza avere le medicine necessarie per curarla? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire veder morire un’anziana di dissenteria senza avere le medicine necessarie per curarla? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire non poter arrivare ai funerali di una persona cara perché non c’era il mezzo di trasporto per arrivare? Sanno quelli che ci criticano che cazzo voglia dire avere una persona cara con la febbre a quaranta e nessuna medicina per abbassargliela? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire togliersi il boccone di bocca per darlo al figlio e rimanere senza mangiare? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire dover decidere chi può mangiare una coscia di pollo in una famiglia di otto persone dove ci sono bambini e anziani malati? Sanno quelli che ci criticano cosa cazzo voglia dire non mangiare mai burro, né formaggio, né mele, né pere, né pane buono, né dolci, né bibite, né latte, né yogurt ecc. ecc. per anni? Sanno quelli che ci criticano cosa voglia dire doversi togliere le scarpe quando piove perché se ti si rompono non ce ne sono più e domani non puoi andare a lavoro? Sanno quelli che ci criticano con quale consapevole paura noi cubani abbiamo osservato le atrocità perpetrate contro il popolo iracheno? Credono non ci siano familiari? Credono che noi non ne sappiamo abbastanza di ciò?
E ancora, sanno quelli che ci criticano per quale ragione una buona parte del popolo cubano si ostina a sopportare atrocità simili e simili torture psicologiche? Non se lo sono mai chiesto? O qualcuno pensa che i cubani siano masochisti? Allora voglio rispondergli. Fra di noi oggi circola un proverbio che si dice sia arabo: “Beati quelli che possiedono il petrolio perché saranno invasi”. Mi piacerebbe proporgli anche questo: “Beati gli originali, i creativi, i ribelli, i matti, gli innamorati, i disobbedienti, i sognatori, perché anche loro saranno castigati.” E che genere di castigo!
Però continuiamo ad essere matti, innamorati, sognatori, disobbedienti e ribelli perché semplicemente paga. E’ il gran senso della nostra vita. L’unica cosa che ci manca è che ci condannino a morte. Ci hanno fatto così tanto pensare a questo che la morte stessa è arrivata a perdere al sua misteriosa e altissima trascendenza.
In quegli anni terribili qualche alunno mi domandava: “ Non se ne va via professoressa?” No. Non me n’andai perché volevo condividere al tragedia col mio popolo, con i miei figli, con la gente del quartiere, con i miei alunni famelici, con i conoscenti e tutti gli altri. Non me n’andai per una semplice ragione: non volli e non voglio. Per questo bisogna avere un coraggio enorme. Per vivere questo “castigo imperiale” che è Cuba, bisogna essere dei tipi duri e incazzati (mi perdonino, però non c’è altro vocabolo). E’ la pura verità.
Adesso ci raccomandano democrazia e pluripartitismo. Quale democrazia e quale pluripartitismo se si può sapere? Salvador? Venezuela? Che credono, quelli che ci criticano, riguardo ai poveri che oggi possiedono la terra in Venezuela? Che se la lascino sottrarre così? Questo sarà da vedere! Brasile? E che cosa, durante pochi anni di mandato, con le migliori intenzioni, si “potrà” fare con il dramma brasiliano? Daranno il permesso per molte originalità a questa grande economia mondiale? Guatemala? Honduras? Costa Rica? Colombia? Paraguay? Cile? Messico? Uruguay? Argentina? La democrazia ed il pluripartitismo della Spagna? O dell’Europa, della Yugoslavia e del “nuovo Iraq"? Perché, a tutte queste, in stile democratico e pluripartitico europeo, noi, poveri paesi del Caribe, con la nostra storia di piantagioni, di sottosviluppo e di miseria secolare, non ci sogneremmo mai di arrivare, questo è chiaro.
Credono, quelli che ci criticano, che noi - questi pazzi, sognatori, ribelli e disobbedienti - siamo stati terribilmente castigati e ci siamo sforzati e sacrificati tantissimo e che adesso lasciamo “armare” una controrivoluzione interna che metta in estremo pericolo la nostra infanzia e la nostra gioventù così? C’è qualcosa che il mondo deve ricordare: noi madri cubane siamo state punite dall’impero fino all’infinito, e fino all’impossibile, noi madri cubane abbiamo dato e anche sacrificato il meglio di noi per una semplice ragione: non vogliamo bambini ignoranti, né mendicanti, né drogati, né trafficanti, né analfabeti, né abbandonati, né assassinati. Non vogliamo bambini senza futuro, senza sorrisi e senza amore. Questo lo capiscono? Cè qualcosa che gli si deve ricordare in questo momento, e per favore non lo scordino mai: la pace, la sicurezza e la felicità attuale dell’infanzia e della gioventù cubana non sono negoziabili. E in nessun modo!
Per caso, dopo tanti e tanti sacrifici e privazioni permettiamo a ottanta individui, che solo Dio sa semmai si sono preoccupati per qualcuno e qualcosa, di attentare alla sicurezza dei nostri figli? Chi e che cosa gli ha dato un diritto simile, si può sapere? Per attentare a ciò, qui devono fare i conti non solo con il Consiglio di Stato, con le forze armate, con gli avvocati e i giudici di Cuba. Devono fare anche i conti (non se lo scordino mai) con le madri e i padri di questo paese.
Tanta ingenuità (di questo pensiamo si tratti) ci ha lasciato sconcertati. Sì, francamente sconcertati. Non hanno visto per caso il mondo intero marciare, gridare, vociferare e sgolarsi contro la guerra: qualcuno li ha considerati per caso? Abbiamo guardato da qui spaventati (terribilmente spaventati) come questo nuovo e fiammante fascismo si è preso gioco dell’umanità intera. Si è preso gioco del Papa e della sacrosanta Chiesa Cattolica. Si è burlato di tutta l’umanità degradandola. Che pensano di questi dettagli quelli che oggi ci criticano? Postmodernismo, fine della storia. Medio Evo? Chi sono quelli che verranno qui a “togliere le castagne dal fuoco” insieme a noi nell’ora delle bombe e delle macchine “intelligenti”?
Riguardo alla dissidenza noi cubani potremmo scrivere un trattato. Qui ce n’è di tutti i tipi. C’è la “dissidenza felice” messa in pratica dai neo-laureati che con l’inchiostro ancora fresco del titolo universitario corrono negli USA (per poi, molte volte, ritrovarsi a caricare sacchi in un magazzino). Ci sono “dissidenti eleganti”, maestri di gran prestigio che tornano a Cuba in inverno a dare lezioni magistrali. Ti salutano con aria da “primo mondo”, trascorrono qualche giorno qui e poi ciao (e i loro alunni abbandonati? poveracci, che ne facciamo di loro?). I “vergognosi”, nascosti dentro le Chiese (pensando agli USA 24 ore al giorno) che però quando il Papa annuncia che non appoggia la guerra abbassano gli occhi perché...questo sarebbe troppo. I “narco dissidenti” che hanno persino prodotto caramelline con droga per i bambini per “abituarli già da ora” (per fortuna già incarcerati). Ci sono i “subdoli”, cioè gli opportunisti dei quali già siamo super annoiati. Le eleganti (chirurgia plastica gratuita). Gli “onorabili” con figli (è chiaro) all’università, che reclamano i migliori medici senza dire mai: “Guarda che non mi devi trattare come gli altri perché sono dissidente”, ma se hanno bisogno di una operazione, fosse anche quella al cuore, nessuno domanda e gliela fanno qui. Questa è però una dissidenza “rispettabile”. Non fa il gioco dell’impero. Non si mettono al SINA per chiedere soldi. Non si lasciano manipolare. Non sono stupidi, perché non vogliono negoziare la tranquillità dei loro figli. E’ una dissidenza che vuol essere “indipendente”, costruire la propria vita, e così costoro hanno fatto. Nessuno poi certamente la nasconde. Ma neanche è utile all’impero, così nessuno parla di loro. Ho imparato a rispettarli perché a molti, in momenti terribili, devo il bicchiere di yogurt per mio padre malato.
Ci sono altri dissidenti dei quali nessuno non parla mai. I “dissidenti di tutti i giorni”. Siamo noi, quelli che abbiamo criticato (in stile brechtiano) fino allo sfinimento, cioè quelli delle “gravi controversie”. Quelli che (come dicono a Cuba) “non capiscono”, i matti, fottuti e poco umili (sì, poco umili) ai quali, abituati a cercare le macchie al sole tutti i giorni, non è mai sembrata sufficiente la bellezza. Quelli che lavorano dal sorgere al tramonto del sole come bestie da soma, quelli che rischiano idee nuove che non sono state o sono state possibili, quelli che rischiano l’ottimismo e finanche la fede in sè stessi. Abbiamo lottato fino all’impossibile (e continuiamo a lottare) per salvare Cuba (la nostra Cuba) dal collasso degli anni Novanta, abbiamo sacrificato tanto lasciando indietro sogni e illusioni per impedire che questi yanquee di merda vengano ad insudiciare la nostra terra e assassinino i nostri figli. Quegli stivali sporchi li abbiamo già conosciuti da bambini, e molto bene. Molto bene.
La penultima ed elementare questione. A noi, gli stessi yanqee, durante tutta la nostra vita,
hanno insegnato una tragica lezione: al più piccolo errore, alla più piccola distrazione, a qualsiasi ingenuità, può essere compromessa la vita di qualunque nostro alunno o qualunque nostro figlio. Abbiamo capito la lezione. Però quelli che ci criticano non lo sanno molto bene, perché, per fortuna, non hanno dovuto sopportare il “castigo”.
Per ultima cosa dico grazie a tutti gli amici del mondo. Prima di tutto agli umili, ma anche a quelli che hanno sempre rispettato questi matti sognatori, ribelli, disobbedienti e “castigati”. A quelli che ancora “si, capiscono”. A quelli che non se ne vanno. A quelli che ci infondono coraggio. A quelli che oltre inviarci panni, scarpe, matite, saponi, libri, trasporti, computer, dollari e medicine ci hanno inviato molto di più: amore, comprensione e un decisivo appoggio reale nelle ore più difficili, come sembrano essere quelle di quest’estate 2003 e tutte quelle che si presume vengano. Per tutti voi siamo ancora qui oggi e continueremo ad esserci.
Prof. Marìa Còrdova, Istituto superiore d’arte, La Avana. Aprile 2003
CONSIDERAZIONI INATTUALI (MA SALUTARI) / 2

A queste intrinseche debolezze non dimentichiamo di aggiungere la gelosa conservazione delle mini-identità nella Sinistra "non moderata": perché a nessuno sfugge che Rifondazione ha proseguito a sgretolarsi in milioni di componenti e sottocomponenti in perenne lotta fra loro e destinate, come le poleis greche, a rovinare tutte insieme, sia pure orgogliosamente, sotto la clava del macedone di turno, mentre Comunisti Italiani e Verdi si attestavano su percentuali di consenso immobili, a dir poco residuali. Una frammentazione che certamente nasceva da una reale diversità di tendenze in seno al mondo comunista, socialista, antagonista: ma quando la diversità non prova neppure a trasformarsi in dialogo e in ricerca, nasce il sospetto che qualche spinta a mantenere leadership personali esista. Sarà stato così anche nel nostro caso? Resta il fatto che neppure l'enorme processo aggregativo del Partito Democratico è riuscito a mettere in allarme i dirigenti - rossi, rosa e arcobaleno - sulla necessità di dare vita ad un processo unitario forte e fondato: la Sinistra l'Arcobaleno nasce dopo un'infinita serie di polemiche che per lo più l'elettore non capisce, e non riesce a tradursi in niente di meglio che una lista elettorale assemblata alla meno peggio, senza alcuna consultazione di base, con alla testa un candidato annunciante il proprio immediato ritiro dopo le elezioni. Un aborto fin dal proprio nascere. Ora le identità sono rimaste integre, e tutti sono contenti. Senza un parlamentare che uno.
E ancora una volta, discutendo del poi, sembra che nessuno si sia reso conto di quanto è realmente avvenuto, tanto che continua la querelle identitaria che ripropone opzioni culturali perdenti. Guardacaso, le stesse finora in campo, senza alcun cenno realmente autocritico (perché non basta tagliare teste se non si cambiano le idee), come se il disastro sia sopravvenuto per una contingenza beffarda, per uno strano scherzo della sorte, per via di qualche errore di manovra. Non per un vuoto pneumatico di fondo. Chi vuole fondare una costituente comunista approfittando dell'ennesima emorragia di militanti da Rifondazione, chi invece vuole mantenere Rifondazione ancora in vita nonostante la virtualità che la contraddistingue da circa due anni, chi pensa ancora di poter organizzare il proprio gruppo di pressione per la prossima occasione elettorale. Questo significa ripartire da zero? A me sembra che significhi continuare a ballarsela sopra cadaveri putrescenti ma può essere che mi sbagli. Del resto, se l'anelito degli autoconvocati di Firenze all'annullamento dei vertici e al sistematico rinnovamento assume il volto di Paolo Ferrero (compagno d'avventure del dimissionario Bertinotti nella sciagurata parabola di Prodi, così come nella raffica di svolte precedente), forse ancora qualcosa che non funziona c'è. E se Ferrero è espressione della cultura movimentista/antagonista che Rifondazione ha metabolizzato andando incontro a continue fratture e ridimensionamenti, nonché ad una impossibilità a reggere l'impegno di governo (per un deficit culturale, come ho prima cercato di dire), il suo inatteso alleato del momento, Claudio Grassi, rimette sul tavolo questioni di identità comunista che si sono dimostrate ancor meno aggreganti e che finiscono con il costruire l'ennesima riserva identitaria, assai simile a quella cui si aggrappano i Comunisti Italiani con le unghie e i denti. Così, mentre la proposta di Sinistra Democratica rimane ancorata ad una visione dei processi che manca di un respiro ideale di fondo (e di fatto non riesce ad organizzare un proprio radicamento nella società), anche la scelta di nicchia degli ambientalisti, che in Italia non possono contare su un retroterra culturale largo e solido, si frantuma fra tentazioni democratiche, velleità antagonistiche, arcipelaghi personali da difendere.
L'ipotesi di una Sinistra riformista forte e radicata, ove trovino casa comunisti, socialisti e
socialdemocratici, che è l'unica oggi praticabile, pare ancora una volta allontanarsi per fare posto alle arcane ritualità della conservazione. Eppure, questo è il momento storico che pone più fortemente l'esigenza del cambiamento di rotta. Anche perché (ed arriviamo ai "compatibili") il percorso che ha condotto il Pds/Ds a divenire Partito Democratico è emblematico del secondo fallimento. Se abbiamo conosciuto una Sinistra "rivoluzionaria" che rivoluzionaria non poteva essere, è altresì vero che sotto i nostri occhi ha preso forma, si è evoluta ed infine auto-annientata una Sinistra riformista che riformista non era. O non era Sinistra, il che, ai fini del nostro ragionamento, non è tanto diverso. L'ipotesi veltroniana di estendere i propri tentacoli al centro è fallita, e non è un fatto da poco, visto che questa era la strategia di fondo sottesa all'operazione Pd. Che questo fallimento possa diventare per noi un'inattesa via di salvezza? Stavolta non c'è tempo per lasciare ai posteri l'ardua sentenza. G.P.
All’indomani della più cocente sconfitta storica che la Sinistra abbia subito in Italia, provo a porre un quesito inattuale. Perché in realtà tutto, in un momento come il presente, è inattuale, comprese le ragioni e i torti, i rei e gli innocenti, e purtuttavia un punto di partenza deve essere rintracciato in questo ammasso di macerie, anche a costo di fare più d’un passo indietro, ché tanto indietro ci ha sospinto la volontà popolare, e senza appello.
Il quesito è questo: siamo davvero convinti che, dalla Bolognina in poi, la partita interna alla Sinistra italiana si sia giocata, o tutt’ora si giochi, sulla doppia opzione riformista e rivoluzionaria? Posta così, sembra una questione perfino banale, ed invece è su questa falsa dicotomia che è venuto a stabilirsi fino a tempi non remoti lo status quo cristallizzatosi nella teoria delle “due sinistre”. Una soluzione che accontentava tutti, da D’Alema a Bertinotti, perché a ciascuno attribuiva una ragione d’esistenza statica, e perciò tanto più comoda. Ovvero: ci illustrarono allora l’esistenza di una sinistra moderata e compatibile, che aveva ormai smarrito l’orizzonte anticapitalista e la bussola della politica di classe, e dal lato opposto di un’altra sinistra, ahinoi minoritaria, che però quell’orizzonte e quella bussola ancora teneva saldamente. Secondo molti, addi-rittura, eroicamente.
Poi però, dove fosse nascosta questa sinistra di classe e rivoluzionaria sarebbe stato sempre più arduo da capire, perché Rifondazione Comunista, la creatura più volte ibridata dopo la sua nascita dalle ceneri del fu Partito Comunista Italiano, di rivoluzionario non aveva che gli slogan, anche perché diversamente non poteva in alcun modo essere. Un secolo intero dovrebbe bastare ad insegnarci che un’organizzazione politica può essere rivoluzionaria solo in una fase rivoluzionaria, cosa che in Italia non si vede almeno dal biennio rosso: un po’ troppo lontano, ora.
Così, le ragioni – giustissime – del lavoro, dei diritti, della pace, di cui questa area era portatrice, stipate in quel contenitore, venivano confezionate in modo tale da essere mortificate, degradate a rivendicazioni reducistiche, petizioni di principio resistenziale, garanzia di una rendita di posizione o poco più. Perché in nulla riuscivano ad influenzare l’ancora poderosa sinistra “compatibile” la quale, intanto, correva sempre più tranquilla verso la propria deriva moderata. Né si tentava in maniera significativa di fermarla, e non per caso. Esistono esempi, direi, perfino clamorosi. Per cominciare, il primo governo Prodi venne appoggiato da Rifondazione attraverso la formula della desistenza, ovvero senza un impegno diretto dei comunisti nell’esecutivo: sarebbe stato davvero così rischioso rinunciare alla nicchia oramai conquistata per cimentarsi nel concreto governo dei processi? Allora sì, a quanto pare, anche se qualche anno dopo, in una situazione ben peggiore, si sarebbe deciso il contrario. Ad ogni buon conto, quel governo venne poi fatto cadere su una questione che certamente non era la più urgente fra quelle poste sul tavolo: perché fare le barricate sulle trentacinque ore (misura tutt’altro che rivoluzionaria, peraltro, a meno che non si voglia dire che la Francia in quegli anni fosse governata dai bolscevichi) dopo che Rifondazione aveva votato una legge finanziaria a dir poco antipopolare, ed il famigerato pacchetto Treu? Forse quella questione acquistava un carattere irrinunciabile perché veniva artificiosamente gonfiata quasi fosse un nodo caratterizzante dello stesso profilo identitario del Partito; cioè, in breve: dimostrato che la non volontà di sporcarsi le mani per tentare realmente di condizionare a sinistra Prodi conduceva senza dubbio all’accettazione prona di misure antisociali, la soluzione prescelta per uscire dall’impasse fu ancora una volta restare nella gabbia, dopo avere ingoiato, a quel punto inutilmente, una buona dose di amarissimo fiele, e ance a costo dell’ennesima scissione.
Giungiamo però al secondo governo Prodi: nessuna desistenza, ma per la Sinistra cosiddetta radicale riuscita ancora peggiore. Sarà irrilevante il fatto che, ancora una volta, Rifondazione abbia rinunciato ad avere una presenza più significativa nel governo in cambio di un ruolo di grande prestigio istituzionale (per Bertinotti più che per il Partito) e di scarsissima efficacia politica? Io non credo, ma certamente ci sono anche altre osservazioni da fare.
Dopo avere provocato la caduta del primo Prodi, favorendo così un ulteriore spostamento al centro dei successivi governi D’Alema e Amato, Bertinotti celebrò quella rottura come il vero atto (ri)fondativo di un percorso politico da svolgersi sotto la rossa bandiera anche se, scrollato via oramai lo zoccolo più duro dei nostalgici, tentava di abbandonare l’opzione culturale della rifondazione comunista per cercare riferimenti diversi, reducistici e resistenziali ma più congeniali al suo istinto disfattista, approdando così ad un modello radicale/alternativo che, nel momento in cui lui vi giungeva, già mostrava i segni di un chiaro declino in tutta Europa, e assemblando malamente propensione movimentista, retorica radicalista, ragioni nonviolente e vagiti anticapitalistici, per poi scontentare più o meno tutti i referenti sociali che lui stesso s’era scelti, i quali non decreteranno mai la crescita prepotente del Partito che, sempre lui, s’aspettava e preconizzava. E proprio nel momento in cui, esaurite le prospettive antagoniste su cui aveva trascinato con grande sicumera i suoi militanti, Rifondazione avrebbe potuto imboccare finalmente la via di un confronto costruttivo con la Quercia (ove entrambi gli interlocutori, abbandonando le rispettive rendite di posizione, potessero rappresentarsi quali facce dell’unica opzione possibile, quella della costruzione di una Sinistra riformista forte e radicata nella società), ecco che di nuovo si scelse la strada dell’affermazione testimoniale di sé come unica possibilità di fuoriuscita dalla crisi, la petizione di principio che vale in sé, anche se destinata alla sconfitta. Rifondazione, in solitario e senza neppure avviare un dialogo preliminare con la Cgil, buttava se stessa e i lavoratori italiani nell’avventura referendaria sull’estensione dell’articolo 18: una battaglia che, così impostata e fatta, non aveva nessuna possibilità di riuscita. La maggioranza dei Democratici di Sinistra si schierava per l’astensione, Cofferati esprimeva tutte le sue pesantissime perplessità. In sostanza, la speranza di dialogo veniva ancora una volta apposta trasformata in frattura, e la sconfitta fu a dir poco clamorosa.
Eppure, il giorno dopo, Bertinotti sulle colonne di Liberazione annunciava che la fase era mutata e con un repentino dietrofront, compagni! decretava che il centro-sinistra era finalmente pronto ad accogliere nel suo seno istanze socialmente avanzate. Quelli che il giorno prima erano stati avversi alla difesa dei diritti dei lavoratori, nel volgere di ventiquattro ore ridiventavano compagni di lotta, sulle macerie di un disastro. Impossibile trovare una strisciolina di coerenza in tutto ciò, ma facile capire che la “sinistra rivoluzionaria/antagonista” era approdata all’ultima spiaggia. E' così che è nata l’alleanza fra Rifondazione ed il centrosinistra che ha riportato Prodi al governo. Dove i cosiddetti “radicali”, nonostante il dire ed il fare del loro principale leader, erano ormai privi di un’opzione culturalmente forte, prigionieri di una convivenza costretta e di una percentuale
elettorale che non avrebbero avuto se quella convivenza non si fosse volenti o nolenti realizzata. E, soprattutto, senza più nulla di valido da dire perché, consumato lo schemino falso ma comodo delle due sinistre (una di governo e una statutariamente d’opposizione), tutte le contraddizioni esplodono d’un colpo. E quella gabbia pseudorivoluzionaria tanto ben fortificata non sa e non può più accogliere una ipotesi riformista forte e flessibile tanto da potersi adattare alle situazioni vive dei vivi processi di direzione politica del paese.
Così, la presenza di quest’area nel governo Prodi si è consumata fra sporadici sussulti rivendicativi (leggasi piazza versus palazzo, stando dall’una e dall’altra parte) e una sostanziale ininfluenza. Perfino in un Senato in cui un solo voto di scarto avrebbe fatto la differenza. Prigionieri della riserva così testardamente costruita. (1-segue)
Illustrazioni di L. Simeoni (www.luigisimeoni.it)
Firma l'appello contro la costruzione delle basi "NO RADAR" e aiutaci a raccogliere 500.000 firme, sul sito http://petice.nenasili.cz/index.php?lang=it
Nel mezzo di questa rovente (ma solo sottotraccia) campagna elettorale, guizzo di nuovo all’interno del dibattito riportando l’editoriale del n. 49 del mensile “Le nuove ragioni del socialismo” diretto dal compagno Emanuele Macaluso, e una mia personale risposta alle tesi che il compagno vi porta avanti e che io non condivido affatto…
“Le nuove ragioni del socialismo” n. 49 - Ai compagni della Cosa rossa.
Questo editoriale vogliamo dedicarlo alla cosiddetta “sinistra radicale” e più particolarmente al nostro compagno e amico Fausto Bertinotti che ha avviato una riflessione sul comunismo, sul socialismo, sul ruolo stesso del suo partito, senza tuttavia essere ancora arrivato a una conclusione convincente. Cominciamo con il ricordare a noi stessi che nel 1944, quando Togliatti sbarcò a Napoli e mise le prime pietre miliari del partito nuovo, disse che il Pci non avrebbe fatto come la Russia. Lo disse chi, con Bordiga, Gramsci Terracini, Tasca e altri, aveva fatto la scissione di Livorno con la parola d’ordine «faremo come la Russia»: cioè la rottura rivoluzionaria attraverso il partito leninista. Nel dopoguerra, invece, Togliatti non solo non fece alcuna rivoluzione o insurrezione, ma volle il partito di massa, «presente in tutti i gangli della società», nelle istituzioni e nel Parlamento. Non mise da parte la cultura leninista ma, nei fatti e negli effetti prodotti nella storia del Paese, quel partito, addestrato alle lotte di massa e parlamentari per attuare la Costituzione democratica e le riforme, operò col gradualismo tipico dei partiti riformisti europei. La doppiezza togliattiana, su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, non fu quella di giocare la carta della democrazia e delle riforme preparando l’insurrezione e la rivoluzione. Queste sono sciocchezze. La doppiezza risiedeva nel rapporto con l’Urss, dove la catena del capitalismo si era spezzata dando così forza – si diceva – anche a chi voleva arrivare al socialismo con la democrazia. Questa strategia restò sostanzialmente immutata con Longo e Berlinguer, anche quando le critiche all’Urss assunsero il carattere dello strappo. La storia però ha dato una sentenza: quella strategia era sbagliata e ha provocato anche guasti seri. Il sistema del socialismo reale è crollato e il comunismo oggi si incarna nel capitalismo selvaggio della Cina e nella dittatura castrista a Cuba. I partiti socialisti che, con posizioni e politiche diverse, hanno condizionato e contribuito a riformare il capitalismo, dal governo e dall’opposizione, hanno vinto il grande duello del secolo scorso. Anche nei confronti del Pci, che per molti versi fu un partito “diverso”, riformista e gradualista. La polemica di questi ultimi anni, da parte di chi ha dato vita a questa rivista, è stata rivolta nei confronti di chi voleva rifondare il comunismo (come hai fatto tu, caro Fausto) e di chi voleva andare “oltre” il socialismo e oggi è approdato in un Partito democratico senza riferimenti al socialismo e alla sinistra. Ci chiediamo, e chiediamo a te Fausto, dal momento che non è più in discussione la rivoluzione, che la violenza comunque usata è, come dici tu, un disvalore e va bandita, che la via democratica è considerata strategica e senza alternative da tutta la sinistra, la quale è, in questa fase, tutta al governo, quali sono le ragioni per cui questa stessa sinistra non è unita e parte della famiglia socialista radunata nel Pse? Nel socialismo europeo convivono partiti che hanno storie e politiche diverse, ma stanno insieme perché hanno scelto la democrazia come terreno di lotta per affermare diritti che tendono a dare a tutti pari opportunità e uguaglianza, e perché mirano a costituire una forza alternativa alla conservazione. Le ricette possono essere diverse, da Blair (o Brown) a Zapatero ma i loro partiti delineano alternative di governo e non alternative di società, il cui futuro è legato alla dialettica politica e sociale. Il socialismo del XXI secolo sarà soggetto e frutto di questa dialettica. L’idea della Cosa rossa avrebbe senso se si ponesse come alternativa rivoluzionaria al capitalismo e anche al riformismo. Se questa alternativa si concretizza nelle manifestazioni di Diliberto con gli ambasciatori di Cuba, della Bolivia e del Venezuela, nel fatto che in ogni momento difficile per il nostro contingente in Afghanistan – dove opera come parte della Comunità internazionale e dell’Onu – si pretende di abbandonare il campo, nel chiedere sempre “più uno” nelle rivendicazioni sociali, francamente non si tratta di una strategia rivoluzionaria ma di una politichetta di piccolo cabotaggio elettorale. Ci sono momenti, nella storia di un partito in cui occorre il coraggio di mettere in discussione se stessi. Mussi e i suoi compagni, rifiutando giustamente di confluire nel Pd l’hanno fatto separandosi da compagni con cui in passato hanno condiviso tutto. Ma poi si sono collocati in un limbo, in attesa di tempi migliori. E quei tempi sembra che ormai siano scanditi solo dalla formazione della Cosa rossa. Rifondazione riflette ma non tira le conclusioni che dovrebbe perché teme qualche rottura. E intanto in Europa si collega politicamente e organizzativamente ai partiti comunisti piccoli e ininfluenti e al gruppo di Lafontaine, che con la sua scissione ha solo indebolito la Spd senza costruire una alternativa credibile. In Italia la sinistra che non si identifica nel Pd se non sarà socialista, se non troverà nel Pse la sua collocazione europea è destinata o all’emarginazione (il Pd avrà alleanze variabili) o a essere forza complementare al Pd. La competizione con questo partito per la guida dei processi politici si può giocare solo dalla frontiera del socialismo democratico. Cari compagni, riflettete.
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Gavino Piga, militante comunista, a “Le nuove ragioni del socialismo”, ma anche ai Compagni della Cosa Rossa e a tutti coloro che adorano gli orologi e non conoscono il tempo.
Sì, per un attimo solo, riportiamole davvero indietro le lancette di quell’orologio. Ma non per sapere come sarebbe andata se Togliatti si fosse armato di un mitra anziché di penna e calamaio: quella sarebbe l’ennesima bieca riproposizione di un alibi dietrologico, strumento buono per chi ama elevare il senno di poi a giudice supremo di ciò che oramai giace sepolto sotto le macerie della storia e di cui tutto si può dire perché nulla può sentire. Proviamo a fare invece un’operazione più rischiosa, anche più sporca se si vuole, che ci filtri l’oggi nascosto nell’allora attraverso l’analisi delle ragioni, prima che delle conseguenze (le quali sono anch’esse, in ultima istanza, ragioni di conseguenze successive).
Il Migliore, sbarcato a Napoli dopo la gloriosa epopea della Resistenza, disse che i comunisti italiani non avrebbero fatto come in Russia: questa, che per il compagno Macaluso è memoria, per noi tutti è Storia, e nessuno la può mettere fra parentesi. Non si trattò semplicemente di una necessità imposta da circostanze che pure esistevano, ed erano ben più grandi di quello che in progresso di tempo sarebbe divenuto il più grande partito rivoluzionario dell’Occidente: fu piuttosto un’autonoma scelta strategica che affondava le proprie radici sulla meditata constatazione che la rivoluzione è un processo. E che, come tutti i processi, può essere guidato in maniere differenti e può anche non consumarsi tutto nel rantolo affannato dell’evento, dell’oggi o mai più, dell’ora x a cui legare le ragioni e le sorti di un’esistenza intera. Ma non per questo l’idea della trasformazione radicale – rivoluzione – dell’esistente cessa di esistere: anzi, essa viene così tolta a quel remoto orizzonte dove il sol dell’avvenire è molto più cristiano che non materialista. Smette di essere il mitico luogo del desiderio, la fatidica parusia millenaria che prima o dopo gli eventi ci consegneranno quale premio per le nostre fatiche, dove il redentore verrà a prendere i suoi per condurli in un altrove fatto di gioia eterna mentre coloro che non sono stati costanti nell’attesa, magari cedendo alle tentazioni carnali del compromesso con il presente secolo, verranno sospinti nel regno del pianto e dello stridor dei denti. La rivoluzione, nella misura in cui viene percepita come percorso, cioè appunto nella sua processualità, esonda dai confini dell’ora che nessuno sa, dilata indefinitamente i tempi e gli spazi dell’agire collettivo, esce dal futuro per cominciare nel presente, si toglie l’orologio dal polso per abbracciare la vastità vertiginosa del tempo. La rivoluzione diviene un continuo oggi, e tutti coloro che lo vogliono possono trovare le modalità e le forme per farne parte, non per vocazione ma, in certo senso, per missione. Ecco, forse se questo concetto, allora, non fosse rimasto appannaggio delle dirigenze politiche ma fosse stato trasmesso integralmente all’immaginario composito dei milioni di militanti (che ancora per un pezzo avrebbero continuato a tenere il carro armato nel garage in attesa del giorno del Signore), forse si sarebbe potuto produrre quel mutamento culturale capace di superare l’antropologia già callosa – come giustamente la definisce Bettizza – dell’homo bolscevicus. E di adattare il mito alle dimensioni tutte umane della realtà. Ma qui torniamo nella trappola dietrologica. Resta il fatto che così non fu e, poiché sull’Olimpo le nascite sono ben più frequenti delle morti, dal mito del “uno-due-cento-palazzi-d’inverno”, così caro ai compagni dei campi e delle officine, se ne genera un altro, quello della doppiezza. Perché se non riesci a spiegare ai tuoi che si trapassa da un sistema nell’altro non per forza in un determinato giorno da segnare sul calendario e trasformare in anniversario, però si può comunque arrivare dove si vuole, allora devi far credere loro che la tua strategia è in realtà solo una tattica, un modo per fregare gli avversari, e finisci con il diventare un Papa, riverito ed obbedito finché si tiene i segreti di Fatima ben chiusi nel cassetto. E quando i fedeli se ne accorgono, transitano senza soluzione di continuità dalla militanza all’opportunismo e, del resto, cosa ci si aspetta che facciano? Se un compagno, per quanto sincero esso sia, è abituato a percepire la rottura rivoluzionaria nei termini semplici dell’assalto al Parlamento o della guerriglia sui monti, e si rende conto che per quell’opzione non c’è spazio, senza tuttavia rendersi conto che di spazi se ne possono schiudere altri, le alternative restano in buona sostanza due: o strappa la tessera del Partito da cui si sente preso in giro per iscriversi magari alle Brigate Rosse, oppure se la tiene in tasca e si adatta, ma sempre nella maniera semplice e distorta in cui può farlo, alle nuove logiche. Che interpreta come logiche di pura e mera gestione dell’esistente, fors’anche improntate a principi più nobili di quelli democristiani, ma di certo non più orientate all’alternativa di società. Semmai ad alternative di governo, come voi dite. Ma se l’alternativa di società deve essere frutto della dialettica politico-sociale, come ancora dite voi, qual è il ruolo del politico in questa dialettica? Può essere che esso si riduca soltanto al temporeggiare finché, ancora una volta miracolisticamente, il socialismo del XXI secolo non emerga quale Venere dall’acque del greco mar? Già una volta fu così che le riforme di struttura divennero riforme e basta. Ecco il gradualismo, il riformismo, anche se talvolta il sostantivo non è perfetto sinonimo di sostanza. Le conseguenze nascono anche da un mancato accesso alle ragioni, soprattutto se la ragione regredisce costantemente a mitologia, appunto. O, nel migliore dei casi, a religione, ed anche in fatto di adesione solo formale alla parrocchia del quartiere gli italiani sono campioni insuperabili.
Dobbiamo commettere anche oggi il medesimo errore? Perché anche nelle righe del vostro editoriale, compagni, io leggo l’estenuata contrapposizione fra rivoluzione anticapitalistica e partecipazione ai processi di governo e amministrazione dell’esistente, ed ancora la trovo netta come se non esistesse nulla in mezzo. Neppure una possibilità di interrogarsi, di progettare strategie di alternativa dal respiro un po’ più lungo, di compiere un percorso che può avere caratteri rivoluzionari anche nel necessitato ripiegamento su altrettanto necessitati minimalismi. Troppo facile e poco vero è l’affidarsi ancora alla divina provvidenza per camminare domandando senza sapere se e in quale luogo s’andrà ad approdare. E se la tragedia dell’est ci ha insegnato qualcosa, è che la tattica non deve mai prendere il posto della strategia: questo dovrebbero ricordarlo coloro che si accingono ad aprire il vaso di Pandora della cosa rossa – o arcobaleno che dir si voglia – ma anche quanti giustamente li accusano di portare avanti una politichetta di piccolo cabotaggio elettorale, e poi però cercano nell’adesione al socialismo europeo il rifugio in cui attendere qualche lieto evento. Per questo io credo non fosse assurdo, all’indomani della Bolognina, rilanciare in Italia un progetto comunista: perché quelle ragioni, criptate nei decenni attraverso una ritualità che oggi appare perfino grottesca ma che non era affatto casuale, non solo restano a scapito delle conseguenze (crollo dell’Unione Sovietica compreso), ma sono forse perfino attuali. E da rilanciare per l’ennesima volta, anche sotto le insegne, per molti di noi un po’ desuete, dell’arcobaleno. Perché anche la coscienza rivoluzionaria, passando attraverso il crogiuolo degli eventi, ha imparato a declinarsi attraverso molte e molte sfumature.